Hanno partecipato al Forum:
Carlo Bava ha lavorato come medico per 40 anni, occupandosi di medicina sociale (tossicodipendenza), di sanità del territorio, di soccorso alpino e di medicina di famiglia.
Silvia Bertolacci lavora come infermiera dal 2009 in ambito ospedaliero; attualmente è Coordinatore di reparto.
Luca Bresciani è Educatore Professionale del Consorzio dei Servizi Sociali dell’Ossola dal 1989. È Coordinatore dell’Educativa Territoriale, si occupa di Tutela minorile e ha seguito diversi progetti di prevenzione in ambito scolastico e non.
Claudio Maulini è psicologo e psicoterapeuta. Nel tempo si è occupato di psicologia infantile, ha seguito come supervisore psicologo gruppi di professionisti impiegati in ambito sociale e sanitario. È presidente del CdA del CISS Cusio e presta la sua opera come psicoterapeuta anche presso Casa don Gianni.
Vincenzo Mondino è medico ospedaliero, Responsabile del Reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale Castelli di Verbania, dove lavora da 33 anni. Si è occupato, da sempre, di AIDS, di infezioni HIV.
Valentina Rossi è Assistente Sociale presso il Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano dal marzo 2003. Si è occupata di Servizio Sociale di Base sul territorio del Verbano, lavorando con minori, adulti, anziani e disabili di quel territorio. Attualmente fa parte dell’équipe Unità di Valutazione Geriatrica.
Barbara Vercelli è OSS per la Cooperativa La Bitta, attualmente è impegnata in due ambiti: in quello sociale, segue persone senza fissa dimora all’interno del progetto Prince e presta servizio nel Pronto Intervento Sociale (PIS) del Verbano Cusio Ossola; inoltre, lavora per la Casa anziani a Montescheno.
Per la redazione di Alternativa hanno condotto: Emanuele Puccio e Maria Pia Zocchi
L’incontro è avvenuto giovedì 23 gennaio presso Spazio Sant’Anna di Verbania
Emanuele Puccio – Chiederei di rompere il ghiaccio con un tema che sembra banale ma banale non è: visto che a questo tavolo mi pare che un po’ di chilometri li abbiamo macinati tutti, vorrei chiedervi che sguardo avete rispetto al cambiamento dei bisogni nell’arco della vostra vita professionale, quindi come, secondo voi, nell’arco del tempo sono cambiati i bisogni delle persone per le quali lavoriamo.
Carlo Bava – Quando sono arrivato a Verbania nel 1988, ho iniziato ad avere i miei 1.500 pazienti, la comunità della “vecchia Intra”, la zona attorno alla Banca di Intra. C’erano tante persone anziane e tante persone che erano arrivate al Verbania da poco, quindi, insegnanti e nuovi residenti per motivi di lavoro; non c’era ancora una grossa immigrazione dall’estero. Ho poi lavorato con immigrati clandestini albanesi perché, quando qualcuno non stava bene, l’Ufficio Servizi Sociali mi contattava. All’inizio erano bisogni molto pratici: un ragazzo era arrivato da Valona perché a quindici anni dovevano amputargli una gamba e avevo detto alla zia di farlo venire. Siamo riusciti a curarlo. Era tutto regolare, però, in questi casi, mandavamo una staffetta avanti a controllare se ci fosse la polizia in ospedale perché erano clandestini. Poi, ho cominciato a lavorare su bisogni medici più importanti con pazienti conosciuti al Sert, malati di AIDS, che erano diventati miei pazienti. C’è stata tutta la fase post ’84, quando è scoppiato l’HIV, poi la crescita dell’immigrazione. Ho avuto tantissimi ragazzi senegalesi prima da soli, poi lentamente sono arrivate le famiglie; gli anziani della vecchia Intra lentamente sono spariti e sono arrivate le famiglie di quelli che all’inizio erano i ventenni. Un aspetto molto interessante è stato quello dei cassintegrati a vita della Montefibre con i problemi di depressione e di doppio lavoro: i loro “infortuni sul lavoro” non li potevi curare per quello che erano… Poi, il grosso cambiamento di quella che era stata la fascia dei giovani: ero abituato a ragazzi che venivano a maggio a dirmi: “Dottore, voglio le vitamine perché devo fare la maturità” e allora si parlava di futuro… andando avanti negli anni, alle domande sul futuro le risposte erano: “boh, non lo so, farò un anno sabbatico… vedrò…” e questa situazione mi metteva a disagio. E poi il cambiamento delle ragazze. Una mamma che mi porta la figlia perché non mangia, la figlia è imbarazzata davanti alla madre, e dico: «Signora, potrebbe farla vedere da sola?». E lei: «Beh, dottore, far venire da sola una ragazza di quindici anni...», erano ragazze in un corpo da donna, prigioniere di questa situazione, con le quali era difficile poi rapportarsi, e non a caso erano madri che a 45-50 anni vestivano da ragazzine, con le quali era difficile anche fare discorsi molto pratici. Casi di anoressia delle ragazze ne ho seguiti poi parecchi.
