Magazine Alternativa A Numero 1
Anno 2026
FORUM: LA CULTURA CHE "TIENE BOTTA"

Sfide, fatiche e visioni del produrre bellezza e pensiero critico nel VCO

C. Barberis Negra: Cosa significa fare cultura in provincia? Come si sono evolute le vostre realtà per rispondere ai cambiamenti storici e sociali e mantenere vivo il legame con il pubblico?

Gabriele Piazza: La realtà di Mastronauta di Omegna compie quest’anno 25 anni. Nata con un target prettamente giovanile e basata sul volontariato, ha vissuto un salto di qualità durante il Covid: il consiglio direttivo ha definito nuovi obiettivi e l’attività è diventata l’occupazione principale del nostro direttore organizzativo. L’offerta si è ampliata includendo rassegne teatrali e performance, permettendoci di vincere bandi come Piemonte dal Vivo. Oggi il nostro pubblico è diviso equamente tra under 30, fascia media e over 60. Il fatto che le persone si abbonino al nostro piccolo teatro da 50 posti ci riempie di orgoglio ed è segno di una fiducia conquistata. La nostra forza credo sia quella di saper differenziare l’offerta: laboratori per bambini, residenze artistiche per il pubblico centrale e proposte mirate per la terza età.

Tina Trotta: Il CGS Don Bosco ha cambiato volto tra il 2010 e il 2012, con la chiusura dell’ultima sala cinematografica di Verbania. Prima ci limitavamo alla programmazione, curando solo la parte culturale e appoggiandoci per il resto all’esercente. Rimasti orfani di spazi, abbiamo dovuto ricominciare da zero acquistando un vecchio proiettore “Prevost”, di quarta – quinta mano, e trovando ospitalità all’Auditorium del Chiostro. Abbiamo imparato a gestire l’intera burocrazia e i permessi di proiezione, diventando autonomi in ogni aspetto. In passato, tra il cinema Sociale e il VIP, raggiungevamo i 1.200 abbonamenti (eravamo diventati un caso esemplare anche fuori regione), gestendo la rotazione delle pellicole tra le sale con una coordinazione millimetrica per incastrare tre spettacoli.

Oggi il panorama è mutato. Il passaggio al digitale è stato un investimento oneroso, per un’associazione piccola come la nostra, ma necessario. Nonostante l’aumento dei costi e la riduzione degli spazi, “teniamo botta” con circa 550 abbonati, su tre turni, un numero superiore alla media regionale. Il target è prevalentemente over-age, anche se i giovani rispondono bene a temi d’attualità (come i film di attualità su Gaza). Fatichiamo invece con i bambini, a causa della forte concorrenza delle piattaforme streaming.

Matteo Giorgetti: La Casa della Resistenza sorge sul luogo del più grande eccidio nazifascista delle province di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola: a Fondotoce furono fucilati 43 partigiani. Nasciamo quindi come luogo della memoria. L’attuale associazione, nata nel 1997 per gestire la struttura e il sacrario, è cresciuta diventando un ente del Terzo Settore che si occupa di ricerca e didattica. Il legame con il territorio è viscerale, essendo il VCO un teatro fondamentale della Resistenza. Questo si traduce in iniziative diffuse, come la mappa dei luoghi della memoria o progetti di peer education per l’anniversario della Zona Libera dell’Ossola, dove gli studenti delle superiori fanno da guida ai bambini delle primarie.

C. Barberis Negra: Una domanda extra per Giorgetti, prima di completare, il giro di tavolo. Chi partecipa alle vostre iniziative? Riuscite a “passare” la cultura della memoria a tutti i target?

Matteo Giorgetti: Bisogna distinguere tra attività didattica e culturale. La didattica coinvolge ogni anno circa 4.000 studenti, dalle primarie all’università. Molti gruppi (più della metà) vengono da fuori provincia per visitare la Casa. Sul fronte culturale, il pubblico è sfaccettato: per presentazioni di libri o incontri storici prevale l’adulto, ma collaborazioni con il Parco Val Grande o il Parco Letterario “Nino Chiovini” riescono a intercettare anche i più giovani. È un panorama complesso che spazia tra diverse modalità di coinvolgimento.

