Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2025
FORUM – VCO e migrazioni

Percorsi, cambiamenti e difficoltà tra il molto che c’è e il molto che manca

Hanno partecipato al Forum:

Francesca Cozzi, Chiesa Metodista di Verbania-Intra e Omegna

Maria Rosa Gnocchi, vicesindaco di Baveno con delega alle Politiche Sociali 

Giuseppe Perri, cooperativa Il Sogno di Domodossola

Cristina Saletta, responsabile del Centro per l’Impiego del VCO

Maria Zanotti, Gruppo Abele di Verbania

Per la redazione di Alternativa ha condotto Maria Pia Zocchi

L’incontro si è svolto il 4 luglio 2025 presso Casa don Gianni a Domodossola

Zocchi – Vi ringrazio di aver accettato di partecipare a questo incontro su un tema caldo, particolarmente divisivo in questo momento politico, in cui l’immigrazione viene vista come un’emergenza, non come una opportunità. Ho pensato di proporre come temi di discussione tre questioni, che saranno i tre indicatori di integrazione su cui chiederei la vostra esperienza. Avevamo invitato anche la dott.ssa Fael della Prefettura, ma purtroppo non può essere presente e ci dispiace non poter sentire una voce ‘istituzionale’ sull’argomento. Anche tutti voi che siete qui oggi avete un’esperienza diretta, in quanto svolgete un lavoro “sul campo” in quest’ambito.

Il primo punto su cui vorrei sentire il vostro parere è la situazione lavoro. Proprio qualche giorno fa leggevo che in occasione del click-day per il decreto flussi è prevista per 500mila nuove figure professionali la possibilità di entrare in Italia nei prossimi anni. Ma, secondo i dati presentati nella Campagna “Ero straniero” valutando gli effetti del decreto flussi dell’anno scorso, solo il 7,8% delle persone che sono entrate in Italia col decreto, a un anno di distanza, ha un permesso di soggiorno e un lavoro stabile. Inoltre, si evidenzia come in Italia il lavoro riservato alle persone che provengono da altri Paesi è quasi sempre poco qualificato e come, di conseguenza, le persone siano spesso sovra qualificate per il lavoro che fanno. Vi chiedo anche di quali tipi di contratto siete a conoscenza.

Saletta – “Senza i migranti non troveremmo personale”: questo è quello che sta emergendo in modo molto forte nei settori di cui ci occupiamo, ad esempio quello alberghiero. Senza questa forza lavoro nella nostra provincia a prevalenza turistica molte strutture non potrebbero aprire. Faccio anche esempi molto concreti: ad aprile abbiamo fatto un monitoraggio, erano 52 i ragazzi stranieri ospitati nel CAS di Cesara che lavoravano. Gli altri erano nei programmi GOL, li avevamo inseriti perché imparassero l’italiano. Il caso di Cesara è significativo a mio parere, perché noi abbiamo sostenuto la metà di questi ragazzi, tutti gli altri si sono arrangiati. Vi cito il caso di un ragazzo che prende la bicicletta da Cesara e va a Stresa a lavorare tutti i giorni. Colpisce la loro capacità di adattarsi e di trovarsi il lavoro: sono competenze a mio parere elevatissime, per ragazzi che arrivano da un Paese straniero, che vengono alloggiati in un posto isolato e che hanno ancora difficoltà con la lingua. Rispetto ai contratti, c’è il problema di poter restare nel CAS pur avendo un lavoro. Sono in contatto con il Comune di Omegna, che l’anno scorso ha attivato quattro tirocini per i ragazzi di Cesara e quest’anno altri due, ma uno dei ragazzi adesso è spaventato a firmare la prosecuzione del tirocinio perché dice “Se poi supero i 6.700 euro di reddito all’anno lordo, devo essere buttato fuori dal CAS!”. Mi dispiace veramente molto non poter affrontare questo tema con rappresentanti della Prefettura, perché non possiamo, come istituzioni pubbliche, prendere in considerazione la norma senza pensare a quali conseguenze poi essa porti, perché abbiamo un grosso problema abitativo. I ragazzi non trovano casa, come del resto non la trovano anche gli italiani, perché in zone turistiche la maggior parte delle abitazioni sono utilizzate come case vacanza. Il problema dei giovani migranti è questo: imparano la lingua, trovano lavoro e non possono più rimanere nei CAS, ma poi è difficilissimo trovare un’abitazione per diventare davvero autonomi. Quindi, tornando alla domanda, il tirocinio è la forma più utilizzata, ma il limite di reddito impone che chi lo superi lasci il CAS, ma questo comporta il rischio di entrare in situazioni di irregolarità. Abbiamo il caso nell’Ossola di un ragazzo che ha lavorato per due anni con un tirocinio in un’azienda che gli ha poi trovato la casa, volendo assumerlo a tempo indeterminato. Questo ragazzo ha rinunciato per non uscire dal CAS, perché sono ragazzi molto giovani e per alcuni il CAS è diventato una famiglia e sono spaventati nel momento in cui devono diventare completamente autonomi. Credo che, come istituzioni, enti privati e associazioni che lavorano rispetto all’immigrazione, dobbiamo fare ragionamenti un po’ più ampi, come abbiamo tentato di fare con la Prefettura. Un primo esempio cui fare riferimento è Como, dove il sindaco ha istituito un fondo fiduciario del Comune, che si fa garante per queste persone ‘fragili’ che chiedono di affittare un appartamento. Su una linea simile si era mossa anche la sindaca di Barcellona, altra città con affitti viziati da una grande richiesta turistica. Se istituissimo una politica di questo tipo, un proprietario di appartamento si sentirebbe più tranquillo nell’affittare a persone straniere. Inoltre, c’è anche da affrontare la questione delle qualifiche: un progetto che mi piacerebbe portare avanti, che è ancora in bozza, sarebbe la certificazione delle competenze di questi ragazzi. Adesso abbiamo un contatto con una start-up che potremmo utilizzare per fare dei test sulle diverse competenze. So inoltre che la Prefettura di Vercelli ha istituito il tavolo sulla vulnerabilità, cosa che anche qui sarebbe interessante fare. Vi anticipo che a breve con il progetto interreg KIT proveremo a fare un evento pubblico per portare l’esempio della Prefettura di Vercelli anche sul nostro territorio, perché sono convinta che l’immigrazione può essere governata in modo positivo solo se c’è una rete, e sarebbe tutto a nostro favore.

