Relazioni, rapporti, difficoltà, emozioni dell’abitare la quotidianità domestica
Hanno partecipato al Forum:
Valentina Aiello, volontaria dell’Associazione 21 marzo APS
Gaia Bartolucci, educatrice presso SRP della Cooperativa La Bitta e psicologa
Silva Cristofari, pensionata, autrice teatrale, già docente
Roberto Galluccio, teatrante e cofondatore della Confraternita dei Guitti
Ettore Perelli Cippo, pensionato, già storico vicepreside dell’IIS Cobianchi
Emanuele Puccio, assistente sociale del CSSVerbano
Hanno condotto: Jennifer Veronesi, psicologa e psicoterapeuta, e per la redazione di Alternativa Samantha Brandini
Il Forum si è svolto venerdì 24 aprile presso la sede della Fondazione Comunitaria del VCO a Verbania.
Veronesi – Grazie e benvenuti. Come d’accordo, parliamo della casa, quindi di cosa significa abitare e di che cosa muove l’abitare. Non si tratta solo di una concretezza, di un luogo fisico dove stare, ma di un insieme di suggestioni: relazioni, rapporti, difficoltà, emozioni. Possiamo partire dal presupposto che la casa non sia soltanto un contenitore, ma qualcosa di più profondo, meno visibile, che nasce dal fatto di vivere insieme, condividere esperienze, aspettative, desideri e anche dolori. Partendo da qui, vi chiedo: come vivete la casa nelle vostre relazioni? Che cos’è per voi casa?
Perelli Cippo – Sono sposato da cinquantadue anni e ho una figlia. Per noi la casa è stata innanzitutto un obiettivo. Ci siamo sposati giovani, senza soldi e senza aiuti, e abbiamo impiegato vent’anni per riuscire ad avere un appartamento nostro. Questo percorso è stato un collante importante per la nostra vita di coppia: costruire qualcosa insieme, passo dopo passo, ci ha tenuti uniti. Prima abbiamo vissuto a lungo in affitto e poi, senza mutuo, siamo riusciti a realizzare il nostro piccolo sogno. La casa ha rappresentato un traguardo conquistato con le nostre forze, un pezzo significativo della nostra vita.Oggi viviamo in un condominio con diversi appartamenti. Dal punto di vista relazionale, però, non è un ambiente particolarmente vivo: i rapporti con i vicini sono limitati, la casa non è un luogo di grande socialità. La nostra vita si è sviluppata molto anche fuori: io per anni ho insegnato, e quella è stata una sorta di seconda casa, così come l’oratorio e altre attività. Abbiamo ancora una forte presenza familiare grazie a nostra figlia e ai nipoti, che vediamo spesso e che frequentano la nostra casa quotidianamente. Tuttavia, guardandomi indietro, sento anche un po’ di rammarico: forse non siamo riusciti a coltivare fino in fondo le amicizie più profonde, quelle davvero significative.
Cristofari – Per i primi sedici anni della mia vita la casa è stata più un’idea che un luogo concreto. I miei genitori facevano teatro itinerante e ci spostavamo continuamente: un mese in un paese, venti giorni in un altro. Trovavamo ogni volta un posto dove vivere, ma era difficile chiamarlo casa. L’unico riferimento stabile era la casa della nonna, ma la frequentavamo poco. Per me la casa era semplicemente il luogo dove stavamo insieme come famiglia, perché lavoravamo e vivevamo tutti insieme nella compagnia. La casa ha iniziato a esistere davvero quando i miei genitori hanno smesso di viaggiare e siamo entrati in una dimensione più stabile. All’inizio non è stato semplice: non eravamo abituati a vivere in un posto fisso. Poi mi sono sposata giovane e ho vissuto in affitto ad Arizzano per diversi anni, quando ancora era sostenibile economicamente. In seguito, ci siamo trasferiti a Pallanza dove potevo fare un po’ tutto quello che mi piaceva fare, teatro compreso, perché io non ho fatto del teatro la mia professione, ma ne ho fatta proprio una stampella di vita; adesso siamo proprietari di una casetta con un piccolo giardino che è anche un luogo dove si fanno le prove di spettacoli, dove si leggono i testi. Nel tempo il significato della casa è cambiato molte volte. All’inizio era uno spazio di coppia, poi è diventata un luogo sicuro per i figli, dove tutto doveva essere pensato per proteggerli. Crescendo, è diventata uno spazio aperto agli amici dei figli, un luogo di incontro. Quando i figli sono andati via, io e mio marito abbiamo dovuto ridefinire il nostro stare insieme, affrontando anche il vuoto lasciato dalla loro assenza. Successivamente, la casa è diventata anche un luogo di accoglienza per i miei genitori anziani e una zia di mio marito. Abbiamo avuto con noi persone molto anziane ed è stata un’esperienza impegnativa, ma anche ricca. Oggi la mia casa è ancora uno spazio vivo, frequentato, dove si fanno attività, si accolgono persone e si coltivano relazioni. È un luogo che continua a trasformarsi insieme alla vita.
Puccio – Ho riflettuto molto su cosa sia la casa per me. Vengo da una famiglia di migranti: i miei genitori sono arrivati dal Sud negli anni ’80 e mi hanno raccontato le difficoltà nel trovare casa, nonostante mio padre fosse medico e mia mamma insegnante, facevano fatica a trovare casa perché non si affittava ai meridionali. Questi racconti hanno segnato profondamente la mia idea di casa. Per me è memoria, è identità. Crescendo ho vissuto diversi spostamenti: Milano, Novara, poi il ritorno. Questo mi ha fatto capire quanto la casa sia legata non solo a un luogo fisico, ma anche alle proprie radici. Io sento come casa sia il luogo in cui sono cresciuto sia quello da cui provengono i miei genitori, ho forti relazioni con la mia terra d’origine, non ci ho mai vissuto, ma la sento casa. Oggi sono diventato padre e questo cambia tutto: sento il bisogno di costruire qualcosa di stabile, anche per trasmettere a mio figlio un senso di identità. Dopo molti traslochi, sto per acquistare casa. È una scelta anche economica, perché gli affitti sono diventati molto pesanti, ma è soprattutto una scelta di radicamento. Dopo tanto movimento, sento il bisogno di fermarmi e costruire qualcosa di duraturo.
