Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2025
Giovanni Leoni, un irriverente migrante di ritorno
16 Settembre 2025

Una storia di migrazione “fortunata” di fine Ottocento

Giovanni Leoni, in letteratura Torototela, fortunato migrante sbéfard e uomo di genio, illumina una pagina di storia dell’Ossola di fine Ottocento. Nasce a Domodossola nel 1846 e a 24 anni emigra con il fratello Costantino a Montevideo dove crea la “Leoni Hermanos”, un proficua attività commerciale in tessuti e generi vari. Compra una nave con quindici uomini di equipaggio e naviga le fredde acque della Patagonia trasportando ogni genere di merce. Viaggi in quel “mondo al confine del mondo” tanto di moda oggi. 

In una poesia matura, Giovanni Leoni così ricordò quella lontana scelta giovanile: “Senza pensag né set né vot / Ul mei di tucc l’è fa fagott, / passà ul poz grand da sciuma a fund / scercand fortuna int’un alt mund,”

Nel 1886 Giovanni Leoni liquida l’azienda e rientra in Italia dove vive di rendita fino alla morte. In inverno vive a Domodossola, Bologna e Torino dove frequenta assiduamente la borsa valori. In estate vive a Mozzio dove, via via, trascorrerà soggiorni sempre più prolungati fino a stabilirvisi definitivamente.

Nel 1891, durante un viaggio a Roma, scrive la prima poesia dialettale (“L’Olèta”) che invia all’amico parroco di Mozzio, don Gaudenzio Sala. Le sue poesie verranno pubblicate nel 1929 dal nipote Camillo Boni con il titolo di “Rime Ossolane”. Nelle sue poesie, con l’uso del vernacolo come orgoglio identitario locale (in assoluto il più grande poeta dialettale ossolano), la libertà dal bisogno diventa libertà del pensiero. Lui, che aveva visto il mondo e le grandi città, sferzava con pungente ironia le piccole miserie di un mondo provinciale, che si sarebbe aperto solo con la galleria del Sempione e il passaggio dell’Orient Express. 

Tra l’8 e il 27 marzo 1902 Giovanni Leoni compì la traversata dell’Atlantico da Genova a Montevideo a bordo del piroscafo “Duca di Galliera” per recarsi in Uruguay a sistemare alcuni affari. Durante la navigazione, scrisse lunghe lettere alla moglie Ida, rimasta a Torino. I manoscritti furono consegnati, dopo la morte del poeta, dalla famiglia al cugino Ottorino Coppetti Burla che li pubblicò nel 1956 su “Ecos Ossolanos”, annuario degli emigrati ossolani in Argentina e ancora inediti in Italia. Alcuni estratti del “diario”, in realtà un breve saggio su una traversata atlantica, aprono una finestra sulla sensibilità letteraria di Torototela. E paiono oggi di struggente e drammatica attualità.

17 marzo 1902 – Equatore.

Dirò qualche cosa dei passeggeri di terza classe, che sono circa 800; di quelli circa 600 vanno a Santos come emigranti cui paga il viaggio il Governo del Brasile; il resto, meno una quindicina che scenderanno a Montevideo, va a Buenos Aires. Finora ho passato una volta sola il limite che li separa da noi, per andare dal Commissario. E’ sempre lo stesso spettacolo di mercanzia umana pigiata sulla coperta a gruppi che si formano per selezione spontanea fra comprovinciali; sono sempre gli stessi caffoni pezzenti e sporchi, gli stessi bambini cenciosi, le stesse donne dal volto sparuto e le sottane luride. 

Alla mattina, per misura igienica, sono obbligati a salire tutti sopra coperta, lasciando i dormitori vuoti; se qualche pigro si rifiuta col pretesto di sentirsi indisposto, lo si minaccia coll’infermeria, parola magica per la quale hanno tutti grandissima repulsione, quindi i dormitori, che durante la notte si viziano con profumi innominabili, sono arieggiati e disinfettati. … Al tramonto del sole le donne si ritirano nei loro dormitori; la moglie lascia il marito, la figlia il padre; separazione completa di sessi; invece fra noi (in prima classe, ndr) colle ombre crepuscolari aumentano i teneri accoppiamenti. 

Giacché parlo di giustizia distributiva aggiungerò che non ho mai saputo spiegarmi perché si esiga per espatriare il passaporto ai passeggeri di terza classe e non a quelli di prima e seconda. Secondo me quella del passaporto è un anticaglia odiosa ed inefficace che dovrebbe essere completamente abolita in un paese che vanta leggi liberali. Ma poiché vi saranno delle ragioni accettabili per conservarla, non è men vero che sono sempre viaggiatori di prima classe i farabutti in guanti gialli che scappano all’estero dopo un fallimento doloso, od un grosso ammanco di cassa che più dei poveri emigranti, ai quali la spesa del passaporto riesce onerosa, meriterebbero di essere sorvegliati dalla polizia. 