Cozzi – Oggi rappresento a questo tavolo la Chiesa Metodista di Verbania e Omegna. A Verbania c’è già una nostra casa d’accoglienza, a Omegna è in fase di ristrutturazione. Attraverso questa attività di accoglienza, pensata per le fragilità generali, come un aiuto all’abitare, è partita la scuola di italiano. Grazie a essa sono venuta in contatto con le realtà di cui si è parlato, che confermo tutte: il problema dei tirocini, il problema della difficoltà di trovare casa. Aggiungo che poi questi tirocini, pagati 600 euro al mese, consistono in un lavoro regolare di 40 ore alla settimana, che a volte però diventano anche molte di più. Quindi, per 600 euro al mese alcuni si fanno anche 10, 12 ore di lavoro al giorno. A tutela di questo aspetto c’è anche il Progetto Common-ground, però attivare controlli su situazioni così fragili è sempre difficile, perché spesso i lavoratori hanno timore di non essere più assunti da un’altra parte e questo è da tenere in conto. Come casa d’accoglienza, è difficile trovare alternative che permettano di uscire dal Centro per gli ospiti italiani, ancora più difficile per gli stranieri. Con i miei colleghi, col direttore Marco Bertollini e con l’operatore Bonomelli abbiamo cercato anche soluzioni esterne, ci sono stati anche contatti con ATC (Agenzia Territoriale per la Casa). Si potrebbe avviare un’iniziativa, anche con altri, di contatti con ATC per fare interventi edilizi, se ci sono appartamenti che possono essere ristrutturati con una spesa diciamo di 10.000 euro. Sarebbe una bella cosa provvedere alla ristrutturazione, stipulando poi da parte delle associazioni e degli eventuali enti partner un accordo in uso gratuito per l’accoglienza fino alla copertura dell’investimento. Però, su questa strada ancora non abbiamo niente di concreto, sono solo idee. Sul mercato non si trova niente, a meno che non ci si accontenti di qualche seminterrato in centro storico, umido e malsano, oppure di qualche baita montana. I nostri studenti, appena possono, con i primi soldi si comprano il monopattino o la bicicletta elettrica, perché alcuni vanno a lavorare dalla Colma a Cannobio, o da Brovello Carpugnino a Piancavallo. Ed è una difficoltà a volte insuperabile. Anche l’ente pubblico dovrebbe facilitare quel trasferimento. Bisognerebbe pensare a progetti individualizzati, da concordare con la Prefettura. Abbiamo formalizzato con il Centro per l’Impiego un tavolo, come sotto-tavolo del Consiglio territoriale per l’Immigrazione, nella prospettiva di fare dei progetti ad hoc concordati con la Prefettura per facilitare un’accoglienza diffusa in relazione ai posti di lavoro.