Galluccio – Sono meridionale e nella mia vita ho cambiato molte città e molte case: dall’Irpinia a Napoli, poi Roma, a Milano dove avrò cambiato 7-8 case in 12 anni ed ogni quartiere era un paesone a sé, poi Bologna. Il mio lavoro nel teatro mi ha portato a spostarmi continuamente. Per questo motivo non ho mai sviluppato un forte attaccamento alla casa come luogo fisico.Per me la casa è più una dimensione interiore, fatta di esperienze e di ricordi. È come se fosse composta da tante stanze, ognuna legata a un luogo o a un periodo della mia vita; adesso abito a Baveno ed è come se si fosse ampliato il balcone perché ci sono le vedute sul Lago Maggiore, dove sono venuto per scelta. Oggi vivo in affitto e cerco semplicemente un posto dove stare bene, dove avere tranquillità e spazio per le mie attività. Non penso alla casa come qualcosa di definitivo: potrei spostarmi ancora in futuro. La casa per me è anche la possibilità di trovare equilibrio, ovunque mi trovi. Può essere un luogo fisico, ma anche un’esperienza, uno stato d’animo. È dove riesco a stare bene, anche temporaneamente.
Bartolucci – Se devo rispondere alla domanda che cos’è casa, penso subito agli oggetti e alle persone. Ho vissuto in molte case, studentessa a Milano e a Padova, spesso con diversi coinquilini, e gli oggetti sono diventati un modo per creare continuità, la mia casa ne è piena. Ogni oggetto porta con sé una storia, un ricordo, un pezzo di vita. Quando li guardo, rivedo ciò che ho vissuto. Nello stesso tempo, la casa è sempre stata un luogo molto popolato. Fin da piccola ero abituata a una casa piena di persone, amici, cene condivise. Questo aspetto è rimasto: mi piace ospitare, creare momenti di incontro, far entrare le persone nel mio spazio. Quindi, per me la casa è un intreccio tra memoria e relazione: da una parte gli oggetti che conservano il passato, dall’altra le persone che rendono vivo il presente.
Aiello – Per me la casa è uno spazio di libertà e condivisione, ma è una consapevolezza arrivata nel tempo. Non ho avuto un’esperienza semplice nella casa d’infanzia, ma uscendo ho potuto sperimentare diverse forme di convivenza. Ho vissuto con amici, con sconosciuti a Torino, in Erasmus, con un fidanzato. Queste esperienze mi hanno insegnato a bilanciare momenti di solitudine e momenti di condivisione. Si dà come presupposto, un po’ così, stereotipato, che l’obiettivo sia trovare un partner tendenzialmente eterosessuale, ma oggi vivo con un’amica e trovo questa forma di convivenza impagabile, perché è più facile tenere insieme queste due cose, la libertà e la condivisione. Credo che sia importante superare certi stereotipi sulla casa e sulla convivenza. Non esiste un unico modello valido. Tuttavia, ho incontrato anche difficoltà burocratiche e culturali: ad esempio, l’ufficio anagrafe comunale non riconosce convivenze non rientranti nei modelli tradizionali, ci ha definite nucleo familiare, ma condividiamo solo l’affitto, non siamo coppia, la mia amica ha un suo fidanzato…vabbè, che dobbiamo fare?
Puccio – Riprendendo questo punto, anche per esperienza professionale vedo quanto sia complicato gestire queste situazioni. Le convivenze tra persone non legate da vincoli familiari sono sempre più diffuse, ma spesso non trovano un riconoscimento adeguato. Questo crea problemi pratici e dimostra un ritardo culturale e amministrativo rispetto alla realtà attuale.
Veronesi – Mentre parlavate ho preso alcuni appunti e mi sono fatta un’idea. Mi sembra che, ascoltandovi, siano emersi temi ricorrenti: l’accoglienza, l’essere itineranti, il desiderio di avere un luogo, anche se ognuno lo declina in modo diverso. Allora vi propongo un’altra domanda. Provate a pensare alla casa come a uno spazio che contiene: oggetti, persone, ma anche tutto ciò che questi evocano e portano con sé. Un luogo che fa da ponte tra il dentro e il fuori, dove il “fuori” non è solo materiale ma anche ciò che passa tra le persone. Vi chiedo quindi di riflettere sul tema del confine: esiste un confine nella casa?
Perelli Cippo – Mi viene da dire una cosa che forse c’entra solo in parte, ma per noi negli ultimi anni è diventata importante: io e mia moglie abbiamo un piccolo camper e, in un certo senso, quella è diventata la nostra vera casa. Non abbiamo vicini, possiamo andare dove vogliamo. Una volta viaggiavamo anche molto lontano, oggi restiamo più in Italia, ma appena possiamo partiamo. In quel contesto la casa diventa itinerante, senza confini, ed è una dimensione in cui stiamo molto bene. La casa “ufficiale”, invece, è rimasta il punto di riferimento familiare, soprattutto per i nipoti che la vivono tantissimo. In un certo senso è più casa loro che nostra. Per quanto riguarda gli oggetti, per noi sono soprattutto le fotografie: prima diapositive, oggi immagini digitali che riguardiamo insieme. Sono legate più ai viaggi che al luogo fisico della casa. Rispetto all’apertura, noi teniamo spesso la porta aperta. Viviamo al piano terra e chi passa può entrare senza troppi formalismi. Questo però contrasta molto con quello che vedo intorno: nel nostro condominio tutti hanno porte blindate, serrature complesse, sistemi di sicurezza. Questa chiusura mi colpisce e mi lascia un po’ perplesso. Capisco la paura, ma mi sembra eccessiva rispetto alla realtà in cui viviamo.
