Sono sempre rimasto affascinato dai libri che cambiano le cose.
La maggior parte dei volumi che abbiamo allineati nelle nostre librerie sono storie, resoconti, pensieri che ci hanno intrattenuto per qualche ora, giorno o settimana, e che poi abbiamo richiuso continuando le nostre attività quotidiane. E ora fanno parte di un museo delle cere, una collezione che al massimo ci ricordiamo di spolverare, raramente di rileggere. Vi sono però dei libri che ci danno lo spunto per modificarci, evolvere o persino per cambiare la realtà che ci circonda.
Un esempio? Ricordo di aver venduto la macchina e di aver passato diversi anni senza possederne una dopo aver letto un libro di Sebastiano Vassalli (La morte di Marx e altri racconti) che parla di quell’esoscheletro di lamiera che pensiamo di guidare e che invece, spesso, guida i nostri comportamenti. Sì, parliamo sempre dell’auto, el coche, la voiture, the car. Ma questa è un’altra storia, direbbe Lucarelli (Carlo non Selvaggia).
Oggi invece vi voglio parlare di un altro libro a me caro. S’intitola La follia che viene dalle ninfe di Roberto Calasso, anima di Adelphi per molti decenni e scomparso nel 2021. È una raccolta di brevi saggi che si conclude con L’editoria come genere letterario.
Calasso vi racconta l’esperienza della “Libreria degli Scrittori” che nacque a Mosca durante il periodo della guerra civile che seguì alla Rivoluzione d’ottobre in Russia. Da un lato la censura, dall’altro la mancanza di materie prime (carta compresa), resero l’editoria praticamente impossibile. Quindi gli scrittori si ritrovarono a scrivere le loro opere su quaderni in un’unica copia che conservavano in questa “Libreria degli Scrittori” (poi andata perduta). Calasso la vede come metafora dell’editoria in tempi difficili, e i tempi – sottolinea – per l’editoria sono sempre tempi difficili.
Io collego quell’esperienza a quella successiva dei Samizdat, quando le opere che non erano approvate dalla censura sovietica circolavano ugualmente poiché venivano battute a macchina (o ricopiate a mano) su carta carbone e poi fatte circolare clandestinamente (una sorta di amanuensi 2.0). Fu la sorte de Il maestro e Margherita e molti altri capolavori, che poi uscirono dalla Cortina di ferro per trovare editori senza censura oltre il Muro.
Questi esempi scatenano in me diverse suggestioni.
La prima è quella della scarsità. Più un bene è raro, proibito, più assume valore e voglia di possederlo (e nel caso di un libro leggerlo). Nell’era della riproducibilità tecnica, ma anche informatica, sforniamo in pochi giorni il numero di byte, cioè di contenuti/informazioni, parole e immagini, che l’umanità aveva prodotto dall’inizio della sua esistenza sino all’inizio del XXI secolo. Insomma, il segreto per far apprezzare qualcosa sarà la viralità o la sua rarità/unicità?
La seconda riflessione riguarda l’esercizio della scrittura a mano. Per secoli siamo riusciti a comunicare a distanza (nello spazio e nel tempo) perché c’era qualcuno che era capace di rendere le parole dei segni comprensibili a una medesima comunità linguistica. Ciò mi porta a pensare che in caso di un blackout prolungato, se non avessimo un foglio e una biro (e la capacità di scrivere a mano) come potremmo raccontare ciò che ci accade? Saper scrivere anche senza tastiere (più o meno virtuali), ma impugnando una matita o una penna, può essere utile in casi di shock tecnologico per garantire di poter continuare a trasmettere messaggi. È una capacità da non abbandonare.
Vi è poi un altro aspetto da non sottovalutare, che è più affine al realismo magico che al pensiero razionale. Quando noi teniamo in mano un quaderno scritto, magari quello delle elementari che i genitori hanno conservato sepolto in uno scatolone in soffitta, tocchiamo le stesse pagine che toccò chi scelse di tramandare i suoi pensieri attraverso la pratica alfabetica (vale lo stesso per gli ideogrammi, ovviamente). Ci sono impronte digitali, Dna, sudore, forse anche lacrime su quelle pagine. C’è una connessione intellettuale (quello che leggiamo) ma anche fisica (quello che teniamo in mano) con chi ha scritto l’opera.
Poi ci sono tutte le considerazioni neuroscientifiche su quello che comporta lo scrivere a mano in fatto di sviluppo di capacità spaziali (ma non è il mio campo e non ci voglio entrare), se voleste approfondire i volumi e le ricerche non mancano.