Paolo Crivellaro: Cerco di sintetizzare una storia di molti anni. Nel 1979 decidemmo di fare qualcosa di diverso rispetto alle classiche compagnie amatoriali: non iniziammo a recitare, ma a organizzare e promuovere festival e rassegne professionistiche in un territorio allora periferico. L’obiettivo era dare visibilità alle “anime invisibili” del teatro, puntando sui contenuti anziché sulla notorietà televisiva. Abbiamo iniziato rivolgendoci ai bambini, attività proseguita fino al 1986 con il sostegno costante di tutte le amministrazioni comunali che si sono succedute a Verbania, indipendentemente dal colore politico. In quegli anni abbiamo portato a teatro 5.000 bambini, dalle materne alle medie, non solo della città ma di tutto l’hinterland. Non venivano per una sola mattina, ma per vedere cicli di 3 o 4 spettacoli. In parallelo organizzavamo seminari per insegnanti, con professionisti nazionali, laboratori e convegni. Tutto questo era gestito da persone che nella vita facevano altro, ma erano unite da un amore profondo per il teatro.

Dall’86 è nata la stagione di Lampi sul Loggione, per anni “nomade”, ospitata in diverse sale del territorio (Sant’Anna, Palazzo dei Congressi, Cinema VIP). Per dieci anni siamo stati l’unica realtà teatrale a Verbania, nonostante l’assenza di strutture adeguate. All’apertura del nuovo teatro “Il Maggiore”, abbiamo registrato 500 abbonati su 550 posti; tuttavia, dopo sei anni siamo tornati allo Spazio Sant’Anna (200 posti) per divergenze che non approfondisco.

Oggi il panorama è cambiato e riscontro, con tristezza, che l’età media dello spettatore è di sessant’anni. Mentre nelle grandi città il teatro attrae ancora i giovani, in provincia il pubblico è sempre più anziano. Non intercettiamo nemmeno i figli dei nostri spettatori storici che spesso, nonostante abbiano in casa dei veri “ambasciatori” della cultura, considerano il teatro noioso. L’assenza più dolorosa è però quella di chi il teatro lo “pratica”: sul territorio ci sono 150-200 persone che fanno teatro amatoriale, ma che non frequentano le rassegne e non si interessano al lavoro dei maestri. È un paradosso simile a quello di un musicista che suona ma non ascolta mai un disco o un concerto.

Il coinvolgimento dei giovani e la sfida delle reti culturali

Maria Pia Zocchi: Ricollegandoci al tema del pubblico che invecchia: esiste una “ricetta” per intercettare le nuove generazioni e coinvolgerle nelle diverse attività culturali?

Gabriele Piazza: Non esistono formule magiche; quella sul coinvolgimento dei giovani è la “domanda da un milione di dollari”. Nella mia esperienza con la Consulta Giovanile di Omegna, riscontriamo una difficoltà estrema nel trovare nuovi membri; siamo un gruppo esiguo che spera di attirare altri partecipanti attraverso la qualità delle iniziative. Tuttavia, per Mastronauta la situazione è meno drastica rispetto ad altre realtà. Bisogna distinguere le fasce d’età: se i bambini vengono portati dai genitori, gli adolescenti e i giovani adulti vanno intercettati con linguaggi diversi. Raramente si avvicinano per il teatro “classico”, molto più spesso lo fanno per i concerti. Sono co-curatore di Fonè Folk, una rassegna nata per proporre generi meno consueti, come il jazz, il rock o il folk, che sta vivendo un vero revival. In questi eventi la fascia tra i 20 e i 30 anni è molto presente.