Cristofari – La casa che abbiamo comprato tanti anni fa è stata per me una scoperta improvvisa. Passavo spesso davanti, per quella via, senza notarla, nascosta com’era da un albero e da un condominio. Quando finalmente l’ho vista e sono entrata, ho avuto una sensazione fortissima, come un respiro largo. Ho pensato subito che fosse casa mia.Era in condizioni pessime, tanto che i nostri genitori erano sconvolti dalla scelta, ma per me aveva qualcosa di profondamente giusto. Ancora oggi mi dà quella sensazione di apertura e benessere, come se fosse costruita apposta per noi. Detto questo, se domani dovessi lasciarla, non sarebbe un dramma. Probabilmente perché da piccola ho vissuto in tanti luoghi diversi e anche in tante scuole diverse e ho imparato a stare bene ovunque. Per me la casa è fatta soprattutto di presenze, anche di quelle che non ci sono più ma che continuano a vivere nei ricordi. È un luogo che accoglie e abbraccia, ma non è indispensabile in sé. Sugli oggetti sono d’accordo: ce ne sono alcuni a cui sono affezionata, ma il valore più grande resta nelle relazioni e nelle tracce che le persone lasciano.
Puccio – Mi ritrovo molto in quello che è stato detto sugli oggetti. Avendo fatto tanti traslochi, ci sono cose che mi porto dietro da quando sono uscito di casa a vent’anni. Quegli oggetti mi seguono e diventano una sorta di continuità nella mia vita. Mi ha colpito rendermi conto che ormai ho vissuto più tempo fuori dalla casa dei miei genitori che dentro: è un passaggio che fa effetto. Sul tema dei confini, penso molto a come era la mia casa da bambino: la porta era sempre aperta, entravano persone di ogni tipo, senza distinzione. Era anche un modo per integrarsi, visto che i miei genitori venivano da fuori. La casa era un luogo di socialità continua, senza barriere. Oggi vedo una situazione molto diversa, anche pensando a mio figlio. La sua vita sociale è fuori casa: scuola, sport, attività. In casa è spesso solo. Non è necessariamente meglio o peggio, ma è diverso. Mi sembra che oggi ci sia più bisogno di chiudersi, di proteggere i confini familiari. Anche i rapporti con i parenti sono cambiati: una volta era normale avere i nonni in casa per lunghi periodi, oggi sarebbe impensabile. I confini si sono fatti più rigidi.
Galluccio – Il tema dei confini e degli oggetti per me è molto legato alla mia storia familiare. Mio padre faceva il falegname e la casa era anche bottega: abitavamo sopra e lavoravamo sotto. Questo ha creato un legame forte tra spazio domestico e lavoro. Ricordo il terremoto dell’Irpinia: la casa non era ancora finita e abbiamo dovuto uscire. Mio padre però volle rientrare a dormire lì, dicendo che se la casa doveva crollare, doveva farlo con lui dentro. Questo per me rappresenta un senso di appartenenza molto forte. Negli anni, nei vari traslochi, mi sono sempre portato dietro alcuni suoi attrezzi. Non sono oggetti leggeri, ma hanno un valore enorme: ogni volta che li prendo in mano si riapre una “stanza” della mia memoria, quella della bottega, del rapporto con lui. Sono riattivatori di ricordi e sensazioni, un po’ come la famosa madeleine di Proust che ti fa ricordare una serie di cose che si concatenano l’una all’altra. I confini, quindi, esistono, ma possono anche essere superati attraverso questi elementi che collegano tempi e luoghi diversi. La casa diventa un insieme di esperienze che si riattivano continuamente.
Bartolucci – Quando penso al confine, mi viene subito in mente la porta. È il simbolo del passaggio tra dentro e fuori. Nella casa della mia infanzia la porta era sempre aperta, con persone che entravano e uscivano continuamente. Ripensando alle case che ho frequentato, noto differenze molto forti: ci sono case con porte “pesanti”, difficili da attraversare, che riflettono un certo modo di vivere più chiuso; altre invece con porte leggere, sempre aperte, dove si può entrare con facilità. Queste differenze raccontano molto delle persone che abitano quegli spazi. Anche per me la porta cambia nel tempo: ci sono momenti in cui sento il bisogno di chiudermi di più e altri in cui sono più aperta. Il confine non è fisso, ma si trasforma in base a come sto e a cosa vivo.
Aiello – Quando hai parlato di “contenere”, ho iniziato a pensare agli elementi concreti della casa. Per me sono importanti alcune cose semplici: il divano, che è uno spazio sia di socialità sia di riposo; i gatti, che fanno parte a pieno titolo della casa; le piante, che danno calore e vita. Vivendo in una casa in centro, siamo spesso un punto di riferimento per gli amici, quindi, capita che la casa sia molto aperta e frequentata. Tuttavia, per me è importante anche poter gestire il confine: mi piace che le persone chiedano prima di venire, per poter scegliere se aprire o meno. Credo che la casa debba avere un confine permeabile, ma regolabile. Ci sono momenti in cui deve essere aperta e altri in cui deve proteggere. La possibilità di decidere questo equilibrio è fondamentale per stare bene.
Perelli Cippo – Vorrei ribadire una cosa su questo tema, non so se c’entra. Come già accennavo, nel nostro condominio noto una grande attenzione alla sicurezza, con porte blindate e sistemi complessi, anche se siamo in una zona tranquilla. Questo crea una sensazione di chiusura che a me non piace. Noi continuiamo a tenere la porta aperta quando possibile e a dire “avanti” a chi arriva. Mi sembra un modo più semplice e umano di vivere la casa, anche se oggi è sempre meno diffuso.
Veronesi – Credo che quello che è stato detto c’entri molto, perché riflette un atteggiamento verso la vita e verso ciò che sta fuori. Facciamo un passo in più: gli spazi della casa sono sempre davvero protettivi? Forse quando eravamo piccoli c’erano più possibilità di scambio, invece adesso c’è questo sistema protettivo. Ma è sempre davvero protettivo? Oppure a volte, stare così vicini, così prossimi, può diventare difficile e persino far stare male nelle relazioni quotidiane? Quanto la casa protegge e quanto, invece, può diventare un limite?
