Marzo è per antonomasia il mese della donna. La ricorrenza che la vede protagonista, simbolo di emancipazione, rivalsa, ridefinizione del suo ruolo nella società ci dà l’occasione per proporre uno sguardo “al femminile” anche sul cinema.
Che ruolo ha la donna nel cinema contemporaneo? Quali sono i temi centrali che la riguardano?
Il 2024 chiude e il 2025 apre con Diamanti (2024) una vera e propria celebrazione del mondo del cinema che Ferzan Özpetek trasforma in un grande omaggio alle donne che, nel suo nuovo film più che nei precedenti, sono complici, sorelle, madri, mogli e amiche che raccontano, attraverso i loro sguardi, debolezze e rivincite come individui e come società e il valore cruciale del lavoro femminile.
E, sempre dal 1° gennaio 2025, Pablo Larraìn conclude la sua trilogia femminile dedicata a tre donne che hanno segnato profondamente l’immaginario del Novecento, con Maria (2024), la divina. Dopo Jackie (2016) e Spencer (2021), il regista si concentra ancora su un lasso di tempo ben determinato e inquadra gli ultimi giorni di Maria Callas, disegnando una vera e propria opera tragica della sua vita e dei suoi fantasmi. Tre film, quelli del regista cileno, che ripercorrono il periodo storico e politico del XX secolo attraverso la storia di tre donne che hanno vissuto storie diverse ma ugualmente dense di sofferenza, dolore, ricordi. Sono tre ritratti di donne di successo, di potere anche, ma tristi di una tristezza che, da individuale, si amplifica all’universo femminile, incarnando una donna ancora prigioniera.
Richiamato alla memoria proprio da alcune sequenze di Diamanti di Özpetek, non si può non parlare di C’è ancora domani di Paola Cortellesi (2023), candidato agli Oscar, vero campione di incassi. Grazie a questo film abbiamo assistito al ritorno nelle sale della commedia all’italiana, di cui si erano perse le tracce. Per chi non conoscesse la trama: siamo nell’Italia del dopoguerra, il fascismo è appena caduto, viene finalmente concesso il voto alle donne, ma l’aria che si respira nelle case è ancora pregna di un patriarcato violento e retrogrado, che domina in tutte le famiglie. Perché fare oggi un film così? Perché è necessario rievocare quel maschilismo per ricordare che non è sparito, ma al contrario appare spettrale nelle cronache quotidiane.
In effetti, parlare di problematiche femminili al cinema vuol dire proprio parlare di diritti, pensando alle differenze che ancora oggi esistono ad esempio nel mondo del lavoro, con condizioni non paritarie e retribuzioni differenziate, ma anche nella relazione privata, dove la vittima spesso è considerata complice del suo stesso carnefice, sull’onda di una mentalità antiquata e patriarcale.
Per fare un altro esempio, restando nel mondo della commedia italiana, ricordiamo Paolo Virzì e il suo Tutta la vita davanti (2008), in cui racconta il mondo del precariato e dove rincontriamo un grande Valerio Mastandrea, questa volta nei panni di un sindacalista che lotta per la valorizzazione del lavoro femminile.
Nel cinema europeo vale sicuramente la pena citare, sempre a proposito di diritti, Due giorni una notte (2014) dei fratelli Dardenne che, da sempre, narrano gli ultimi con il loro stile asciutto e senza artifici stilistici o tecnici e il regista britannico Ken Loach che, sin dai suoi primi documentari, concentra l’attenzione su temi sociali e politici, puntando spesso l’obiettivo sulle donne che vivono nel degrado dei sobborghi, costrette ad accettare lavori umili con paghe da fame, restituendoci una severa analisi delle condizioni di vita nell’era del nuovo conservatorismo britannico.
Sguardi diversi vanno riconosciuti alla cinematografia dei paesi africani, nordafricani e dell’Est asiatico, dove le donne sono molto presenti e combattive e dove sovente, grazie alla loro professione di attrici, registe, sceneggiatrici, produttrici, ci testimoniano con coraggio ciò che accade nei loro paesi.
Ce lo racconterà bene Il seme del fico sacro (2024), in uscita nelle sale, del regista iraniano Mohammad Rasoulof, che, attraverso il dramma di una famiglia, ci mostra la lotta delle giovani generazioni femminili e la loro repressione nell’odierno Iran.



Lo stesso avviene nel film Tatami (2023) della regista iraniana Zahra Amir Ebrahimi,, e del regista israeliano Guy Nattiv, che ci dimostra, anche, comel’arte sappia creare ponti tra due paesi distanti come Iran e Israele. È la storia, ispirata a una vicenda reale, della judoka Leila e della sua allenatrice Maryam che partecipano al Campionato mondiale intente a portare a casa la prima medaglia d’oro dell’Iran. La possibilità che in finale Leila posso incontrare un’atleta israeliana è sgradita alla Repubblica Islamica che prova a tutti i costi a far desistere le due donne dall’obiettivo.
Non recentissime, ma di grande impatto, le produzioni di registe come Teona Strugar Mitevska, che con il suo L’Appuntamento (2022) mostra le cicatrici profonde della guerra balcanica, ad anni di distanza dal suo precedente Dio è donna e si chiama Petrunya (2019), dove narrava di una donna sovrappeso in lotta contro il maschilismo, ancora fortemente diffuso in terra balcanica; o come Mounia Meddour Gens, che con i suoi film ci racconta le condizioni delle donne in Algeria. Le sue ultime opere Non conosci Papicha (2019) e Houria, la voce della libertà (2022) sono l’espressione della vita delle donne di oggi, che vogliono vivere in pieno la propria libertà e che lottano ancora contro una società e uno Stato che le vorrebbe schiave e sottomesse.
Da citare anche Kaouther Ben Hania, regista tunisina, che con Quattro figlie (2023), un racconto tutto al femminile di una madre e delle sue figlie, porta sul grande schermo il dramma della radicalizzazione. Attraverso la forma semi-documentaristica racconta un fatto realmente accaduto quando due figlie di Olfa Hamnouri (il titolo originale del film è Le figlie di Olfa) fuggono in Libia e si uniscono all’organizzazione terroristica Daesh.
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