Silvia Bertolacci – Secondo me la cosa più rilevante è il mutamento della famiglia: ci sono sempre problemi di salute che vengono trattati in ambito ospedaliero, ma adesso quello che manca è il “dopo”. Quando il paziente malato può essere dimesso, si ha molta più difficoltà di prima, c’è molta più richiesta di Continuità Assistenziali e/o inserimento in RSA, rispetto a prima. Questo è il mutamento, secondo me, più grosso: che, oltre ai bisogni sanitari, si sono aggiunti molti più bisogni sociali. Negli ultimi anni che lavoravo in Pronto Soccorso, anche quello era lampante: avevamo molti accessi legati a una problematica sociale, più che prettamente clinica. Dopo il Covid, è peggiorato: tanto sistema sociale che manca.
Mariapia Zocchi – Ti sembra che dopo il Covid, sia cambiato anche l’atteggiamento dei pazienti? Con più necessità di venire a farsi vedere?
Silvia Bertolacci – Secondo me si, ci siamo tutti un po’ “imbruttiti”; dopo il Covid in pronto soccorso sono aumentati gli accessi e il modo di porsi delle persone con richieste non sempre congrue.
Luca Bresciani – Nella mia esperienza possiamo vedere uno spostamento rispetto all’Educativa Territoriale: prima c’erano più casi di prevenzione, adesso si va più verso la tutela, che aumenta nelle prese in carico. Le situazioni di prevenzione hanno meno spazio, anche se adesso i programmi regionali sono tutti volti ad una genitorialità positiva. Questa attenzione però vede meno le possibilità di tutela, nel senso che gli allontanamenti vengono fatti laddove succedono cose terribili e, nonostante avvengano cose terribili, permane questa logica della difesa della famiglia, che fa male. La famiglia è il posto migliore in cui crescere, se funziona, se non funziona ed è maltrattante, è trascurante… non è il posto migliore in cui crescere. Un altro elemento, è che stanno arrivando più casi minorili di rilevanza penale: io penso che una certa quantità di reati sia sempre stata commessa, ma la presenza di videocamere nelle città forse ha incrementato la visibilità di questi reati… risse in piena piazza, il fenomeno delle baby-gang… Esperienze che vanno un po’ ad intrecciarsi con il fenomeno delle seconde generazioni delle immigrazioni e di quella parte di giovani che si sentono esclusi e non accettano di esserlo. I colleghi della NPI ci dicono che c’è un aumento di disagio e di sofferenza psichica anche di minori; registrano aumento di ricoveri in strutture, aumento di atti autolesivi…
Emanuele Puccio – Rispetto a questo dato pensi che vi siano delle correlazioni con il Covid? Con il periodo di lockdown e le chiusure?
Luca Bresciani – C’è stata una maggiore evidenza, si parla del 15-20%, dato comunque significativo… altro dato sono i ritiri sociali, ragazzi che non vanno più a scuola e non si riesce a riportarli. Queste manifestazioni erano meno o ne avevamo una percezione minore. Ora è da vedere se siamo noi che abbiamo affinato gli strumenti, perché è un lavoro di rete del territorio, quindi abbiamo più notizie, più informazioni… anche se poi le segnalazioni di casi eclatanti non arrivano facilmente. Situazioni che vengono coperte da certi mondi… la scuola si sta rinnovando tanto e forse anche certe competenze devono svilupparsi.