Perelli Cippo – La nostra casa è di circa settanta metri quadrati. Da quando nostra figlia è andata via, io e mia moglie dormiamo in stanze separate: è una scelta pratica, per riposare meglio, e forse ci aiuta anche a ritrovarci ogni giorno con più serenità. Mia moglie vive la casa come un luogo molto protettivo, anche per via di problemi di salute importanti che ha affrontato. Cerca sicurezza nella casa e anche in me, essendo la persona più vicina che ha. Io personalmente la vivo come uno spazio tranquillo, aperto, anche se siamo molto esposti, con finestre sul giardino e persone che possono vedere dentro. Non mi dà fastidio. Per noi la casa resta un punto fermo, conquistato dopo tanti anni di sacrifici, e questo la rende ancora più significativa. Non è perfetta, ma è la nostra.
Cristofari – Credo che tutto dipenda dalle fasi della vita. Quando ho avuto in casa genitori molto anziani e malati, avere spazi delimitati era fondamentale, per garantire loro dignità e protezione. In altri momenti, invece, queste delimitazioni contano meno. Quando si è in due, dopo tanti anni insieme, si trova un equilibrio naturale. Ci sono però situazioni in cui lo spazio personale diventa necessario, ad esempio quando si lavora o si ha bisogno di concentrazione. In quel caso la casa deve offrire protezione e silenzio. Penso anche al periodo del Covid: lì la casa è stata davvero un rifugio, ma anche una costrizione. Noi siamo stati fortunati, avevamo spazio e un giardino, quindi, siamo riusciti a viverla in modo positivo. In generale, la casa può essere protettiva, ma dipende molto da come la si vive e dal momento che si attraversa.
Puccio – Anch’io penso che dipenda molto dalle fasi della vita. Da adolescente ricordo la difficoltà di condividere gli spazi con mio fratello, mentre da adulto ho vissuto convivenze più equilibrate, con rispetto reciproco e altre che lo erano meno. Oggi, da padre, il tema cambia ancora: mio figlio ha bisogno sia di vicinanza sia di spazi suoi, che sta iniziando a costruire. In questo momento viviamo in una casa piccola e questo ci mette un po’ alla prova, perché gli spazi sono limitati. In futuro cercheremo una soluzione più ampia, dove ciascuno possa avere il proprio spazio. Il tema della protezione è centrale: sento la responsabilità di offrire a mio figlio un ambiente sicuro, anche rispetto ai cambiamenti del mondo di oggi. Però mi interrogo su quanto questo proteggere possa diventare anche un limite nella costruzione delle relazioni.
Galluccio – Attualmente abito con il mio miglior amico, quindi in una situazione come quella di cui si è parlato prima, conviviamo ma non siamo una coppia. Per me la casa come protezione è un tema ambivalente. Può essere un rifugio, ma anche un luogo di isolamento. Se una persona sta male e si chiude in casa, rischia di peggiorare la situazione. A volte uscire, stare tra le persone, può essere più protettivo che restare chiusi dentro. Dipende molto dal momento e dallo stato d’animo. Ci sono giorni in cui si ha bisogno di stare da soli e altri in cui si ha bisogno del contrario. Anche le esperienze di vita influenzano molto: io ho vissuto sia da solo sia in convivenza e ho sperimentato entrambe le dimensioni. Penso che oggi ci sia anche una maggiore paura dell’esterno, che porta a chiudersi di più. Ma la casa non può essere solo un rifugio: deve restare anche un punto di partenza verso il fuori. Altrimenti rischia di diventare un limite.
Bartolucci – Pensando alla casa e alla protezione, mi vengono in mente le dinamiche familiari. Ci sono stati momenti della mia vita in cui la casa non era un luogo protettivo, anzi, era un posto da cui avevo bisogno di allontanarmi. Per questo sono andata via a studiare. Col tempo, però, le relazioni cambiano e si trasformano. Oggi quella stessa casa è diventata un luogo in cui torno volentieri, dove ritrovo affetto e sostegno. Questo per me è un segnale importante: le cose possono evolvere, anche all’interno dello stesso spazio. Mi colpisce come il modo in cui viviamo la casa rifletta il nostro stato interiore. Anche piccoli episodi, come chiudersi fuori o dimenticare le chiavi, possono essere segnali di come stiamo vivendo quel luogo.
Aiello – Io faccio un po’ più fatica a vedere la casa solo come uno spazio protettivo, perché spesso non lo è. Esistono situazioni di disuguaglianza economica, di violenza, di relazioni difficili che rendono la casa un luogo complicato. Non sempre le persone con cui si vive sono quelle che ci fanno stare bene. Le persone della tua famiglia non sono necessariamente quelle che sanno come farti stare bene; pure il partner, la persona che ti metti a fianco, può essere anche il peggiore dei tuoi incubi .C’è anche un problema strutturale: non tutti possono permettersi una casa adeguata, con spazi sufficienti per vivere bene. Questo rende difficile cambiare situazione e trovare alternative. Per questo penso che non si possa lasciare tutto alla responsabilità individuale. Servirebbero più spazi intermedi, luoghi condivisi, accessibili, dove costruire relazioni diverse da quelle familiari. Io ho avuto la fortuna di vivere esperienze associative che hanno rappresentato una forma di “casa alternativa”, e credo che dovrebbero essere più diffuse. La casa, quando diventa l’unico luogo su cui si investe tutto, può essere anche rischiosa. Sarebbe importante poter diversificare, avere più possibilità, più spazi, più relazioni. Non sentirsi chiusi o costretti, ma liberi di cambiare.
Veronesi – Grazie. Beh, insomma, pareva banale l’argomento casa e invece ha mosso molto in tutti noi. La casa è emersa come qualcosa di dinamico, che cambia, anche itinerante. Mi porto via una frase molto bella con la quale concluderei: “la casa è una finestra aperta sui luoghi”. È un’immagine che racchiude possibilità, desideri, relazioni, ma anche paure, limiti e lotte. Grazie ai nostri ospiti per aver condiviso questo spazio che, per un momento, abbiamo abitato insieme. Grazie, chi cucina la cena?
