Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2026
Gianni Rodari il pacifista
24 Settembre 2026

“Quanto piccola è la Terra: non c’è posto per fare la guerra”

“Ciao a tutti: c’è uno con un imbuto che mi ficca il tempo in gola a viva forza, giorno e notte non finisce mai di travasare ore e anni dalla sua damigiana nel mio stomaco. Ci vuole un bello stomaco per stare al mondo, va…”

Aveva 53 anni Gianni Rodari quando scrisse queste ironiche parole per descrivere il tempo che scorre inesorabile e non ti dà tregua, gli anni che si accumulano nel tuo corpo cambiandolo e, nel suo caso, peggiorandone la salute. (lettera a Daniele Ponchiroli del giugno 1973 da Lettere a Don Julio Einaudi Hidalgo editorial e ad altri queridos amigos).

Se fosse vissuto in questo nostro tempo avrebbe forse proferito le stesse parole ma non solo riferendosi al tempo che passa ma a ciò che sta succedendo intorno a noi. Lui, vero e convinto pacifista, portatore di valori universali un tempo fortemente condivisi da una stragrande maggioranza della popolazione, difensore dei deboli e alla ricerca di un mondo migliore, latore di sane utopie così ben descritte nel racconto Il pianeta degli alberi di Natale, non avrebbe “digerito” facilmente questi rigurgiti di razzismo, queste manipolazioni del pensiero comune tendenti a far passare come giustificate azioni di violenza e di sopraffazione dei più deboli che pervadono la nostra società oggi, ciò che Gianrico Carofiglio ha definito in modo centrato “liquame morale”.

Tuttavia, Gianni Rodari ha sempre usato le armi dell’ironia e della creatività per esprimere la sua contrarietà alla violenza e alla guerra: nella storia “La guerra delle campane” (da Favole al Telefono) racconta di due eserciti avversari che avevano esaurito le armi, per cui i loro comandanti decisero di fondere le campane per costruire due super cannoni. Ma quando lo Stragenerale Bombone Pestafracassone e il Mortesciallo Von Bombonen Sparonen PestafraKasson ordinarono di sparare, dai cannoni uscì un concerto di campane che fece gridare alla gioia tutte le popolazioni per la fine della guerra.

Anche ne “La Torta in cielo” il suo argomento prediletto è la trasformazione delle armi da guerra; questa volta la bomba atomica che sta costruendo lo scienziato atomico Professor Zeta, per colpa di un pasticcino caduto al suo interno durante la preparazione, si trasforma in una dolcissima torta al cioccolato, che, capitata nelle mani dei bambini romani del Trullo, viene mangiata un pezzo dopo l’altro da loro e da tutti gli abitanti del quartiere di Roma. La storia fu scritta da Rodari con gli scolari della maestra Bigiaretti di Roma negli anni ’60, nel periodo della guerra fredda, quando sussistevano reali pericoli che si riaccendessero focolai di guerra tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica e le due nazioni furono coinvolte in una corsa al riarmo senza sfociare, per fortuna, in un vero e proprio conflitto.

Anche in Filastrocca di Natale scritta nel periodo della guerra fredda, Rodari fa dire a Babbo Natale:

Non vanno bene per la mia sacca
Le bombe atomiche e le bombe acca!
Bella è la pace, chiara è la via
Dite la vostra che ho detto la mia.

(Filastrocca di Natale in Filastrocche per tutto l’anno).

È mia intenzione comunque non dare per scontata la conoscenza dello scrittore Gianni Rodari da parte di tutti perché purtroppo non è così. Recentemente un ragazzo con il quale mi fermai a parlare, convinta che avesse letto qualche sua poesia o storia sui libri di scuola, lo confuse con Gianni Minà, giornalista sportivo. Pensavo che i festeggiamenti del suo centenario avessero riempito a sufficienza i giornali e le riviste d’Italia con numerosi eventi in programma nelle città del nostro paese, ma purtroppo mi dovetti ricredere. Un breve riassunto su chi era Rodari serve anche a mettere in luce la sua formazione e il suo vissuto giovanile, che giustifica il suo essere stato uomo di pace, fautore di un modo privo di odio, di violenza e di guerre.