Perri Mi occupo di immigrazione dal 2010, prima come coordinatore in strutture di accoglienza a Roma, poi a Verbania. Oggi mi occupo di uno sportello migrazione a Verbania e di un altro in carcere. Poi, oltre che per lavoro, seguo per passione la tematica. La prima riflessione è che ad oggi, specie nella provincia di Verbania, il livello di integrazione non si misura più con il lavoro, ma con il grado di abitabilità che una persona riesce a raggiungere. Questo non vuol dire che non ci siano problemi legati al lavoro. Il problema non è tanto il tirocinio, che per molte aziende può essere anche una scelta obbligata – ed è vero che molto spesso questi tirocini si trasformano in contratti di lavoro – problemi di lavoro ci sono su altri aspetti contrattuali, perché il cittadino straniero, per lo più giovane uomo in forza, molto spesso viene reclutato anche per lavorare più di quello che è dovuto, specie nel campo della ristorazione e del turismo; ciò è frequente anche per gli italiani che fanno questo mestiere e si tratta di cittadini che conoscono molto poco quali sono effettivamente i loro diritti e anche i loro doveri. Però è già positivo che ci sia un contratto di lavoro e quindi che in poco tempo riescano ad avere una fonte di sussistenza. Davvero drammatica è però la questione abitativa, anche perché, di conseguenza, paradossalmente, puoi creare un ghetto di case-dormitorio. Residenze fittizie, ospitalità fittizie, dove stranieri pagano altri stranieri per ottenere la residenza e riuscire poi a rinnovare il permesso di soggiorno. Perché non è solo il lavoro a garantire una continuità di soggiorno regolare, è, purtroppo, anche una questione di residenza anagrafica che consente il riconoscimento civile della persona che vive in un territorio. E poi diventano anche quelle notizie che vanno a irrobustire un racconto di immigrati che vivono in 20 in una casa, perché non vogliono pagare l’affitto. Non è assolutamente così, sarebbero ben felici di avere una casa da condividere solo con la famiglia e di integrarsi anche da quel punto di vista. Paradossalmente, è quasi più facile acquistarla che non averla in affitto. Magari spostandosi fuori Verbania, si può comprare una casetta a condizioni accessibili. Sul discorso accoglienza diffusa, credo di essere stato, con la struttura che gestiva il CAS di Sant’Anna, tra i pionieri di una proposta che poi con la Prefettura allora si concretizzò: ho avuto esempio di ragazzi che lavoravano fuori Verbania ed avevano trovato famiglie pronte a ospitarli. E io come ente gestore ho sottoscritto un contratto di accoglienza con queste famiglie, cui davo parte della quota prevista per l’accoglienza di quella persona. Tutto questo registrato poi in Prefettura; mi è capitato anche che con un albergatore, prima per uno, poi per due ragazzi che lavoravano a Ghiffa, si sia utilizzata questa formula, accettata dalla Prefettura. Tra l’altro, questo albergatore rinunciò alla quota parte di ospitalità che non presi nemmeno io come gestore, ma che risparmiò la Prefettura, noi praticamente fornivamo solo il servizio di mediazione, di accompagnamento agli uffici esterni, questura e sanità, insomma. Non so adesso quali siano i limiti imposti dalle nuove convenzioni con le prefetture, però il margine per l’accoglienza diffusa credo ci sia.

Zanotti – Il Gruppo Abele gestisce, da dieci anni, un CAS misto, uno dei più piccoli, dove accoglie mamme con bambini, donne e maschi single, e una succursale di soli pakistani, dislocata a Cresseglio. Questo è stato il mio primo impatto con l’immigrazione, con tutto quello che è connesso: istituzioni, lavoro, eccetera. Poi, negli ultimi anni, da lì è nata una serie di progetti che gestiamo con le cooperative Il sogno, La Bitta per il progetto Common-ground, il Centro per l’Impiego, altri enti che si occupano di anti-tratta con il progetto Anello forte 4 e 5, che intercetta parte della vulnerabilità connessa a queste storie di migrazione, a sostegno delle vittime di sfruttamento sessuale o lavorativo e qualche progetto minore. Sta diventando significativo, infatti, il lavoro nel tessuto sociale svolto da parte del Consorzio dei Servizi Sociali di Verbania e degli enti che lavorano da anni su questo tema sul territorio per le fasce deboli, in considerazione delle loro vulnerabilità legate alla lingua, all’abitazione, eccetera. C’è poi un aspetto nuovo, ci sono le famiglie dei migranti che attraverso questi progetti conoscono i Servizi Sociali. Per dare risposte ai vari bisogni emersi, il Consorzio ha aperto quindi uno sportello legale, noi abbiamo appena aperto uno sportello di mediazione culturale.