Relazioni, rapporti, difficoltà, emozioni dell’abitare la quotidianità domestica
Hanno partecipato al Forum:
Valentina Aiello, volontaria dell’Associazione 21 marzo APS
Gaia Bartolucci, educatrice presso SRP della Cooperativa La Bitta e psicologa
Silva Cristofari, pensionata, autrice teatrale, già docente
Roberto Galluccio, teatrante e cofondatore della Confraternita dei Guitti
Ettore Perelli Cippo, pensionato, già storico vicepreside dell’IIS Cobianchi
Emanuele Puccio, assistente sociale del CSSVerbano
Hanno condotto: Jennifer Veronesi, psicologa e psicoterapeuta, e per la redazione di Alternativa Samantha Brandini
Il Forum si è svolto venerdì 24 aprile presso la sede della Fondazione Comunitaria del VCO a Verbania.
Veronesi – Grazie e benvenuti. Come d’accordo, parliamo della casa, quindi di cosa significa abitare e di che cosa muove l’abitare. Non si tratta solo di una concretezza, di un luogo fisico dove stare, ma di un insieme di suggestioni: relazioni, rapporti, difficoltà, emozioni. Possiamo partire dal presupposto che la casa non sia soltanto un contenitore, ma qualcosa di più profondo, meno visibile, che nasce dal fatto di vivere insieme, condividere esperienze, aspettative, desideri e anche dolori. Partendo da qui, vi chiedo: come vivete la casa nelle vostre relazioni? Che cos’è per voi casa?
Perelli Cippo – Sono sposato da cinquantadue anni e ho una figlia. Per noi la casa è stata innanzitutto un obiettivo. Ci siamo sposati giovani, senza soldi e senza aiuti, e abbiamo impiegato vent’anni per riuscire ad avere un appartamento nostro. Questo percorso è stato un collante importante per la nostra vita di coppia: costruire qualcosa insieme, passo dopo passo, ci ha tenuti uniti. Prima abbiamo vissuto a lungo in affitto e poi, senza mutuo, siamo riusciti a realizzare il nostro piccolo sogno. La casa ha rappresentato un traguardo conquistato con le nostre forze, un pezzo significativo della nostra vita.Oggi viviamo in un condominio con diversi appartamenti. Dal punto di vista relazionale, però, non è un ambiente particolarmente vivo: i rapporti con i vicini sono limitati, la casa non è un luogo di grande socialità. La nostra vita si è sviluppata molto anche fuori: io per anni ho insegnato, e quella è stata una sorta di seconda casa, così come l’oratorio e altre attività. Abbiamo ancora una forte presenza familiare grazie a nostra figlia e ai nipoti, che vediamo spesso e che frequentano la nostra casa quotidianamente. Tuttavia, guardandomi indietro, sento anche un po’ di rammarico: forse non siamo riusciti a coltivare fino in fondo le amicizie più profonde, quelle davvero significative.
Cristofari – Per i primi sedici anni della mia vita la casa è stata più un’idea che un luogo concreto. I miei genitori facevano teatro itinerante e ci spostavamo continuamente: un mese in un paese, venti giorni in un altro. Trovavamo ogni volta un posto dove vivere, ma era difficile chiamarlo casa. L’unico riferimento stabile era la casa della nonna, ma la frequentavamo poco. Per me la casa era semplicemente il luogo dove stavamo insieme come famiglia, perché lavoravamo e vivevamo tutti insieme nella compagnia. La casa ha iniziato a esistere davvero quando i miei genitori hanno smesso di viaggiare e siamo entrati in una dimensione più stabile. All’inizio non è stato semplice: non eravamo abituati a vivere in un posto fisso. Poi mi sono sposata giovane e ho vissuto in affitto ad Arizzano per diversi anni, quando ancora era sostenibile economicamente. In seguito, ci siamo trasferiti a Pallanza dove potevo fare un po’ tutto quello che mi piaceva fare, teatro compreso, perché io non ho fatto del teatro la mia professione, ma ne ho fatta proprio una stampella di vita; adesso siamo proprietari di una casetta con un piccolo giardino che è anche un luogo dove si fanno le prove di spettacoli, dove si leggono i testi. Nel tempo il significato della casa è cambiato molte volte. All’inizio era uno spazio di coppia, poi è diventata un luogo sicuro per i figli, dove tutto doveva essere pensato per proteggerli. Crescendo, è diventata uno spazio aperto agli amici dei figli, un luogo di incontro. Quando i figli sono andati via, io e mio marito abbiamo dovuto ridefinire il nostro stare insieme, affrontando anche il vuoto lasciato dalla loro assenza. Successivamente, la casa è diventata anche un luogo di accoglienza per i miei genitori anziani e una zia di mio marito. Abbiamo avuto con noi persone molto anziane ed è stata un’esperienza impegnativa, ma anche ricca. Oggi la mia casa è ancora uno spazio vivo, frequentato, dove si fanno attività, si accolgono persone e si coltivano relazioni. È un luogo che continua a trasformarsi insieme alla vita.
Puccio – Ho riflettuto molto su cosa sia la casa per me. Vengo da una famiglia di migranti: i miei genitori sono arrivati dal Sud negli anni ’80 e mi hanno raccontato le difficoltà nel trovare casa, nonostante mio padre fosse medico e mia mamma insegnante, facevano fatica a trovare casa perché non si affittava ai meridionali. Questi racconti hanno segnato profondamente la mia idea di casa. Per me è memoria, è identità. Crescendo ho vissuto diversi spostamenti: Milano, Novara, poi il ritorno. Questo mi ha fatto capire quanto la casa sia legata non solo a un luogo fisico, ma anche alle proprie radici. Io sento come casa sia il luogo in cui sono cresciuto sia quello da cui provengono i miei genitori, ho forti relazioni con la mia terra d’origine, non ci ho mai vissuto, ma la sento casa. Oggi sono diventato padre e questo cambia tutto: sento il bisogno di costruire qualcosa di stabile, anche per trasmettere a mio figlio un senso di identità. Dopo molti traslochi, sto per acquistare casa. È una scelta anche economica, perché gli affitti sono diventati molto pesanti, ma è soprattutto una scelta di radicamento. Dopo tanto movimento, sento il bisogno di fermarmi e costruire qualcosa di duraturo.
