Quest’estate, durante una breve vacanza in Sicilia, ho avuto il piacere di visitare Gibellina, un museo a cielo aperto e un esempio unico di come la cultura può costruire e ri-costruire comunità. La sua storia, segnata dal tragico terremoto del Belìce del 1968, è un inno alla resilienza e alla mobilitazione culturale. Non si tratta solo di una ricostruzione materiale, ma di una vera e propria rinascita attraverso l’arte.
La prima tappa del mio pellegrinaggio è stata, inevitabilmente con quello che resta di Gibellina Vecchia. Qui, l’impatto del terremoto è cristallizzato in un’opera d’arte maestosa e struggente: il Grande Cretto di Alberto Burri. L’artista, invitato dall’allora sindaco visionario, Ludovico Corrao, decise di non rimuovere le macerie, ma di inglobarle in un sudario di cemento bianco. Passeggiare su quel labirinto di fenditure, che ricalca l’antico impianto urbanistico della città distrutta, è stata un’esperienza potente. Le crepe nel cemento, alte circa un metro e sessanta, sono come le ferite di una memoria collettiva, i vicoli di un paese che non c’è più, trasformati in un monumento eterno al dolore e alla vita che fu. Non è un’opera da osservare, ma da attraversare, sentendo sotto i piedi il peso di ottantamila metri quadrati di storia e Land Art.
Lasciando il silenzio imponente del Cretto, mi sono diretto verso Gibellina Nuova, il centro abitato ricostruito a pochi chilometri di distanza. L’intenzione di Corrao era chiara: utilizzare l’arte come motore di ricostruzione sociale e identitaria. Gibellina Nuova è stata concepita come una città-laboratorio, un museo en plein air dove l’urbanistica e l’architettura si fondono con la scultura e l’installazione.
Varcando la Stella d’ingresso al Belìce di Pietro Consagra, un’enorme scultura d’acciaio che funge da portale, si entra in un paesaggio urbano straniante e utopico. Grandi nomi dell’arte e dell’architettura internazionale risposero all’appello: da Arnaldo Pomodoro a Mimmo Paladino, da Franco Purini e Laura Thermes a Joseph Beuys. L’arte non è confinata in musei chiusi (sebbene il MAC – Museo di Arte Contemporanea sia un punto di riferimento e un’occasione per capire il progetto e la città), ma si riversa nelle piazze, lungo le strade, integrandosi nel tessuto quotidiano. Il Sistema delle Piazze di Gibellina Nuova, con le sue architetture audaci e le sculture disseminate, testimonia questa scommessa sulla cultura come fondamento della comunità.
Quello che dispiace è vedere le vie di questa città rinata praticamente deserte, voglio sperare per l’afa di luglio e il richiamo del mare. Confidiamo che la recente nomina a Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026 porti Gibellina all’attenzione che merita.Nonostante le difficoltà e le incompiutezze, come spesso accade ai grandi progetti utopici, la visione di Ludovico Corrao – fare della cultura la principale infrastruttura per il futuro – dona comunque un segno indelebile. Questa mobilitazione, nata dal dramma, ha trasformato Gibellina in un simbolo di speranza e riscatto. Questa città ci insegna che, di fronte alla distruzione, l’atto di ricostruire può diventare l’occasione per re-immaginare sé stessi, facendo dell’arte non un abbellimento, ma l’essenza stessa della rinascita di un popolo. È la dimostrazione che una comunità, armata di creatività e memoria, può davvero costruire il proprio futuro.







Nella foto di copertina il Cretto di Burri. Nelle foto qui sopra alcune delle opere d’arte che caratterizzano la citta di Gibellina, il MAG e una vista della città rasa al suolo dal terremoto. Scatti di Cristina Barberis Negra
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