Passando al tema ‘lavoro’, sottoscrivo tutto quello che è stato detto prima. Aggiungo solo che ho notato un cambiamento abbastanza recente, c’è stato un pre-COVID e un post-COVID: fino ad aprile prima del COVID non era facile per le persone trovare il lavoro. Dopo, forse con il bisogno di ripartenza, è aumentata molto l’offerta e quindi quasi tutti hanno trovato lavoro; la difficoltà maggiore l’hanno le donne, non le donne singole, che lo trovano abbastanza facilmente, ma le donne con bambini, perché fanno fatica anche a frequentare la scuola. È nata così la scuola per mamme. Le donne coi bambini si trovano in difficoltà, comunque, a gestire i figli, sia quando sono nel Centro, sia quando ne escono, perché qui non c’è la cultura africana: ci sono regole, diritti per i bambini, ma le donne fanno fatica a capire i diritti e i doveri loro e dei bambini, perché sono abituate a gestire in un altro modo i loro figli, in Africa li affidano alla comunità e loro possono fare altro. Stanno cercando, anche con la nostra spinta, di trovare forme di comunità simile alle loro, cercando di formare delle ‘semi comunità interne’, per occuparsi dei bambini, per trovare lavori che permettano loro di rendersi autonome. Uno dei problemi dei CAS è che alcuni si fermano per 2, 3, 4 anni, perché è difficile sradicarsi di nuovo, una volta trovato un equilibrio. Di fatto, quando hanno ottenuto la protezione se ne devono andare. Ricordo che a dicembre ci è stato comunicato che il primo gennaio dovevano lasciare il CAS tutti quelli che avevano ottenuto la protezione internazionale speciale. Così, mi sono trovata tra la sera e la mattina a dover cercare soluzioni, sia per chi lavorava, sia per chi non lavorava. Chi lavorava, rischiava di perdere il lavoro, chi non lavorava, senza casa doveva chiedere un’accoglienza di secondo livello (SAI), nella quale però spesso non c’erano posti liberi vicini, quindi, piuttosto che finire di nuovo sballottati in giro, alcuni hanno rinunciato e qui mi trovo a ripetere quanto detto da chi mi ha preceduto, sulla compravendita di residenze, con 10-15 residenti nello stesso posto. Alcuni vanno via, magari anche lontano, però se non riescono a trovare altrove la residenza, ritornano. Con la residenza, fuori dai CAS, cominciano i problemi.

Rispetto al tipo di contratto, adesso mi sembra che i ragazzi ospitati nei CAS siano meno disposti ad accettare tirocini, perché temono che per la Commissione il tirocinio non sia considerato un lavoro continuativo, oltre al timore già spiegato in precedenza, di sforare il tetto di reddito, ma con uno stipendio non adeguato al costo della vita. Devo dire che l’orientamento delle Commissioni non è sempre prevedibile, mi sono fatta l’idea che l’accoglienza delle domande di protezione speciale per integrazione lavorativa e linguistica vari a seconda delle necessità del mondo del lavoro. Adesso quasi tutti trovano un lavoro, prevalentemente stagionale. E mi sono fatta l’idea che siano più consapevoli rispetto alle opportunità lavorative grazie a una sorta di ‘comunità dei CAS’, cioè di ragazzi usciti dai CAS che aiutano quelli che sono nuovi arrivati. Quindi sanno muoversi meglio anche sulle possibilità di lavoro, sui diritti. Inoltre, ora possono avvalersi anche di strumenti utili, come il progetto Common-ground e anche il lavoro fatto dai due Centri per l’Impiego: così sono molto più attenti anche ai diritti, oltre che ai doveri e vengono a chiedere aspetti molto specifici sui contratti, ma anche su come devono comportarsi nel caso ci siano irregolarità. Però di certo ho notato una consapevolezza sempre maggiore sul tema lavoro. Ultimo aspetto che stiamo notando è il raggruppamento di comunità linguistiche e di nazionalità che si orientano attraverso il passaparola tutte in determinate sedi o tipologie di lavoro (pulizie, ristorazione…), quasi fosse un “Centro per l’impiego” auto-organizzato gestito dalle varie comunità.