Galluccio – Sono meridionale e nella mia vita ho cambiato molte città e molte case: dall’Irpinia a Napoli, poi Roma, a Milano dove avrò cambiato 7-8 case in 12 anni ed ogni quartiere era un paesone a sé, poi Bologna. Il mio lavoro nel teatro mi ha portato a spostarmi continuamente. Per questo motivo non ho mai sviluppato un forte attaccamento alla casa come luogo fisico.Per me la casa è più una dimensione interiore, fatta di esperienze e di ricordi. È come se fosse composta da tante stanze, ognuna legata a un luogo o a un periodo della mia vita; adesso abito a Baveno ed è come se si fosse ampliato il balcone perché ci sono le vedute sul Lago Maggiore, dove sono venuto per scelta. Oggi vivo in affitto e cerco semplicemente un posto dove stare bene, dove avere tranquillità e spazio per le mie attività. Non penso alla casa come qualcosa di definitivo: potrei spostarmi ancora in futuro. La casa per me è anche la possibilità di trovare equilibrio, ovunque mi trovi. Può essere un luogo fisico, ma anche un’esperienza, uno stato d’animo. È dove riesco a stare bene, anche temporaneamente.
Bartolucci – Se devo rispondere alla domanda che cos’è casa, penso subito agli oggetti e alle persone. Ho vissuto in molte case, studentessa a Milano e a Padova, spesso con diversi coinquilini, e gli oggetti sono diventati un modo per creare continuità, la mia casa ne è piena. Ogni oggetto porta con sé una storia, un ricordo, un pezzo di vita. Quando li guardo, rivedo ciò che ho vissuto. Nello stesso tempo, la casa è sempre stata un luogo molto popolato. Fin da piccola ero abituata a una casa piena di persone, amici, cene condivise. Questo aspetto è rimasto: mi piace ospitare, creare momenti di incontro, far entrare le persone nel mio spazio. Quindi, per me la casa è un intreccio tra memoria e relazione: da una parte gli oggetti che conservano il passato, dall’altra le persone che rendono vivo il presente.
Aiello – Per me la casa è uno spazio di libertà e condivisione, ma è una consapevolezza arrivata nel tempo. Non ho avuto un’esperienza semplice nella casa d’infanzia, ma uscendo ho potuto sperimentare diverse forme di convivenza. Ho vissuto con amici, con sconosciuti a Torino, in Erasmus, con un fidanzato. Queste esperienze mi hanno insegnato a bilanciare momenti di solitudine e momenti di condivisione. Si dà come presupposto, un po’ così, stereotipato, che l’obiettivo sia trovare un partner tendenzialmente eterosessuale, ma oggi vivo con un’amica e trovo questa forma di convivenza impagabile, perché è più facile tenere insieme queste due cose, la libertà e la condivisione. Credo che sia importante superare certi stereotipi sulla casa e sulla convivenza. Non esiste un unico modello valido. Tuttavia, ho incontrato anche difficoltà burocratiche e culturali: ad esempio, l’ufficio anagrafe comunale non riconosce convivenze non rientranti nei modelli tradizionali, ci ha definite nucleo familiare, ma condividiamo solo l’affitto, non siamo coppia, la mia amica ha un suo fidanzato…vabbè, che dobbiamo fare?
Puccio – Riprendendo questo punto, anche per esperienza professionale vedo quanto sia complicato gestire queste situazioni. Le convivenze tra persone non legate da vincoli familiari sono sempre più diffuse, ma spesso non trovano un riconoscimento adeguato. Questo crea problemi pratici e dimostra un ritardo culturale e amministrativo rispetto alla realtà attuale.
Veronesi – Mentre parlavate ho preso alcuni appunti e mi sono fatta un’idea. Mi sembra che, ascoltandovi, siano emersi temi ricorrenti: l’accoglienza, l’essere itineranti, il desiderio di avere un luogo, anche se ognuno lo declina in modo diverso. Allora vi propongo un’altra domanda. Provate a pensare alla casa come a uno spazio che contiene: oggetti, persone, ma anche tutto ciò che questi evocano e portano con sé. Un luogo che fa da ponte tra il dentro e il fuori, dove il “fuori” non è solo materiale ma anche ciò che passa tra le persone. Vi chiedo quindi di riflettere sul tema del confine: esiste un confine nella casa?
Perelli Cippo – Mi viene da dire una cosa che forse c’entra solo in parte, ma per noi negli ultimi anni è diventata importante: io e mia moglie abbiamo un piccolo camper e, in un certo senso, quella è diventata la nostra vera casa. Non abbiamo vicini, possiamo andare dove vogliamo. Una volta viaggiavamo anche molto lontano, oggi restiamo più in Italia, ma appena possiamo partiamo. In quel contesto la casa diventa itinerante, senza confini, ed è una dimensione in cui stiamo molto bene. La casa “ufficiale”, invece, è rimasta il punto di riferimento familiare, soprattutto per i nipoti che la vivono tantissimo. In un certo senso è più casa loro che nostra. Per quanto riguarda gli oggetti, per noi sono soprattutto le fotografie: prima diapositive, oggi immagini digitali che riguardiamo insieme. Sono legate più ai viaggi che al luogo fisico della casa. Rispetto all’apertura, noi teniamo spesso la porta aperta. Viviamo al piano terra e chi passa può entrare senza troppi formalismi. Questo però contrasta molto con quello che vedo intorno: nel nostro condominio tutti hanno porte blindate, serrature complesse, sistemi di sicurezza. Questa chiusura mi colpisce e mi lascia un po’ perplesso. Capisco la paura, ma mi sembra eccessiva rispetto alla realtà in cui viviamo.