23 marzo

Ho assistito alla scena compassionevole dello sbarco dei 600 emigranti che vengono a spese del Brasile ad ingrossare il numero degli schiavi bianchi che rimpiazzano i neri ora liberti. Un gran barcone si accosta al “Duca” e davanti ad una Commissione ad hoc che ne fa la revisione succede il trasbordo di quelle povere famiglie. Alcune decenti, ma la maggior parte nella più squallida miseria; bambini cenciosi; donne in avanzata gravidanza, uomini giovani e taluni vecchi da muovere a compassione pensando al duro lavoro che sotto la sferza del sole equatoriale dovranno sopportare quei meschini; e tutti coi loro luridi fardelli di stracci, unico patrimonio che portano dalla patria già tanto lontana.   

Quasi a compensare i suoi scritti sbefard, vi fu l’impegno nella sezione di Domodossola del Club Alpino Italiano, la sesta costituita in Italia. Il CAI allora fu uno dei centri propulsori per la costruzione di quell’identità nazionale e di “sentire comune” che fu il completamento dell’impresa risorgimentale e del processo unitario. Con lui, presidente della sezione nei primi anni del Novecento, operarono uomini del calibro di Alfredo Falcioni, Giorgio Spezia, Giacomo Trabucchi, Enrico Bianchetti, Giuseppe Barbetta. Questo pugno di uomini costituiva la classe dirigente ossolana del tempo. In questo ruolo Giovanni Leoni fondò la “Pro Devero”, associazione ambientalista ante litteram di straordinaria attualità, e la “Pro Cistella” impegnata nella costruzione di un rifugio sulla vetta della montagna. 

Su Ecos Ossolanos del 1946, annuario degli emigrati ossolani in Sud America, comparve questo scritto, quasi l’epitaffio di una vita. “E perché mai torototela? Secondo l’abate Antonio Stoppani, autore del famoso libro “Il Bel paese”, torototela erano chiamati quei girovaghi lirici, specie di trovatori, menestrelli, che andavano cantando e recitando versi improvvisati, naturalmente strambi e ridicoli, rime allegre e buffe, talvolta mordaci e satiriche, accompagnandosi magari dal suono disarmonico e stonato di una specie di violino ricavato da una zucca vuota, con un’unica corda di trippa e coll’aiuto d’un archetto improvvisato. Questi poeti girovaghi andavano di paese in paese, vivendo una vita nomade e accettando sulle pubbliche piazze l’offerta degli ascoltatori.”

Virginia Maulini, in una preziosa memoria del 2002, approfondisce il ruolo del dialetto come strumento di poesia. “Ma il merito, la caratteristica, al di là di quel che dice, è come lo dice. Perché la sua lingua è il dialetto; il dialetto di ginevrit. Solo un poeta, che torna al paese come un Ulisse, poteva riannodare la parola al segreto della terra, per rendere durevole il mondo di quel dialetto.” 

Come nasce e come muore un poeta? 

In una lettera, datata Torino 22 settembre 1917 (tre anni prima della morte), al cugino Ottorino Coppetti Burla, console dell’Uruguay in Argentina, nella cittadina di Mercedes (Peia, Buenos Aires), Giovanni Leoni scrive: “Quando l’uomo si mette a riposo del lavoro che gli permette di godere il papato del pensionato, come lo chiamava il Giusti, per la tendenza che ha sempre avuto all’attività, si procura qualche piccola occupazione che gli serva di svago nelle ore d’ozio. Chi si fa agricoltore, chi orticoltore, chi si dedica ai fiori, chi alla caccia, chi alla pesca ecc. Io, senza accorgermi, mi feci rimatore dialettale”. … “Da due anni, ossia da quando la sventura è entrata in casa nostra (la malattia della moglie Ida, ndr), prendendovi sede stabile, la zucca di Torototela trovasi trascurata fra los cachivaches (le cose vecchie, ndr) fuori d’uso, le corde rallentate danno un suono scordato, l’archetto non risponde più alle sue funzioni, e se il vizio inveterato mi mette di tanto in tanto la penna fra le mani, il sorriso d’una lepidezza termina tosto in lagrime silenziose. …”

Lui, uomo ricco e affermato, cantava la fine del suo alter ego poetico con versi assoluti: “L’era là int’un canton squasi scur / Su la paia, voltà vers ul mur / Com la testa pugiàa su’n toch d’legn / Com i brasc incrosà sora ‘l pet, / fin da quand lo ha sentì l’agonia / ui stringeva par dì: “tuchei mia / ul me tutt, la me zuca e l’archet. / La sò fin natural l’era quèla: / fàa ghignà par un sold la marmaia / e murì còm un can su la paia; / pòvar diavul d’un torototela!”.