Gnocchi A Baveno sarà attivo un centro di accoglienza, che aprirà il 23 luglio, un CAS che accoglierà donne e minori, famiglie di rifugiati e richiedenti asilo, con una convenzione con la Prefettura del VCO. Ci sono stati rallentamenti dal punto di vista burocratico, non imputabili all’amministrazione comunale, ma ora si parte. Il progetto è nato da una struttura che non è comunale, ma è del Circolo Legacoop. Quando c’era stata una manifestazione d’interesse fatta dal Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano, l’associazione del circolo si era offerta di prestare la struttura perché potesse essere ristrutturata e utilizzata come CAS. Il progetto, sostenuto dalla Fondazione Cariplo per integrare per tre anni la quota base data nei CAS, coinvolge diversi attori: la Cooperativa Il Sogno e tre associazioni importanti di Baveno, il Circolo ARCI, l’Associazione di Solidarietà Sociale e la Caritas. Prevede anche l’intervento del Centro per l’Impiego, di mediatori, di uno psicologo, di assistenti sociali. Ad oggi la struttura è finita ed è pronta e si presta molto bene. Il progetto è denominato Comunità Futura; sono pronte cinque stanze al Circolo: sono ampie, adesso si parla di ospitare 20, 22 persone, ma potenzialmente ci starebbero sei persone per ogni stanza, con tre bagni completamente nuovi e una sala. Questo locale principale, che è molto grande, rimane anche per la comunità, il che vuol dire che sono auspicabili progetti di scambio, di integrazione; è previsto come luogo di incontro e credo che questa sia una valenza importante. Posso aggiungere che il parroco di Baveno sta utilizzando un altro bando Emblematico Cariplo per ristrutturare dei locali della parrocchia, dai quali vorrebbe ricavare dei piccoli appartamenti, proprio per quei lavoratori stagionali, anche stranieri, che non sanno dove andare. Parlando come amministratore, teniamo presente che ci sono due punti di vista: da una parte ci sono gli albergatori che richiedono manodopera, anche straniera, quindi, c’è Federalberghi che ha sostenuto questo progetto, dall’altra ci sono cittadini che hanno paura che si ‘rovini’ l’immagine di Baveno. Peraltro, quella struttura è talmente bella di suo, è una villa con un bello spazio verde intorno dove potrebbe esserci anche un piccolo parco giochi per bambini, è un’opportunità per incontrarsi e conoscersi. Credo che sia importante questo primo passaggio, perché è giusto cominciare con questo tipo di accoglienza, a mio parere un modo efficace per riuscire ad aprire le comunità, e superare i pregiudizi, che, nel momento in cui cominciano ad interagire, si dissolvono: Baveno ha il 10% di abitanti stranieri da trent’anni, quindi, non è certo lo straniero che preoccupa. C’è veramente un enorme pregiudizio culturale, credo ci sia proprio da lavorare tanto su questo aspetto. Penso che si debba andare avanti con coraggio e poi l’incontro aiuta; il Comune da parte sua contribuisce tramite il Consorzio, questo si chiama sussidiarietà istituzionale… speriamo che sia anche un piccolo progetto pilota. Noi come Comune, ovviamente abbiamo dato la totale disponibilità a integrare i nuovi arrivati, per esempio inserendo al nido e nelle scuole i bimbi.

Cozzi – Vorrei intervenire su questo, sottolineando che è un’ottima cosa che ci sia un luogo d’accoglienza così a Baveno, come potrebbe essere a Stresa o com’è a Gravellona, perché sono luoghi centrali, dove c’è il lavoro. Sarebbe bello che in questi luoghi, o liberandosi posti in altri centrali, potessero ritornare quelli che sono stati esiliati a Brovello Carpugnino, una sede molto decentrata, tanto che, per esempio, dato che la domenica non c’è l’autobus, le persone che lavorano in albergo a Stresa non possono raggiungere il posto di lavoro. O hanno un letto in albergo, ma non tutti i datori di lavoro offrono questa possibilità, o rischiano di perdere il lavoro, quindi, è da sostenere grandemente l’idea che i centri di accoglienza siano in centri abitati dove c’è lavoro, dove ci sono i mezzi di comunicazione, dove, casomai, il lavoro da fare è con la popolazione.

Saletta – Riguardo a questo aspetto, vorrei portare un altro spunto di riflessione: ieri abbiamo avuto a Novara un incontro e le colleghe dei Servizi Sociali di Novara e dei vari centri di accoglienza ci dicevano che hanno un grosso problema con i minori non accompagnati per l’inserimento nelle scuole, perché sembra che a Novara le scuole siano tutte strapiene. Allora mi chiedo se noi, che abbiamo delle scuole di montagna che stanno chiudendo in seguito al calo demografico, non potremmo avere degli spazi nelle scuole per garantire a tutti i minori il diritto all’istruzione.