Claudio Maulini – Ringrazio chi mi ha preceduto perché mi hanno dato tanti stimoli e con molte cose concordo… cosa è cambiato nel tempo? Mi verrebbe da dire che i poveri sono molto più poveri e i ricchi, più ricchi. E questa cosa ha dato uno scossone a ciò che vediamo nell’ambito del sociale. E non si parla soltanto di una povertà di tipo economico, ma anche culturale. Quindi abbiamo le persone più povere che hanno anche meno strumenti dal punto di vista culturale, in una società dove è necessario avere molti strumenti. E le persone che negli ultimi quarant’anni, da quando io lavoro, sono diventate sempre più povere, hanno poi meno strumenti per esprimersi e ci accorgiamo, in qualche caso, che i loro figli diventano più violenti e quindi poi troviamo appunto le baby-gang. Provo a mescolare a ciò che vedo una chiave di lettura che mi viene naturale, forse anche per il ruolo che da qualche anno svolgo come Presidente del C.I.S.S. del Cusio. Rispetto all’infanzia, mi sento di dire che l’elemento dell’individualismo è molto pesante ed è aumentato: l’utilizzo dei social che ha creato una condizione di ragazzi molto comunicativi, molto bisognosi di essere vicino agli altri, ma per paragonarsi e per ricevere dai social delle conferme. Per confrontarsi, poco. Cioè, manca proprio l’abitudine al confronto, c’è piuttosto l’abitudine al paragone e al bisogno di avere riconoscimento. Adesso una persona c’è se ha tanti follower, c’è se ha tanti amici su internet, c’è se riesce a risultare simpatico in quella dimensione. E questo ha cambiato parecchio, insomma, ha accentuato poi anche la caratteristica dell’isolamento, quello che si chiama anche hikikomori, o situazioni di questo genere. Quello che mi sembra di aver notato, forse un po’ diversamente da chi mi ha preceduto, è il fatto che, sul piano più clinico che sociale, oggi le persone che avevano disturbi di anoressia, soprattutto tra le ragazze, sono un po’ diminuite, a favore invece di un’attenzione maggiore all’identità sessuale e al fluid gender. C’è un’attenzione minore delle famiglie, sembra di vedere questi giovani genitori che si occupano moltissimo di sé e un po’ poco dei figli, non vorrei apparire giudicante, però è quello che si vede. Ciò che vedo invece negli adulti è un aumento enorme dell’individualismo, a tutti i livelli. La mancanza di solidarietà si esplicita nella famiglia, la rete sociale viene a mancare e si chiede ai servizi di entrare a sostituirla, ma anche nella rete sociale che c’era un tempo, quella sindacale e dei patronati, che ti fanno le carte ma non ti ascoltano, niente solidarietà. Di quella situazione di povertà culturale, cui accennavo, non darei soltanto la responsabilità alla scuola, ma proprio a un clima di individualismo che si è creato e al ridimensionamento di queste entità sociali che c’erano un tempo e che piano piano si sono asciugate e hanno perso pezzi del loro ruolo e un po’ anche l’identità delle categorie sociali, identità operaie o di gruppi sociali che poco alla volta è andata svilendosi. Questo si vede proprio come un elemento di povertà, fa parte delle diverse povertà che sono presenti oggi.



Emanuele Puccio – Povertà delle connessioni…
Claudio Maulini – Povertà delle connessioni, povertà del riconoscimento… Tra l’altro viene da fare un veloce aggancio al rischio povertà delle persone che ci lavorano: come occuparsi di persone che hanno poco riconoscimento, se non c’è un riconoscimento reale da parte delle istituzioni verso chi lavora in quel settore? Si vede che i servizi sociali non sono più riconosciuti, i servizi sanitari non sono più riconosciuti, le maestre non contano più nulla… Questo è un pezzo del problema che investe anche l’utenza, perché è l’utenza che non ci riconosce. E quanto a ciò concorre l’essere lavoratori sottopagati in una realtà in cui il denaro è l’unità di misura prioritaria?