Omegna gli diede i natali il 23 ottobre del 1920 e sulle rive del lago d’Orta, visse i suoi primi dieci anni dove frequentò le scuole di Via de Amicis fino alla quarta elementare. Una vita serena la sua, in un’Omegna laboriosa dove le industrie nascenti richiamavano già allora persone in cerca di lavoro. La sua famiglia viveva con i proventi del negozio di panetteria dove operavano il padre, la madre e il fratello maggiore Mario, nato da un precedente matrimonio del padre. Gianni e Cesare, il fratello minore, frequentarono assiduamente la chiesa e l’oratorio di Omegna spinti dalla mamma Maddalena che diede loro un’educazione severa e basata sui valori cattolici. In quel periodo ad Omegna come in altre parti d’Italia, si diffondevano sempre più le idee del partito fascista e cominciavano a nascere le prime squadracce che spesso compivano pestaggi contro gli operai comunisti, soprattutto quelli che frequentavano il Circolo della Madonna del Popolo; la paura serpeggiava tra la popolazione e la madre redarguiva i figli a non mettersi in situazioni di pericolo, soprattutto quando arrivarono a casa un giorno cantando Ven chi Nineta suta l’umbrelin che non era altro che la versione popolare di Bandiera Rossa, allora proibita e cantata di nascosto dagli operai della Cobianchi.

Ma l’esistenza tutto sommato serena della famiglia venne funestata dall’improvvisa morte del padre che segnò e mutò pesantemente la vita della madre e dei due figli minori. La panetteria fu lasciata al figlio maggiore al quale spettava di diritto e mamma Maddalena con Gianni e Cesare ritornarono in Lombardia nei luoghi di origine dei genitori. Finita la scuola elementare a Gavirate, la madre mandò Gianni nel seminario di Seveso per fargli continuare gli studi, non avendo lei i mezzi necessari; ma Gianni vi rimase solo tre anni, non avendo sviluppato una vera e propria vocazione religiosa. Tornò a Gavirate dove diventò presidente dell’Azione Cattolica a soli quindici anni e cominciò a scrivere racconti di tipo religioso. Dimostrò fin da allora una precoce maturità e una vera propensione verso la scrittura, alimentata da una inclinazione alla lettura sviluppata fin dai tempi delle elementari di Omegna e proseguita poi in seminario e alle successive Magistrali che frequentò fino a diventare maestro di scuola. Sempre in quel periodo si allontanò dal gruppo dell’Azione Cattolica gaviratese vuoi per gli impegni di studio e vuoi per un ripensamento che lo portò gradualmente a scelte di vita diverse.

Divenne istitutore in una famiglia ebrea di lingua tedesca, proprio nel periodo dell’avvento delle leggi razziali; nella biblioteca della famiglia trovò libri per ampliare la sua cultura e studiare il tedesco. Continuò poi a formarsi grazie al bibliotecario di Gavirate che gli forniva libri, allora proibiti dalla propaganda fascista, che favorirono l’avvicinamento e lo sviluppo di idee legate al comunismo.  Fu negli anni della guerra che decise la svolta e abbracciò il comunismo militante, diventando poi partigiano.

Ma il suo legame con le esperienze pregresse rimase, anzi fece di lui una persona maggiormente aperta e conciliante, riuscì a mantenere intatto quello spirito evangelico che ben si sposava con le nuove idee che si stavano formando in lui, così come scrive all’amico dell’Azione Cattolica Dossi:

“…ho trovato…di che soddisfare il mio intelletto con una filosofia giusta, che mi fa scoprire valori vecchi e nuovi e dà un senso positivo e attivo alla mia presenza nel mondo…” Lettera a Dossi del 28 dicembre 1946 in Gianni Rodari a Gavirate: gli anni giovanili.

Un esempio di questa apertura e mancanza di settarismo fu l’incontro con l’artista Mario Sironi durante le fasi di un pattugliamento partigiano nei pressi di Como. Rodari riconobbe l’artista, notoriamente sostenitore del fascismo, e nella sua autobiografia raccontò di avergli firmato il lasciapassare in nome dell’arte; il medesimo episodio è raccontato e confermato anche nella biografia di Sironi pubblicata sul sito della Associazione che ne promuove le opere.