Cozzi – Vorrei aggiungere una criticità che non ho evidenziato prima. I migranti accolti all’Ostello di Pallanza, poi trasferiti a Brovello Carpugnino per liberare le stanze dell’Ostello, non avevano ottenuto la residenza ma, in quanto ospiti di un hotel, avevano solo l’ospitalità. Ora, se vogliono mandare denaro in Africa, alla famiglia, devono chiedere a qualcun altro che ha la carta d’identità di farlo, perché il sistema non accetta altri documenti, ci vuole un documento di identità. Se hanno bisogno dei servizi sociali per una protesi, c’è bisogno della residenza, non basta l’ospitalità e io l’ho segnalato al viceprefetto. È stato promesso che chi rimaneva all’ostello e chi si trasferiva a Brovello avrebbe avuto la residenza, però i ragazzi ancora oggi non ce l’hanno.

ZocchiPassiamo ai due punti successivi, che in parte abbiamo già trattato: in base alla vostra esperienza, che cosa si può aggiungere a quanto ha già detto Maria sul tema dell’accoglienza relativa al genere, riguardo al fatto che, nonostante le donne arrivate in Italia siano numericamente più degli uomini ‘stranieri’ in Italia, sono in molti casi invisibili? Molte donne, soprattutto mamme che devono accudire i bambini, non possono iscriversi a scuola, non cercano nemmeno un lavoro e non cercano dei corsi. A vostro parere, come si potrebbe ridurre questa passività indotta da un sistema che è molto diverso rispetto a quello che vige in Africa? Una donna con figli in Africa può contare su una comunità. Qui invece, molte donne mi dicono che patiscono l’essere relegate in casa con i piccoli. E che idea avete su un altro aspetto importante, quello dell’accessibilità a corsi per imparare la lingua italiana, indispensabile per l’integrazione?

Saletta Devo dire che sono talmente invisibili che noi al Centro per l’Impiego ne vediamo pochissime, prevalentemente ucraine. Proprio per questo motivo stiamo facendo dei progetti con Formont e con VCO Formazione rivolti alle donne. Formont ha avviato per loro corsi di italiano e anche di piccola sartoria, con servizio di baby-sitting tra di loro. Hanno coinvolto donne già presenti da parecchio tempo in Italia, che però non parlavano italiano. La stessa cosa stiamo facendo con VCO Formazione a Gravellona Toce. Rileviamo che, a fronte di una richiesta pressante di persone che vorrebbero imparare l’italiano, da un punto di vista istituzionale i corsi ci paiono inadeguati e penso che, se non ci fosse il mondo del volontariato a sostenere queste iniziative, saremmo in grossa difficoltà. Abbiamo, è vero, i corsi di italiano sul programma GOL, però saranno attivi solo fino alla fine dell’anno, possono essere fatti solo per le persone iscritte al Centro per l’Impiego e sono comunque dei corsi brevi, di 60, 80, 90 ore al massimo. Quello che fanno le associazioni di volontariato è un lavoro enorme, bisognerebbe riuscire a fare in modo che venisse poi riconosciuto con una certificazione di competenze per l’acquisizione del permesso di soggiorno o per la cittadinanza.

Cozzi Volevo ringraziare le operatrici e le insegnanti dei corsi di italiano. Abbiamo avuto molti iscritti, a Verbania, a Omegna e a Cesara; al termine dei corsi gli studenti hanno sostenuto gli esami di certificazione nei livelli A2 e B1 e le nostre insegnanti hanno seguito anche due persone per l’esame di terza media. Se volessimo veramente fare integrazione, ci dovrebbe essere una rete di servizi pubblici che trasporti dove si tengono i corsi e qualcuno che orienti sulle possibilità di studio. Approfitto per dire che a Cesara quelli che sono arrivati dall’ostello hanno un po’ “svegliato” chi era già lì anche da due anni e non aveva ancora fatto un corso di italiano.

Saletta Fortunatamente la Regione in questa occasione ha permesso la flessibilità sulla sede dei corsi: è la seconda volta che le agenzie formative fanno il corso direttamente a Cesara. La prima volta nei locali della parrocchia e del Comune, perché non era consentito l’ingresso al Centro di Accoglienza, il secondo proprio nei locali del centro.

