Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2025
I fenomeni migratori: guardare oltre le apparenze
16 Settembre 2025

In Europa e in Italia predomina l’idea dell’invasione di una folla incalcolabile di migranti, identificati con i richiedenti asilo, ma i numeri raccontano un’altra storia.

La guerra in Siria e Iraq ha costretto alla fuga oltre frontiera circa cinque milioni di profughi, altri milioni all’interno dei due paesi. L’invasione dell’Ucraina ne ha obbligati a fuggire, si presume, circa otto milioni, di cui quattro nell’UE, seppure in parte mobili e pendolari. A parte questi ultimi, solo una modesta minoranza secondo i dati dell’UNHCR (2024), mediamente i più attrezzati e selezionati, arrivano in Europa, ma questo basta a scatenare paure e rifiuti. In realtà il 75% delle persone in cerca di asilo (117 milioni nel 2023) trova accoglienza in paesi intermedi o in via di sviluppo, un terzo circa nei paesi più poveri in assoluto. Per la maggioranza sono in realtà sfollati interni (68,3 milioni), accolti in altre regioni dello stesso paese, chi attraversa una frontiera nel 70% dei casi si ferma nel paese confinante.  Nel 2021, prima dell’invasione dell’Ucraina, secondo i dati Eurostat, l’UE accoglieva meno del 10% dei rifugiati del mondo. I paesi più coinvolti nell’accoglienza dei rifugiati sono invece nell’ordine: Iran (3,8 milioni, in crescita per gli ingressi dal confinante Afghanistan), Turchia (3,3 milioni), Colombia (2,9, per l’arrivo di profughi dal Venezuela), Germania (2,6), Pakistan (2,0 anch’essi in arrivo dall’Afghanistan) (UNHCR 2024). La Germania è l’unico Paese dell’UE a figurare tra i primi dieci al mondo per numero di rifugiati accolti.

In rapporto agli abitanti, il Libano accoglie un rifugiato su sette abitanti; la Giordania uno su 16; il Montenegro uno su 19. All’interno dell’UE, la Svezia ne accoglie uno su 40; Malta uno su 56. L’Italia è sotto la media, con un rifugiato su 175 abitanti (circa 6, ucraini compresi – ogni 1.000 abitanti).

Considerazioni analoghe valgono per l’immigrazione in generale: il discorso pubblico ripete ogni giorno che siamo di fronte a un fenomeno gigantesco, in tumultuoso aumento, che proverrebbe principalmente dall’Africa e dal Medio Oriente e sarebbe composto soprattutto da giovani maschi mussulmani. I dati disponibili ci dicono invece che l’immigrazione in Italia dopo anni di crescita è sostanzialmente stazionaria, intorno ai 5,3 milioni di persone, che diventano 5,8-5,9 milioni tenendo conto delle stime sulle presenze irregolari. Sono persone arrivate in genere per lavoro in un primo tempo, poi per ricongiungimento familiare, con oltre un milione di minori e 2,4 milioni di occupati regolari (Ministero del lavoro 2024). I richiedenti asilo e rifugiati erano 340.000 a fine 2022, oggi sono 500.000 o poco più, tra cui 150.000 ucraini: gli sbarchi (oltre un milione, nell’arco di vent’anni) si traducono solo in parte in insediamenti nel nostro paese.

Come se non bastasse, le statistiche dicono che l’immigrazione è prevalentemente europea, femminile e proveniente da paesi di tradizione cristiana (tab.1). 

Tabella 1. Rappresentazione e realtà dell’immigrazione

Rappresentazione correnteEvidenza statistica
Immigrazione in drammatico aumentoImmigrazione stazionaria (5,3 milioni di persone regolari, più altre 400-600.000 irregolari stimate)
Asilo come causa prevalenteLavoro (prima) e famiglia (poi) come cause prevalenti. Asilo marginale (500.000 persone circa)
Proveniente dall’Africa e dal Medio OrientePer quasi metà europea
Largamente maschilePrevalentemente femminile
Quasi sempre musulmanaProveniente per due terzi da paesi di tradizione cristiana

La crisi economica ha condizionato negli ultimi 15 anni le strategie dei migranti, e in modo particolare i nuovi arrivi. Mentre per circa trent’anni il mercato ha assorbito manodopera immigrata, obbligando governi di ogni colore a varare ben sette sanatorie in 25 anni, fino al 2012, in seguito il sistema economico ha comunicato a lungo il messaggio di una sospensione della domanda di nuovi lavoratori. Persino i ricongiungimenti familiari hanno risentito dell’avversa congiuntura economica e le stesse nascite da genitori immigrati sono calate. 

La crisi pandemica ha richiesto però nel 2020 una nuova sanatoria, anche se limitata ai lavoratori e lavoratrici agricoli e domestico-assistenziali. La ripresa successiva ha riavviato la domanda di un consistente numero di nuovi ingressi di lavoratori, anche per il concomitante inaridimento dei bacini di manodopera nei paesi comunitari dell’Europa Orientale, che per circa vent’anni avevano rivestito un ruolo preminente nel rispondere ai fabbisogni di manodopera dell’Europa Occidentale. 

Un problema su cui riflettere è dunque la divaricazione tra realtà e rappresentazione, l’attenzione selettiva verso una sola componente dei processi migratori, quella dei rifugiati, la confusione tra asilo e immigrazione in generale. Arrivi molto visibili, certo drammatici ma anche drammatizzati, hanno occupato il centro della scena, offuscando le altre componenti, molto più rilevanti, di un universo complesso e sfaccettato come quello delle migrazioni. Per dare qualche termine di paragone, a fronte di 400.000 rifugiati, gli immigrati titolari di partita IVA sono più di 600.000, le persone che lavorano presso le famiglie italiane sono stimate in circa 1,6 milioni, gli studenti stranieri nelle scuole sono circa 870.000.