Vincenzo Mondino – Io sono preoccupato per due cose e penso che dobbiamo essere tutti preoccupati: la Salute, un diritto che in questo momento non viene garantito. Perché basta leggere i giornali sulle liste d’attesa, il fatto che nella nostra provincia ci siano 7-8mila persone senza medico (e se il sottoscritto pensa di farsi un’assicurazione privata, è sbagliato!) e questo è un problema eclatante perché colpisce la popolazione prevalentemente più fragile, più povera e può comportare un aumento delle malattie; 8.000 persone che pagano le tasse sulla salute e non hanno un servizio è veramente fuori dalla storia…. Il Covid ci ha fatto capire che la gente sta male, che c’è veramente tanta sofferenza. L’altra cosa di cui sono preoccupato è che in Italia non ci sono più bambini e vuol dire che il nostro futuro non è molto roseo. Però al giorno d’oggi avere delle famiglie numerose è difficile per un sacco di motivi: i lavori sono pagati male, abbiamo tante sovrastrutture, i cosiddetti sacrifici che abbiamo fatto noi e i nostri genitori non sono più considerati. Per la salute la politica non riesce a dare più risposte al problema dell’inverno demografico: nel nord Europa si vedono famiglie numerose… qui gli infermieri come fanno a farsi una famiglia, a pensare di avere dei figli, quando il tempo del lavoro ti prende tutta la vita? Per cui, è necessario veramente cercare di cambiare il lavoro perché non si può vivere solo per lavorare. Io vedo questi due problemi, il problema della sanità in primis perché se ne parla adesso, che non è tanto una questione di ospedali quanto di medicina territoriale.
Emanuele Puccio – Il mese scorso la Casa della Salute dichiarava 14.000 persone senza medico…
Vincenzo Mondino – …e non c’è una protesta…
Valentina Rossi: La prima cosa che mi è venuta in mente è stato l’individualismo, questo è uno dei cambiamenti più grossi all’interno della società. Le persone sono più individualiste, più egoiste, pensano a loro stesse e poco a chi hanno a fianco. Sono cambiati i bisogni, sono diventati molto più complessi. Io sono partita col servizio domiciliare nel basso Verbano e faccio un esempio: il classico anziano che rimane vedovo o vedova, ha la sua pensioncina, è peggiorato dal punto di vista della salute e ha bisogno di un bagno, così si attiva il bagno e siamo tutti a posto. Ora il bagno è la punta dell’iceberg perché poi dietro si apre un mondo: famiglie disgregate, poco rispetto per tutti in generale. I giovani si comportano come se avessero il sapere in mano, senza, magari, aver fatto nessuna esperienza, non ascoltano il parere del professionista; una volta c’era rispetto per la professione, provare a mettersi in gioco, seguire indicazioni e lavorare insieme. Adesso le persone vengono come se venissero al mercato. Una volta facevi fatica ad aiutare la persona che aveva bisogni economici perché aveva vergogna di venire a chiederti aiuto. Adesso vengono e ti dicono: «Per me cosa c’è?» Ti disorienta. Preoccupa poi l’attenzione sul genitore: io facendo parte dell’UVG, vedo che i grandi anziani hanno figli che ancora hanno delle regole, hanno rispetto; gli anziani che hanno sessant’anni ma sono già compromessi, hanno spesso figli molto giovani, con il lavoro che li assorbe, un lavoro che è molto meno remunerato probabilmente di una volta, per cui i bisogni economici sono scoppiati: se prima c’era l’anziano che con la pensione aiutava il figlio, adesso si è ribaltato tutto… le rette delle strutture insostenibili… Oggi ho conosciuto una signora di 99 anni che è in struttura da tre, con la figlia che rischia di morire prima della madre; a un altro ricoverato in RSA ieri sera è morto un figlio, un anno fa un altro, e l’ultimo dei tre che ha, diceva: «Io mi trovo adesso da solo, perché ho perso due fratelli, ad affrontare la situazione di mio papà e dico: per fortuna che sono in pensione. Perché, se fossi stato al lavoro, come avrei fatto?». Quando si parlava di rapporti di buon vicinato, dov’è il buon vicinato? ora si girano dall’altra parte… Oggi è tutto molto complesso e molto faticoso. A me questo lavoro piace ancora e spero di riuscire a resistere ancora un po’.