Un altro esempio di successo intergenerazionale è il “Baratto”, l’evento dedicato al riuso e al contrasto della fast fashion, per cui Mastronauta è forse più conosciuta: l’ultima edizione ha registrato 1.500 utenti, coinvolgendo dai ragazzi in cerca di shopping etico agli adulti, spesso accompagnati anche dai figli piccoli. Anche la nostra Art & Job Academy ha ottimi riscontri nella fascia 20-40 anni. La chiave è sperimentare e coinvolgere direttamente i ragazzi. Un modello virtuoso è il “Kantiere” dell’Associazione 21 Marzo, uno spazio che funziona perché ascolta e realizza concretamente le proposte dei giovani.

Tina Trotta Il punto è proprio questo: avere un gruppo di giovani che collabori alla progettazione. Se la proposta viene da un ambito giovane, probabilmente il coinvolgimento per quella fascia d’età è maggiore. Questo garantirebbe anche continuità al progetto e all’associazione, dopo la nostra generazione. Negli anni passati abbiamo tentato delle collaborazioni esterne, ma questo, devo dire, non ha né ampliato né modificato la platea, come se ormai tutti gli ambiti fossero prefissati. Ho maturato, infatti, l’impressione che chi fa l’abbonamento al cineforum, o a un certo tipo di teatro, o di concerto, lo faccia per comodità, per avere una selezione di spettacoli già fatta.

Abbiamo quindi interrotto quel tipo di collaborazioni, però da tre anni abbiamo attivato una partnership con le scuole, cercando di capire quale sia la reazione dei giovani alla visione di un film tutti insieme e quali siano i loro gusti. Ho notato una discrepanza territoriale: film che riscuotono successo tra i giovani nelle grandi città, a Verbania non incontrano lo stesso favore. Questo è un grande punto di domanda. Ritengo che la collaborazione intrapresa con le scuole sia positiva; ha visto una forte partecipazione dei ragazzi, in particolare su temi come la questione palestinese. Forse, in questo momento storico, è necessario puntare sulla “controcultura”.

C.  Barberis Negra: Come funzionano le collaborazioni con le altre associazioni? “Fare rete” con realtà più giovani non potrebbe originare nuovi sviluppi?

Tina Trotta: “Non funziona perché, nella mia esperienza, ognuno è focalizzato su quello che fa o che farà in futuro. Spiace dirlo, ma spesso l’espressione ‘fare rete’ serve solo per partecipare ai bandi e dimostrare di essere attivi sul territorio. È un’idea molto bella in teoria, ma dal nostro punto di vista rimane difficile da concretizzare. Si attua con tanta fatica e il risultato è spesso deludente perché, una volta finita l’esperienza, non si è costruita una collaborazione duratura. Queste reti nascono spesso attorno a un capofila per svolgere attività che coinvolgono tanti enti, ma quando si esaurisce il progetto, finisce tutto. Quindi, tornando al tema centrale della domanda, concludo dicendo che non ci sono ricette.

Maria Pia Zocchi: Quindi, se capisco bene, riscontrate una certa passività nel pubblico: le proposte vengono accolte con fiducia, ma senza una reale spinta dal basso. Se questo meccanismo consolida il target già esistente, rischia però di diventare un limite per intercettare nuovi spettatori. È così?

Tina Trotta: Per la nostra associazione il tentativo ora è appunto quello di coinvolgere le scuole. A questo proposito, però, confrontandomi con alcuni esercenti e rappresentanti di associazioni culturali presenti alle Giornate professionali di cinema di quest’anno, abbiamo condiviso la considerazione che molto spesso gli insegnanti ci dicono che un certo tipo di film non è adatto ai ragazzi, perché, a loro dire, non sono in grado di elaborarlo. Quindi, anche da questo punto di vista, viene quasi delegata a noi la scelta dei film in base alla loro tematica, evitando di proporre quelli che potrebbero ferire una sensibilità piuttosto che un’altra. Presenti una serie di film e poi riscontri una sorta di chiusura su alcuni aspetti che, a tuo parere, potrebbero essere invece utili per sviluppare una riflessione su temi che consideri significativi in un percorso scolastico.