Dopo la guerra Gianni Rodari divenne giornalista di Ordine Nuovo e poi nel 1947 si trasferì all’Unità di Milano. Qui cominciò a inventare filastrocche per tutti scrivendole sui tavoli e sui muri dell’ufficio, così come racconta Fidia Gambetti allora direttore del giornale. Nel 1949, gli venne affidato dall’Unità il compito di stendere una pagina domenicale di intrattenimento per i bambini. Le filastrocche personalizzate diventarono un consueto modo di operare seguendo le richieste dei bambini o dei genitori che gli scrivevano.

Chiede un bambino: Perché l’arcobaleno esce quando piove? Risponde Rodari restituendo la spiegazione scientifica, accanto a quella poetica:

Generale Temporale,
la battaglia è terminata:
per i tuoni e per i fulmini
fa’ suonar la ritirata.
Vittorioso già s’avanza
Tra le nuvole il Sereno,
sventolando con baldanza
la bandiera arcobaleno. 

Altra domanda recita: Perché gli scienziati vogliono andare sulla Luna?

Risponde con la filastrocca Rodari:

Da qui si vede finalmente
Quanto piccola è la Terra:
non c’è posto per fare la guerra,
statevi in pace, gente con gente.

Dalla domanda: Perché al Polo Nord fa sempre freddo?

Rodari risponde da poeta:

Quando la pace brillerà
Su tutta la terra come un sole
Forse anche il Polo fiorirà
Di margherite e di viole.
Nel paese dei pinguini,
spunteranno i ciclamini,
gli orsi bianchi, coi loro orsetti,
andranno a cogliere i mughetti.

(Da Il libro dei perché)

Se da un lato predilesse le filastrocche per bambini, Rodari scrisse anche poesie per adulti: emergono in queste poesie adulte problematiche politiche, sociali, ricordi, introspezioni, felicità e mal di vivere. Anche la modalità di composizione cambia, in questo caso si affida al surrealismo per comporre versi in omaggio a Prévert, uno dei maggiori esponenti del surrealismo francese teorizzato da Andrè Breton che ne scrisse il manifesto.

Io guardo un albero
Tu fumi la pipa
Egli ascolta Mozart
Noi mettiamo a letto i bambini
Voi fate l’albero di Natale
Essi fabbricano la bomba atomica.
Io vado alla partita
Tu leggi un libro giallo
Egli compra un ombrello
Noi facciamo all’amore
Voi parlate di percentuali
Essi innescano la bomba atomica
Io suono il clacson
Tu dai un pesce alla foca
Egli perde un tacco
Noi ci grattiamo un orecchio
Voi mangiate carciofi freschi
Essi lanceranno la bomba atomica.

(da Filastrocche lunghe e corte)

Se le filastrocche per bambini saranno pubblicate in vari libri, non sarà così per tutte le poesie adulte che avremo modo di conoscere solo dopo la sua morte, per sua scelta, dettata forse da timidezza ed eccessiva umiltà. Scrisse tantissime filastrocche sulla pace e sulla guerra, molte delle quali verranno pubblicate sulle antologie scolastiche e sui libri di lettura e, come dice Pino Boero, suo maggiore studioso, saccheggiate e date in pasto ai bambini da insegnanti che le fecero studiare a memoria.

Un libretto curato nel 2003 dalla Comunità Montana Cusio Mottarone e dal Parco della Fantasia di Omegna raccoglie una buona parte di quelle filastrocche, le più conosciute, non ultima Promemoria, che dà il titolo proprio al libretto; recentemente furecitata dal cantante Ghali in tre lingue, nella cerimonia di apertura delle Olimpiade invernali di Milano-Cortina.

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.

(da Il secondo libro delle filastrocche)

A proposito di Olimpiadi Rodari scrisse:

Quanto mi piace 
questa guerra fatta di pace…
Ce ne vorrebbe una all’anno,
od anche un paio:
le Olimpiadi dell’acciaio, del grano, del carbone…
Chissà quale nazione
Vincerà
Le Olimpiadi della felicità!

(da Il libro dei Perché)