Ebbene, da questa miscela di sentimenti e intuizioni, generate da un saggio di poche pagine, è nato il progetto Editoria estrema per l’associazione LetterAltura.
LetterAltura da quasi vent’anni (nel 2026 spegnerà le venti candeline) si occupa di promuovere attraverso l’omonimo festival e altri appuntamenti a Verbania e sul Lago Maggiore la letteratura di montagna, di viaggio e avventura (e non solo).
E allora perché non prendere dal lessico dell’alpinismo e dell’esplorazione quel concetto di estremo, di free solo e applicarlo a un catalogo di opere manoscritte? Perché non creare una biblioteca composta solo di opere uniche?
Fu così che nel periodo dopo la pandemia nacque e crebbe il progetto.
Cosa abbiamo fatto?
Abbiamo chiesto ad autori amici del festival (scrittori che negli anni si sono susseguiti nei nostri incontri) di scrivere una loro opera inedita, un racconto o un breve saggio, scritta a mano su alcuni fogli di pregiata carta Amalfi che abbiamo loro fornito. Si sono resi disponibili in sei, compresi nomi noti della narrativa italiana come Hans Tuzzi e Laura Pariani. E ora abbiamo questo piccolo tesoretto ricco di fascino e sapere con queste opere rilegate con copertine d’artista (grazie anche a pittori e illustratori che si sono prestati a rendere esteticamente unici i piccoli volumi, composti da una ventina di pagine circa).
Cosa ne faremo di questa singolare collana editoriale fatta di copie uniche? Pensiamo di organizzare un’asta di beneficenza per usare il ricavato in attività dedicate alle scuole, potenziando quegli incontri che da tempo facciamo con gli studenti del territorio per cercare di continuare a mantenere viva la passione per la lettura anche tra le nuove generazioni.
Ma a LetterAltura non sono conservati solo i manoscritti d’autore. Vi sono anche decine di quaderni dalla copertina blu e con il logo del festival e pieni di storie.
Sono le opere del Piccolo concorso di scrittura creativa.
Il concorso esisteva già da alcuni anni e chiedeva di scrivere un racconto, una poesia, una pagina di diario o un’altra tipologia di scritto. L’importante è che fosse inerente con il tema dell’anno del festival. Unico limite la lunghezza: duemila battute.
Quando è nata Editoria estrema abbiamo chiesto di consegnare oltre alla versione dattiloscritta o elettronica anche quella a mano scritta sul quaderno. Perché? Perché il giorno della premiazione i libretti manoscritti vengono esposti nella sala della premiazione.
Ogni volta è un piacere sottile quello di scoprire come nell’era della digitazione, quando avere il pollice opponibile non sembra più essenziale alla scrittura (ora il pollice non deve più unirsi all’indice e l’anulare fare da supporto per generare scrittura, basta avere singole dita veloci); ebbene, scoprire che ci sono persone che hanno ancora una grafia personale, facilmente leggibile e anche esteticamente piacevole è una sempre una bella sorpresa.
E qui si potrebbe aprire un capitolo sulla lettura della scrittura a mano, di quell’arte che ha i propri periti (i grafologi) e che pretende non solo di trovare un’impronta digitale nello stile di scrittura ma anche inferire quale sia il carattere, lo stato d’animo o la predisposizione di chi lo produce.
È una materia affascinante ma di cui conosco poco. Lascio le analisi psicologiche ad altri, per stupirmi mi basta pensare che qualcuno abbia ancora voglia di prendere in mano la penna per scrivere quello che prova, anziché affidarlo a un tweet, a un post, a una chat o a un vocale (forse è anche un po’ di invidia poiché io ho una pessima grafia).
Chissà, forse un giorno, quando l’associazione avrà una sede aperta al pubblico sarebbe bello poter avere una bacheca in cui tenere tutte queste opere e lasciarle alla libera consultazione.
Nel frattempo, per chi volesse cimentarsi sul sito di LetterAltura è possibile scoprire tutti i dettagli sul nuovo Piccolo concorso di scrittura creativa. Il tema è Mutamenti. Le sfide del cambiamento e c’è tempo fino al 10 gennaio 2026 per partecipare.
Ecco: i libri non salvano vite (salvo rari casi), fanno evadere con la fantasia, divertono, fanno riflettere o appassionare. E, qualche volta, ci illuminano e ci spingono a vedere il mondo in modo diverso, dandoci lo stimolo per provare a cambiarlo. Una pagina alla volta. Un libriccino alla volta. Un lettore alla volta.









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