Cozzi Volevo poi sottolineare i numeri: a Omegna abbiamo avuto una sessantina di iscritti al corso di italiano e a Verbania un centinaio, quest’anno. È stato un tour de force, non tutti sono arrivati alla certificazione. È interessante osservare che le donne raggiungono sempre risultati più alti degli uomini, forse perché sono qui da più tempo. Quando decidono di partecipare a un corso di italiano è perché vogliono anche emanciparsi, valorizzarsi a livello familiare e sociale. Ma una cosa importante che ha valorizzato le donne che hanno partecipato ai corsi di Italiano di IEEMI e anche di Non Solo Aiuto è stato un primo processo di inclusione, anche nella città: sono andate insieme a visitare la biblioteca, la Villa Taranto, il Museo del Paesaggio. C’è stato il Coro Transculturale e attività extra linguistiche che hanno completato la formazione. È sicuramente un modello che vogliamo ripetere l’anno prossimo: insegnare la lingua in contatto con la realtà sociale che ci circonda.

Zocchi Per completare questo panorama delle attività didattiche rivolte alle donne, devo dire che anche noi, come Associazione “Non solo aiuto”, abbiamo fatto due corsi per mamme a fianco della ludoteca di Renco, con un’educatrice che assisteva i più piccoli. In questo modo, anche i bambini hanno cominciato a sentir parlare italiano, a capirlo e a condividere questi momenti di gioco con i “compagni”. Confermo che queste donne, nonostante l’impegno faticosissimo di conciliare la scuola e la famiglia, hanno sostenuto l’esame di certificazione B1. Una di loro ha partorito a fine aprile e i primi di maggio era già col bambino in classe e ha fatto l’esame. Sono state loro una lezione per tutti.

Perri Riflettevo sull’integrazione, forse è un discorso legato anche al background delle donne, in base ai paesi d’origine. Le donne che arrivano principalmente per ricongiungimenti familiari fanno molta più fatica a relazionarsi con il nostro modello di società e di comunità completamente diverso da quelli di provenienza, rispetto a chi fa il percorso del CAS.

Colpisce, perché una ragazza che arriva attraverso canali ‘non regolari’ e vive un’esperienza come quella del CAS, con un mix di convivenze, culture e spostamenti che la abituano a un tipo di società, definiamola occidentale, che richiede cambiamenti in tempi rapidi, riesce anche a adattarsi più facilmente. Mentre la donna che arriva per ricongiungimento, che con sé porta i figli o che arriva qui e partorisce, perché il marito è già da anni in Italia e lavora, si trova a vivere una quotidianità che è molto più tragica rispetto a quella del paese di origine, dove, come diceva Maria, ha comunque la comunità di riferimento a darle sostegno, e vive qui in Italia secondo l’unico stile di vita che ha conosciuto. In questi anni, tanti miei ex studenti, principalmente uomini adulti, hanno portato qui le mogli, ma ne ho conosciute pochissime, vivono in casa. Per loro la scuola non esiste, l’unico impegno è portare i figli all’asilo o a scuola, riprenderli, fare spesa, cucinare. Probabilmente anche le donne italiane emigrate in America o nel nord Europa avranno fatto questa vita e sono consapevole che ci vuole anche il tempo per adeguarsi ad uno stile di vita diverso, ma per forza di cose dovrà cambiare, anche se non riesco ad immaginare un modo per andare a recuperare, o anche a capire chi sono queste donne e soprattutto quali sono le loro esigenze.

Zocchi – Nel nostro caso, è successo ad esempio che la comunità bengalese abbia fatto questo passaparola per i corsi di italiano, per cui il primo anno c’erano due donne del Bangladesh e quest’anno sono sei.

Saletta Un’altra occasione di coinvolgimento è stata anche la scuola, i bambini; in Formont e VCO Formazione le iscritte erano mamme di ragazzini che andavano a scuola.

Zanotti Sul fronte donne bambini e ricongiungimenti, tutte le donne africane che ottengono la protezione cercano di portare in Italia i figli di varie età, preferibilmente prima dei 18 anni perché, dopo, è veramente faticoso. Quando arrivano questi ragazzini si trovano in una situazione completamente diversa e le mamme “occidentalizzate”, soprattutto dei CAS, iniziano ad avere dei problemi con le figlie o i figli che arrivano dall’Africa musulmana, perché a volte sono loro che le richiamano a certi valori, alla loro cultura. Le altre donne, che arrivano per ricongiungimento e rimangono più isolate, forse, proprio attraverso i figli si avvicinano al desiderio di imparare l’italiano, perché sono loro che ne capiscono l’importanza; preferiscono le classi femminili, molte ci hanno detto che non andavano a scuola, perché non c’erano classi femminili.