Per di più, gli sbarchi (circa 150.000 nel 2023, meno della metà nel 2024) si traducono solo in parte in richieste di asilo in Italia: come in passato, l’Italia (e la Grecia) svolgono un ruolo di ponte per il transito verso altri paesi, che le stesse autorità pubbliche non hanno interesse a fermare.

Semmai dal 2015 (accordo europeo per l’istituzione dei cosiddetti hotspot alle frontiere) il transito è diventato più difficile, e i paesi dell’Europa centro-settentrionale fanno pressione perché i rifugiati vengano identificati e accolti nei paesi di primo approdo, anche prelevando forzatamente le impronte digitali. Gli accordi di redistribuzione faticosamente raggiunti nell’autunno 2015, e non con tutti i paesi membri dell’Unione europea, di fatto non sono stati onorati, e sono stati recentemente rilanciati dal nuovo Patto per l’immigrazione e l’asilo, definito (ma non ancora approvato) nel dicembre 2023. 

In Italia la gestione dell’asilo continua a oscillare tra l’idea di un’“emergenza” da fronteggiare con interventi straordinari e quella di un fenomeno che va affrontato mediante l’allestimento di un “sistema” organico di accoglienza (Marchetti, 2014).

Pur con queste precisazioni, l’enfasi sulla necessità di contenere i flussi non deriva da un’analisi obiettiva dei dati, ma dall’impatto che ha sull’opinione pubblica la visione televisiva dei salvataggi, dei naufragi e degli sbarchi sulle coste delle regioni meridionali. Alcuni attori politici si sono impadroniti dell’argomento, facendone materia di polemica e propaganda. 

Meloni ha recentemente rilanciato la leggenda dell’Italia “campo profughi d’Europa”: un’affermazione contraddetta dai dati Eurostat, secondo cui nel 2024 la Germania ha ricevuto 237.000 richieste d’asilo, la Spagna 166.000, l’Italia 159.000, come la Francia. I richiedenti asilo non arrivano soltanto dal mare. Sbagliato ed enfatico anche parlare di un’emergenza senza precedenti. Nel 2015 e 2016 nell’UE le richieste di asilo hanno superato il milione: 1.321.000 nel 2015 e 1.259.000 nel 2016, a causa soprattutto della guerra in Siria e della fuga di chi poteva da quel martoriato paese, ed è stata la Germania ad accoglierne gran parte. In Italia nel 2014-2017 gli sbarchi hanno superato sempre le 100.000 unità all’anno, prima dei controversi accordi con la Libia.

D’altro canto, l’approdo dal mare di persone in cerca di asilo ha tutte le caratteristiche per scatenare le ansie e i fantasmi delle società riceventi: si tratta di stranieri che arrivano senza chiedere permesso e senza essere stati invitati, non hanno regolari documenti, e per di più una volta sbarcati chiedono assistenza e non possono essere respinti. Il vulnus nei confronti dell’idea di sovranità nazionale, di controllo dei confini e di sicurezza nei confronti di intrusioni dall’esterno non potrebbe essere più clamoroso.

Dobbiamo tuttavia mantenere fermo un punto: benché parole d’ordine come sovranità, confini, nazione, sembrino oggi prevalere, un altro sguardo è possibile, e una diversa visione dei diritti umani e della solidarietà è tutt’altro che sconfitta.

Riferimenti bibliografici

Ambrosini M. (2019). Famiglie nonostante. Come gli affetti sfidano i confini. Bologna: Il Mulino.

Ambrosini M. (2020). L’invasione immaginaria. L’immigrazione oltre i luoghi comuni. Roma-Bari: Laterza.

Ambrosini M. (a cura di) (2023a). Rifugiati e solidali. Bologna: Il Mulino.

Ambrosini M. (2023b). Stato d’assedio. Come la paura dei rifugiati ci sta rendendo peggiori. Egea: Milano.

Ambrosini M. e Campomori F. (2024). Le politiche migratorie. Bologna: Il Mulino.

Boccagni P. (2024). Vite ferme. Storie di migranti in attesa. Bologna: Il Mulino.

Bonizzoni P. (2023). Impegnati ad accogliere. Volontari e migranti oltre le crisi. Milano: Ledizioni.

Faist, T. (2018). The Transnationalized Social Question: Migration and the Politics of Social Inequalities in the Twenty-First Century. Oxford: Oxford University Press.

IDOS (2023). Dossier statistico immigrazione. Roma: Centro studi e ricerche Idos.

IDOS (2024). Dossier statistico immigrazione. Roma: Centro studi e ricerche Idos.

Lucchesi D. e Cerase A., Da “angeli del mare” a “complici dei trafficanti”: la politicizzazione del discorso sovranista contro le ONG umanitarie. Mondi Migranti 17(2): 153-190.

Marchetti, C. (2014). Rifugiati e migranti forzati in Italia. Il pendolo tra ‘emergenza’ e ‘sistema’. REMHU – Rev. Interdiscip. Mobil. Hum., 22(43): 53-70.

Pugliese, E. (2018). Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana. Bologna: Il Mulino.

UNHCR (2023). Global trends. Forced Displacement in 2022, Copenhagen: UNHCR Global Data Service.UNHCR (2024). Global trends. Forced Displacement in 2023, Copenhagen: UNHCR Global Data Service.