Barbara Vercelli – Anch’io evidenzio la tematica individualismo-egoismo, perché, secondo me, un nuovo bisogno è proprio quello di socializzazione e di integrazione. Io mi trovo a lavorare con persone che non socializzano e non sono integrate nella nostra società. Sono tutte storie che arrivano da problematiche passate, che hanno rilevanza nel presente, un po’ come se avessero un’etichetta. Il nostro progetto è comunque quello di riportare le persone ad un’autonomia ed essere reinseriti nel mondo. A volte c’è anche semplicemente una richiesta di essere reintegrati nel mondo del lavoro, perché attraverso il lavoro riescono ad avere di nuovo dei contatti sociali.
Zocchi – A questo tavolo avevamo invitato anche due esponenti del mondo del volontariato, che purtroppo per impegni imprevisti non possono essere presenti. Ci dispiace, perché rispetto a quanto emerso, riguardo a povertà educativa, individualismo esasperato e solitudine mancano le loro voci, probabilmente portatrici di impegno in questi ambiti. Ma abbiamo sentito che molti di voi hanno svolto o stanno svolgendo ancora adesso attività di volontariato. Anche in relazione a questo aspetto, ripensando alle motivazioni che vi hanno portato a scegliere la vostra professione, vi sembra che abbiano avuto risposta e siano state realizzate nel tempo? Rifareste la stessa scelta oggi?
Bava – Ho fatto il medico perché la mia famiglia ha avuto bisogno dei medici quando mio padre non aveva la mutua. Mia sorella ha avuto la poliomielite a due anni e da lì è cominciato un disastro per una famiglia normale come la mia. Mio papà faceva l’operaio e la mamma cuciva in casa, mio padre non aveva assistenza di tipo mutualistico, così mia sorella è finita nel circuito delle Opere di Carità a Milano, a Casciago, è stata assistita da comunità di suore, con soggiorni lontano da casa per parecchio tempo; poi si è ammalato mio padre e ricordo il medico che arrivava a tutte le ore e, quando era il momento di pagare… non si faceva pagare perché capiva la situazione. Non è un caso se nella mia famiglia io ho fatto il medico, mia sorella ha fatto la fisioterapista e l’altra mia sorella infermiera professionale: c’è stato qualche plagio da parte del destino… Fino ai 25 anni ho fatto il volontario per la Croce Rossa di Cannobio, prima ho fatto l’assistente, poi l’autista, poi da medico ho tenuto i corsi che istruivano i volontari, poi ho fatto il medico del soccorso alpino per 8 anni, infine il medico di famiglia… Sono stato felice di fare questo lavoro? Mi sono riconosciuto in questo ruolo, lo rifarei, ho avuto tante gratificazioni, nel rapporto con la gente. La gente mi ha dato tanto, mi è spiaciuto smettere, sparire di colpo dal mio lavoro 5 anni fa, quando ho dovuto interrompere per motivi di salute, ma ho sempre pregato perché mi fosse concesso di smettere quando fossi stato al massimo del gradimento, perché una delle cose mortificanti quando sono arrivato, giovane medico a Verbania e i colleghi erano tutti anziani, era quando un paziente mi diceva che aveva cambiato medico perché il suo ormai l’è rimbambì. Speravo non toccasse mai a me ed effettivamente il destino mi ha premiato. Quindi direi di sì. Riscontro, soprattutto adesso, che la gente è sola dal punto di vista sanitario, che è disperata. Proprio ieri un amico mi ha chiesto di guardare le cartelle cliniche di una dimissione fatta in un ospedale non della zona, perché lo hanno dimesso dopo un mese e mezzo di ricovero senza spiegazioni del medico, solo un’infermiera gli ha dato l’elenco dei farmaci da prendere. Il Covid, secondo me, ha sdoganato nel nostro ambito condotte che prima erano addirittura fuorilegge: io ho avuto una condanna per aver fatto un certificato a un paziente senza vederlo (ne avevo fatti solo due in tutta la mia carriera professionale). Mio figlio l’estate scorsa ha avuto vicende lunghe di salute, telefonava al suo medico, persona seria peraltro, che gli inviava il numero di certificato via mail e la legge però è ancora quella… Le visite a domicilio non ci sono quasi più, io nell’ultimo anno solare di lavoro ho accumulato 1502 visite a domicilio. Ma non perché fossi uno particolare, è cambiato proprio il modo di lavorare e questo mi preoccupa molto. Adesso la gente è terribilmente sola perché è cambiato anche il modo di fare questo lavoro, che allora mi portava nelle case della gente. In certe case, se mi avessero portato bendato, dall’odore avrei potuto dire di chi era. Adesso è inimmaginabile: allora i rapporti con la gente erano diversi ed è stato bellissimo: il sistema tutto attorno, il Consorzio dei Servizi Sociali, i colleghi in ospedale… Però dipendeva molto anche dall’operatore, dal professionista, dai colleghi; non c’era nessun collega che in ospedale mi rifiutasse un colloquio o una visita perché si era abituati che, se insistevo a richiederlo io, era nell’interesse del paziente. Di certo oggi, il fatto che i medici siano così richiesti, che abbiano la possibilità di mettersi sul mercato, di contrattare, non giova alla gente.