Un servizio molto importante, i cui utenti continuano ad aumentare, sono gli sportelli, mai sufficienti per le richieste che emergono, e il progetto Common-ground. Penso inoltre che presto diventerà centrale la questione dell’educazione delle nuove generazioni, dobbiamo attrezzarci. Vedo molte più donne che indossano il burqa, che prima non lo portavano, mi sembra stia emergendo un nuovo bisogno identitario. Ci sono delle tendenze diverse in questo momento, l’immigrazione sta diventando stabile e emergono nuovi bisogni, che dobbiamo essere capaci di intercettare. Non a caso usiamo i corsi di italiano e gli sportelli come ‘antenne’, usiamo quelli che sono i canali ‘ufficiali’, che sono il lavoro, la scuola e la salute e cerchiamo di capire se ci sono delle situazioni di difficoltà.

Gnocchi Come assessore alle politiche sociali, a Baveno vedo che gli immigrati ormai si sono stabilizzati, quantomeno hanno il permesso di soggiorno. Da tanti anni la Caritas che lavora in rete con Consorzio, associazioni, volontariato e Comune, ha attivato i corsi di italiano. E lì effettivamente si è creato un gruppetto di donne africane, soprattutto senegalesi e ivoriane che si sono inserite anche con i bambini. Ci sono altre provenienze, non c’è solo il nucleo africano. Anni fa abbiamo avuto un periodo di immigrazione consistente dal Kosovo e dalla Macedonia. Durante il periodo del COVID sono tutti andati in Svizzera, appena avuti i permessi.

Zanotti Tornando al tema dei nuovi bisogni che emergono nell’universo femminile, non si può lasciarle sole, perché sono in una condizione difficile: l’uomo è la loro famiglia, finito il “limbo” della protezione internazionale che le tutela, devono prendersi nuove responsabilità come madri, e penso che in questo momento sia importante la questione della loro identità.

Saletta Pensavo che le donne fossero portatrici di cambiamento, mi stupisce che siano proprio le donne a sentire la necessità di ritornare alle tradizioni.

Zanotti Non è detto che sia un male seguire la tradizione, bisogna capire i loro bisogni.

Cozzi Secondo me è legato al fatto di essere con la famiglia e la famiglia è nella comunità dei connazionali, che magari frequentano la moschea o il centro islamico; quindi, una moglie non vuole che il marito sia criticato dagli altri uomini nel caso si discosti troppo dalla tradizione. È anche per rispetto forse, per una serie di relazioni normali in una cultura: non è detto che indossare il burqa sia una forma di radicalismo…

Perri Dovremmo cercare di non seguire la tendenza di chi vorrebbe uniformare lo stile di vita, o cambiare il modo di approcciarsi al nostro tipo di società da parte di chi arriva! Non mi preoccupa se la madre di cinquant’anni, che portava il burqa lo indossa anche adesso, ma se la figlia adolescente, per quanto io mi sforzi e metta tutto l’impegno possibile nel portarla a scuola, nel proporle attività, nel convincerla ad andare al lavoro, metta il burqa e non vada più a scuola, ciò mi preoccupa, perché è lei la rappresentante della generazione che qua è nata e resterà, come nuova cittadina.

Zocchi Credo che manchino occasioni di incontro, sono poche le possibilità di interazione tra le varie comunità e gli Italiani, credo che il problema sia quello e penso che la scuola sia il mezzo più efficace per portare avanti questo processo; quando la scuola funziona, la convivenza si costruisce spontaneamente: un adolescente è un adolescente, indipendentemente dalla sua origine.

Perri Anche riguardo alle festività religiose praticate nelle diverse comunità, sarebbe giusto che fossero riconosciute a livello istituzionale. Leggevo che Monfalcone è il paese con il più alto tasso di residenti stranieri, ci sono più musulmani che cristiani: perché non dovrebbero festeggiare la fine del Ramadan, considerando quel giorno vacanza anche nelle scuole? Perché l’istituzione non dovrebbe riconoscere una festa che comunque è una festa popolare come il Natale, il Capodanno? Lo sforzo potrebbe essere questo, riconoscere quelle che sono le tradizioni altrui, che poi sono momenti di festa. Al centro di accoglienza avevamo pochissimi cristiani, la stragrande maggioranza era musulmana, però il Natale era una festa per tutti, anche per loro. Era bello questo scambio, sarebbe bello se riuscissimo anche noi a condividere la loro festa, magari si sentirebbero meno escluse.

 Zocchi È vero, sarebbe bello. Ma non vorrei abusare della vostra pazienza: il nostro incontro è stato lungo, ma molto interessante. Grazie, a tutti.