Cristofari – La casa che abbiamo comprato tanti anni fa è stata per me una scoperta improvvisa. Passavo spesso davanti, per quella via, senza notarla, nascosta com’era da un albero e da un condominio. Quando finalmente l’ho vista e sono entrata, ho avuto una sensazione fortissima, come un respiro largo. Ho pensato subito che fosse casa mia.Era in condizioni pessime, tanto che i nostri genitori erano sconvolti dalla scelta, ma per me aveva qualcosa di profondamente giusto. Ancora oggi mi dà quella sensazione di apertura e benessere, come se fosse costruita apposta per noi. Detto questo, se domani dovessi lasciarla, non sarebbe un dramma. Probabilmente perché da piccola ho vissuto in tanti luoghi diversi e anche in tante scuole diverse e ho imparato a stare bene ovunque. Per me la casa è fatta soprattutto di presenze, anche di quelle che non ci sono più ma che continuano a vivere nei ricordi. È un luogo che accoglie e abbraccia, ma non è indispensabile in sé. Sugli oggetti sono d’accordo: ce ne sono alcuni a cui sono affezionata, ma il valore più grande resta nelle relazioni e nelle tracce che le persone lasciano.
Puccio – Mi ritrovo molto in quello che è stato detto sugli oggetti. Avendo fatto tanti traslochi, ci sono cose che mi porto dietro da quando sono uscito di casa a vent’anni. Quegli oggetti mi seguono e diventano una sorta di continuità nella mia vita. Mi ha colpito rendermi conto che ormai ho vissuto più tempo fuori dalla casa dei miei genitori che dentro: è un passaggio che fa effetto. Sul tema dei confini, penso molto a come era la mia casa da bambino: la porta era sempre aperta, entravano persone di ogni tipo, senza distinzione. Era anche un modo per integrarsi, visto che i miei genitori venivano da fuori. La casa era un luogo di socialità continua, senza barriere. Oggi vedo una situazione molto diversa, anche pensando a mio figlio. La sua vita sociale è fuori casa: scuola, sport, attività. In casa è spesso solo. Non è necessariamente meglio o peggio, ma è diverso. Mi sembra che oggi ci sia più bisogno di chiudersi, di proteggere i confini familiari. Anche i rapporti con i parenti sono cambiati: una volta era normale avere i nonni in casa per lunghi periodi, oggi sarebbe impensabile. I confini si sono fatti più rigidi.
Galluccio – Il tema dei confini e degli oggetti per me è molto legato alla mia storia familiare. Mio padre faceva il falegname e la casa era anche bottega: abitavamo sopra e lavoravamo sotto. Questo ha creato un legame forte tra spazio domestico e lavoro. Ricordo il terremoto dell’Irpinia: la casa non era ancora finita e abbiamo dovuto uscire. Mio padre però volle rientrare a dormire lì, dicendo che se la casa doveva crollare, doveva farlo con lui dentro. Questo per me rappresenta un senso di appartenenza molto forte. Negli anni, nei vari traslochi, mi sono sempre portato dietro alcuni suoi attrezzi. Non sono oggetti leggeri, ma hanno un valore enorme: ogni volta che li prendo in mano si riapre una “stanza” della mia memoria, quella della bottega, del rapporto con lui. Sono riattivatori di ricordi e sensazioni, un po’ come la famosa madeleine di Proust che ti fa ricordare una serie di cose che si concatenano l’una all’altra. I confini, quindi, esistono, ma possono anche essere superati attraverso questi elementi che collegano tempi e luoghi diversi. La casa diventa un insieme di esperienze che si riattivano continuamente.
Bartolucci – Quando penso al confine, mi viene subito in mente la porta. È il simbolo del passaggio tra dentro e fuori. Nella casa della mia infanzia la porta era sempre aperta, con persone che entravano e uscivano continuamente. Ripensando alle case che ho frequentato, noto differenze molto forti: ci sono case con porte “pesanti”, difficili da attraversare, che riflettono un certo modo di vivere più chiuso; altre invece con porte leggere, sempre aperte, dove si può entrare con facilità. Queste differenze raccontano molto delle persone che abitano quegli spazi. Anche per me la porta cambia nel tempo: ci sono momenti in cui sento il bisogno di chiudermi di più e altri in cui sono più aperta. Il confine non è fisso, ma si trasforma in base a come sto e a cosa vivo.
Aiello – Quando hai parlato di “contenere”, ho iniziato a pensare agli elementi concreti della casa. Per me sono importanti alcune cose semplici: il divano, che è uno spazio sia di socialità sia di riposo; i gatti, che fanno parte a pieno titolo della casa; le piante, che danno calore e vita. Vivendo in una casa in centro, siamo spesso un punto di riferimento per gli amici, quindi, capita che la casa sia molto aperta e frequentata. Tuttavia, per me è importante anche poter gestire il confine: mi piace che le persone chiedano prima di venire, per poter scegliere se aprire o meno. Credo che la casa debba avere un confine permeabile, ma regolabile. Ci sono momenti in cui deve essere aperta e altri in cui deve proteggere. La possibilità di decidere questo equilibrio è fondamentale per stare bene.
Perelli Cippo – Vorrei ribadire una cosa su questo tema, non so se c’entra. Come già accennavo, nel nostro condominio noto una grande attenzione alla sicurezza, con porte blindate e sistemi complessi, anche se siamo in una zona tranquilla. Questo crea una sensazione di chiusura che a me non piace. Noi continuiamo a tenere la porta aperta quando possibile e a dire “avanti” a chi arriva. Mi sembra un modo più semplice e umano di vivere la casa, anche se oggi è sempre meno diffuso.
Veronesi – Credo che quello che è stato detto c’entri molto, perché riflette un atteggiamento verso la vita e verso ciò che sta fuori. Facciamo un passo in più: gli spazi della casa sono sempre davvero protettivi? Forse quando eravamo piccoli c’erano più possibilità di scambio, invece adesso c’è questo sistema protettivo. Ma è sempre davvero protettivo? Oppure a volte, stare così vicini, così prossimi, può diventare difficile e persino far stare male nelle relazioni quotidiane? Quanto la casa protegge e quanto, invece, può diventare un limite?