Bertolacci – Lavoro come infermiera dal 2009, attualmente nel reparto di malattie infettive. La mia passione viene da lontano, ho fatto anni di volontariato presso la Croce Rossa di Domo, per il Cottolengo di Biella. Ho scelto questa professione perché mi è sempre piaciuto occuparmi degli altri, prendermi cura delle persone, fino dalle esperienze di volontariato, nella comunità in cui sono cresciuta: devo dire che nella Valle Antrona c’è un forte senso di comunità. Io amo il mio lavoro, anche se ultimamente è un po’ più difficile continuare ad amarlo, probabilmente per le condizioni di cui si è già parlato, di mancato riconoscimento, di condizioni di lavoro sempre più pesanti, però se penso a cosa è la mia professione, tutto questo passa in secondo piano, altrimenti non sarei ancora qui. Molti miei colleghi hanno scelto la Svizzera, perché hanno una gratificazione diversa, io ho voluto restare e dare il mio contributo dove vivo e dove lavoro. Sì, lo risceglierei, però il tema di prendersi cura di chi si prende cura – sembra un gioco di parole – secondo me adesso va molto preso in considerazione. È vero, le nostre gratificazioni sono il riconoscimento dei pazienti, dei colleghi, quando si crea un gruppo di lavoro, quando si lavora bene e il paziente riconosce il tuo operato: in reparto siamo pieni di messaggi di ringraziamento dei nostri pazienti quando vengono dimessi e questo ci gratifica. Però, è importante che noi operatori sanitari ci sentiamo presi in considerazione, che il nostro lavoro venga riconosciuto, perché sempre meno giovani fanno questa scelta. Adesso vediamo che i nuovi laureati hanno motivazioni diverse rispetto a quelle che hanno spinto noi, e una causa penso che sia proprio questo scarso riconoscimento. Siamo passati attraverso la fase pandemia, quando eravamo tutti eroi indispensabili e ora, invece, spenti i riflettori, ecco i tagli sulla Sanità. Questo demotiva… però, se penso alla mia professione e ai motivi per cui l’ho scelta, la amo ancora.
Bresciani – Io non sono quasi mai stato un volontario. Mia madre era una volontaria e, se volete, è lei che mi ha insegnato l’uso della parola “noi”, invece dell’“io”. Ricordo un episodio: a Natale, mia madre aveva cucinato un colossale pollo, una cosa spettacolare. C’era una discreta aspettativa in me bambino, ma poi mia madre arriva, lo prende, lo mette in una scatola e lo porta via… «e dove lo porti?», e lei: «ai carcerati!», «e perché non a noi?» chiedo, perplesso, «perché loro ne hanno più bisogno!». Questo ricordo, che allora mi lasciò un po’ deluso, mi è rimasto dentro… Ho fatto servizio civile in Psichiatria e lì ho trovato la motivazione per fare questo mestiere. Non avevo le idee chiare sul mio futuro professionale e in quel percorso ho trovato un senso. Poi ho studiato, sono diventato educatore e ho trovato in questo una mia realizzazione. Il mio lavoro mi piace, mi piace tanto perché è vario, mi mette a contatto con le persone, mi fa crescere, imparo sempre nuove cose… qualche volta sbaglio, perché succede anche di sbagliare ed è una cosa che comunque motiva sempre. Mi motivano i ragazzi che sono cresciuti e sono cresciuti bene, mi riconoscono, mi motivano i progetti fatti nelle scuole, sperimentare mi interessa molto. Certo, mi ruba tempo e vorrei forse implementare la parte ‘vita’ e ridurre quella ‘lavoro’: a volte ci riesco, a volte meno, però continuo e mi piace perché mi dà senso.