Perelli Cippo – La nostra casa è di circa settanta metri quadrati. Da quando nostra figlia è andata via, io e mia moglie dormiamo in stanze separate: è una scelta pratica, per riposare meglio, e forse ci aiuta anche a ritrovarci ogni giorno con più serenità. Mia moglie vive la casa come un luogo molto protettivo, anche per via di problemi di salute importanti che ha affrontato. Cerca sicurezza nella casa e anche in me, essendo la persona più vicina che ha. Io personalmente la vivo come uno spazio tranquillo, aperto, anche se siamo molto esposti, con finestre sul giardino e persone che possono vedere dentro. Non mi dà fastidio. Per noi la casa resta un punto fermo, conquistato dopo tanti anni di sacrifici, e questo la rende ancora più significativa. Non è perfetta, ma è la nostra.
Cristofari – Credo che tutto dipenda dalle fasi della vita. Quando ho avuto in casa genitori molto anziani e malati, avere spazi delimitati era fondamentale, per garantire loro dignità e protezione. In altri momenti, invece, queste delimitazioni contano meno. Quando si è in due, dopo tanti anni insieme, si trova un equilibrio naturale. Ci sono però situazioni in cui lo spazio personale diventa necessario, ad esempio quando si lavora o si ha bisogno di concentrazione. In quel caso la casa deve offrire protezione e silenzio. Penso anche al periodo del Covid: lì la casa è stata davvero un rifugio, ma anche una costrizione. Noi siamo stati fortunati, avevamo spazio e un giardino, quindi, siamo riusciti a viverla in modo positivo. In generale, la casa può essere protettiva, ma dipende molto da come la si vive e dal momento che si attraversa.
Puccio – Anch’io penso che dipenda molto dalle fasi della vita. Da adolescente ricordo la difficoltà di condividere gli spazi con mio fratello, mentre da adulto ho vissuto convivenze più equilibrate, con rispetto reciproco e altre che lo erano meno. Oggi, da padre, il tema cambia ancora: mio figlio ha bisogno sia di vicinanza sia di spazi suoi, che sta iniziando a costruire. In questo momento viviamo in una casa piccola e questo ci mette un po’ alla prova, perché gli spazi sono limitati. In futuro cercheremo una soluzione più ampia, dove ciascuno possa avere il proprio spazio. Il tema della protezione è centrale: sento la responsabilità di offrire a mio figlio un ambiente sicuro, anche rispetto ai cambiamenti del mondo di oggi. Però mi interrogo su quanto questo proteggere possa diventare anche un limite nella costruzione delle relazioni.
Galluccio – Attualmente abito con il mio miglior amico, quindi in una situazione come quella di cui si è parlato prima, conviviamo ma non siamo una coppia. Per me la casa come protezione è un tema ambivalente. Può essere un rifugio, ma anche un luogo di isolamento. Se una persona sta male e si chiude in casa, rischia di peggiorare la situazione. A volte uscire, stare tra le persone, può essere più protettivo che restare chiusi dentro. Dipende molto dal momento e dallo stato d’animo. Ci sono giorni in cui si ha bisogno di stare da soli e altri in cui si ha bisogno del contrario. Anche le esperienze di vita influenzano molto: io ho vissuto sia da solo sia in convivenza e ho sperimentato entrambe le dimensioni. Penso che oggi ci sia anche una maggiore paura dell’esterno, che porta a chiudersi di più. Ma la casa non può essere solo un rifugio: deve restare anche un punto di partenza verso il fuori. Altrimenti rischia di diventare un limite.
Bartolucci – Pensando alla casa e alla protezione, mi vengono in mente le dinamiche familiari. Ci sono stati momenti della mia vita in cui la casa non era un luogo protettivo, anzi, era un posto da cui avevo bisogno di allontanarmi. Per questo sono andata via a studiare. Col tempo, però, le relazioni cambiano e si trasformano. Oggi quella stessa casa è diventata un luogo in cui torno volentieri, dove ritrovo affetto e sostegno. Questo per me è un segnale importante: le cose possono evolvere, anche all’interno dello stesso spazio. Mi colpisce come il modo in cui viviamo la casa rifletta il nostro stato interiore. Anche piccoli episodi, come chiudersi fuori o dimenticare le chiavi, possono essere segnali di come stiamo vivendo quel luogo.
Aiello – Io faccio un po’ più fatica a vedere la casa solo come uno spazio protettivo, perché spesso non lo è. Esistono situazioni di disuguaglianza economica, di violenza, di relazioni difficili che rendono la casa un luogo complicato. Non sempre le persone con cui si vive sono quelle che ci fanno stare bene. Le persone della tua famiglia non sono necessariamente quelle che sanno come farti stare bene; pure il partner, la persona che ti metti a fianco, può essere anche il peggiore dei tuoi incubi .C’è anche un problema strutturale: non tutti possono permettersi una casa adeguata, con spazi sufficienti per vivere bene. Questo rende difficile cambiare situazione e trovare alternative. Per questo penso che non si possa lasciare tutto alla responsabilità individuale. Servirebbero più spazi intermedi, luoghi condivisi, accessibili, dove costruire relazioni diverse da quelle familiari. Io ho avuto la fortuna di vivere esperienze associative che hanno rappresentato una forma di “casa alternativa”, e credo che dovrebbero essere più diffuse. La casa, quando diventa l’unico luogo su cui si investe tutto, può essere anche rischiosa. Sarebbe importante poter diversificare, avere più possibilità, più spazi, più relazioni. Non sentirsi chiusi o costretti, ma liberi di cambiare.
Veronesi – Grazie. Beh, insomma, pareva banale l’argomento casa e invece ha mosso molto in tutti noi. La casa è emersa come qualcosa di dinamico, che cambia, anche itinerante. Mi porto via una frase molto bella con la quale concluderei: “la casa è una finestra aperta sui luoghi”. È un’immagine che racchiude possibilità, desideri, relazioni, ma anche paure, limiti e lotte. Grazie ai nostri ospiti per aver condiviso questo spazio che, per un momento, abbiamo abitato insieme. Grazie, chi cucina la cena?
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