Maulini – Mi viene in mente che a 16 anni, con un amico, andavamo a proiettare film alla Casa di Riposo di Omegna, era quella la nostra forma di volontariato. Usavamo una volta la macchine 16 mm del prete e una volta quella del PCI, così ne consumavamo a turno un po’ l’una, un po’ l’altra… Ho continuato poi e far politica e anche quella è una forma di volontariato, si cerca di fare qualcosa per gli altri. Ho cominciato così. Poi, siccome ho scoperto all’Università di essere dislessico, motivo per cui andavo malissimo a scuola, allora, gioco-forza, ho scelto di fare Psicologia e ho scritto diversi articoli sulla dislessia. Questa è la motivazione che mi ha portato a fare un mestiere che mi è piaciuto tantissimo e che mi piace ancora. Probabilmente, se fossi andato a lavorare in Svizzera, avrei avuto maggiori gratificazioni economiche, però quello che faccio e che ho fatto tutta la vita mi è piaciuto, mi ha permesso di conoscere molta gente e di capire poi perché si fa lo psicologo: è, come diceva il mio professore, per conoscere se stessi e gli altri, forse perché ne avevo bisogno per curare me stesso. Lo farei sempre, mi piace moltissimo, non riesco a smettere. Direi che dà dipendenza… È una professione a scavalco tra la parte sanitaria e la parte sociale, altrimenti non sarei alla Bitta… Devo dire che è molto di più quello che mi ha dato di quello che ho dato io alla professione, va bene così. Il volontariato continua, perché, quando uno fa per esempio l’assistente sociale, non piglia un soldo, non prende nemmeno i rimborsi, però continua, ha un sacco di grane, i casi più complicati che hanno bisogno di un tutore, non vanno a una persona, ma se li piglia il Presidente del Consorzio. Sono grane, però sono forme di volontariato che uno fa perché forse non riesce a farne a meno.
Mondino – Ho scelto di fare il medico a 19 anni e ho passato la mia giovinezza in un gruppo ecclesiale, dove il servizio negli anni ‘70 era quasi obbligatorio, inoltre sono nato in un quartiere di Genova popolare, abbastanza difficile, e il mio sogno era quello di andare a fare il medico in Africa, avevo quest’idea di aiutare gli altri. Poi ho fatto l’infettivologo, ambito in cui non c’è attività privata, c’è solo lo stipendio e basta; potevo fare altro per arricchirmi, ma per educazione ricevuta io e mia moglie ci siamo sempre accontentati di quello che passava il convento e andava bene così. Però direi che l’educazione era quella di fare un lavoro che potesse essere d’aiuto per gli altri, la motivazione è stata questa. Ho avuto tre esperienze di affido di minori e la prima con un bambino HIV positivo abbandonato all’ospedale Gaslini: la mamma era in carcere e allora l’HIV era una malattia che faceva molta paura. Io, pur con 2 bambini piccoli mi sono portato a casa questo bambinetto e ricordo con molto affetto questo affido. Sono alla fine della carriera, direi che mi addormento in pace, quello che ho fatto mi ha reso contento, è stato davvero un servizio, ho passato due pandemie, quindi penso di avere dato abbastanza… Sono anche Cavaliere della Repubblica grazie al Covid: devo dire che la mia vita lavorativa è sempre stata piena, ho conosciuto un sacco di persone. Ho anche sofferto tanto. Adesso che non ci sono le epidemie rischio quasi il burn-out… Ho sofferto tanto… (tutti noi sentiamo la sua commozione, che ci contagia n.d.r.)
Puccio – Non è un lavoro semplice, a questo tavolo siamo tutti professionisti d’aiuto, in un modo o nell’altro e di sofferenza ne abbiamo ingoiata tanta, chi più chi meno…
Mondino – Quando sono in reparto la sofferenza non si vede, io devo fare “l’intellettuale di sinistra”, come diceva Villaggio, devo essere tutto d’un pezzo, però se penso a tutti i morti che ho visto, giovani malati di AIDS… Quando sei lì devi essere distaccato, un paziente è come un altro, ma poi, conoscendo le storie… è stata dura. Ti porti a casa tutti i vissuti delle persone: sono persone…
Bertolacci – E poi il nostro ambulatorio è come se fosse una famiglia, i pazienti si rivolgono all’ambulatorio per qualsiasi problema.
Mondino – Io ho vissuto dei bambini con AIDS al Gaslini, quando nessuno o pochi si prestavano a fare i prelievi per paura di infettarsi e allora chiamavano me, tanto ero il medico, pazienza se mi pungevo (ed è capitato diverse volte, perché i prelievi ai bambini li fai a mani nude, come le rachicentesi). Sono venuto qui con quel vissuto, i bambini con HIV fortunatamente non erano centinaia come gli adulti, ma avevo già quest’esperienza.
Bava – E qui poi era stato terribile, perché nell’84 non avevamo il reparto di malattie infettive…
Mondino – C’eri tu, Carlo, che seguivi l’ambulatorio di malattie infettive.
Bava – Sì, non c’era il letto per i tossicodipendenti… dovevamo ricoverarli a Varallo. E qui i ragazzi morivano, negli anni ‘84 -’86 c’era un’epidemia di eroina.
Mondino – Scusate se mi sono commosso…
Zocchi – No, anzi grazie perché parlavamo proprio prima della mancanza di solidarietà e di empatia e mi sembra che a questo tavolo non manchi…
Rossi – Fin da bambina ho sempre avuto predisposizione ad accogliere i compagni più in difficoltà, mia madre ha sempre fatto volontariato con ragazzi disabili, era una ginnasta e quindi mi capitava di aiutarla in questa attività; ho fatto poi volontariato in una casa per anziani. Io veramente volevo fare la pediatra, ma non sono passata al test d’ammissione, poi ho fatto Chimica farmaceutica, ma infine ho scelto di fare l’assistente sociale, perché mi interessava aiutare le persone anche occupandomi della parte di aiuto burocratico, cercando di risolvere i loro bisogni sfruttando le risorse che la società offre. Questo però adesso è l’aspetto che non mi piace più: troppo complicato, troppe procedure, stai troppo tempo a compilare dati e cartelle al computer e sto perdendo quella parte che mi piace, del contatto con le persone. Credo che comunque, se tornassi indietro, lo rifarei, e continuo a farlo nonostante qualche anno fa mi sia dovuta trasferire qui per motivi di lavoro, perché sono stata aggredita da una persona e questo mi ha segnato profondamente per sei mesi: nonostante questo, in quei sei mesi durante i quali sono stata a casa con antidepressivi, mi sono interrogata se cambiare lavoro, ma ho capito che questo è il mio mestiere, quindi rimango finché resisto!
Vercelli – Fin da bambina sognavo di diventare un medico. Ho fatto il liceo scientifico apposta, ho superato il test d’ammissione a Medicina, ho fatto un anno di Medicina a Pavia e poi, purtroppo, ho avuto un problema familiare abbastanza importante e ho dovuto smettere. Ho iniziato la mia carriera lavorativa in tutt’altro settore, un lavoro ‘di scrivania’, però mi mancava il lavoro per le persone. A un certo punto, quando ho scoperto che partiva un corso professionale per OSS, ho provato a fare il test, l’ho passato e ho fatto il corso: una delle cose più belle che abbia fatto nella mia vita e ho intrapreso questa strada. Lo rifarei, perché la gratificazione più grande che abbiamo è quando le persone ti guardano e, anche se hanno difficoltà a esprimersi, con gli occhi ci ringraziano. Questa è la cosa più bella, a volte, quando torni a casa la sera, ti viene la pelle d’oca, se ripensi a quegli occhi che ti ringraziano per quello che fai. A me fa bene far stare bene le persone, se potessi fare volontariato lo farei, ma oggettivamente, è un po’ troppo, non ne avrei il tempo… Il mio lavoro mi piace e mi gratifica, lo risceglierei e continuo, convinta, in quello che faccio.
Puccio – Su queste parole direi che si può chiudere. Grazie a tutti voi.
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