Matteo Giorgetti: Credo che il nostro sia un ambito con dei meccanismi molto diversi rispetto a quelli di cui si è parlato. Noi ci occupiamo di storia e di una memoria che, ovviamente, è profondamente legata a quelli che sono i temi e i valori dell’antifascismo; temi condivisi da molte persone, per fortuna. Per noi le collaborazioni sono fondamentali: lavorare con realtà come l’Associazione 21 Marzo ci permette di ribaltare l’esperienza dei nostri eventi, portando una maggioranza di under 30 laddove solitamente il pubblico è over 60. Affrontare temi storici legandoli a questioni sentite oggi, come l’ambiente, aumenta drasticamente la partecipazione giovanile. Da soli faremmo fatica a costruire qualcosa di nuovo per mancanza di energie e risorse. Una formula magica non ce l’ho; posso dire, però, che quello che è assolutamente da evitare è chiudersi in una dimensione autoreferenziale, compiacendosi del proprio operato e accontentandosi di parlare a chi già ci conosce e la pensa come noi. Il problema è fare un passettino oltre, cioè uscire e rivolgerci a un pubblico che oggi è grande. Con delusione leggevo, giusto stamattina, un articolo che diceva che in Italia il 30% delle persone non sarebbe contrario a un ritorno di Mussolini. Credo sia una percentuale altissima, ma al tempo stesso so che ci sono moltissime persone che si rifanno all’antifascismo e ai suoi valori: ne ho conferma durante la manifestazione del 25 Aprile o in occasione della giornata in ricordo dell’eccidio di Fondotoce, purtroppo ne ho meno riscontro nel corso dell’anno, per altri eventi alla Casa della Resistenza. Mi rendo conto, però, che la partecipazione dipende soprattutto dalle iniziative che proponiamo.

C.  Barberis Negra: Noti una forma di fidelizzazione dopo queste collaborazioni?

Matteo Giorgetti: Difficile a dirsi. Vedo molte persone che non identifico con un’associazione specifica, ma che so essere vicine ai nostri valori. Noi non facciamo pagare biglietti, nemmeno per la didattica; quindi, non siamo legati ai numeri in termini di profitto. La fidelizzazione avviene quando veniamo riconosciuti come una realtà accreditata che può approfondire temi storici in contesti analoghi.

Paolo Crivellaro: Il discorso del teatro capace di attrarre i giovani è complesso e di respiro nazionale. Oggi, se un teatro propone un comico televisivo famoso a prezzi altissimi, registra il tutto esaurito. Perché? Perché i mass media hanno creato un desiderio di spettacolo basato puramente sul “divertirsi”.

Noi con Lampi sul Loggione proponiamo un teatro di contenuto e impegno. Due anni fa abbiamo presentato una stagione molto intensa, ma abbiamo perso abbonati: spettatori “insospettabili” mi hanno fermato dicendo: “Ma io voglio divertirmi, basta con queste tristezze, per favore!”.

Sulla questione delle reti, sono disilluso. Ogni realtà è convinta di fare le cose migliori e non ci si preoccupa delle sovrapposizioni: nella stessa serata possono esserci tre eventi diversi in concorrenza tra loro. Per ovviare a questo, ho proposto più volte di imitare la vicina Svizzera. A Locarno il Comune gestisce un’agenda condivisa online: il cittadino vede tutto e chi organizza può controllare se una data è già occupata prima di inserire il proprio evento. Forse da noi manca la volontà politica e associativa di collaborare nella pianificazione. Questa modalità di condivisione sarebbe utile non solo per chi propone, ma per l’intera cittadinanza in cerca di proposte culturali.

La sostenibilità economica: tra “dittatura dei bandi” e spazi fisici

C. Barberis Negra: Passiamo alle note dolenti: cosa comporta, oggi, fare cultura nel VCO? Tra limiti fisici degli spazi e complessità della “macchina dei bandi”, come gestite la sostenibilità economica?

Tina Trotta: Per anni ci siamo autosostenuti. Quando c’era un esercente, non avevamo grandi oneri fissi; da quando ci siamo “messi in proprio”, la fedeltà dei nostri abbonati è stata la nostra forza e garanzia di autonomia. Tuttavia, per crescere culturalmente, abbiamo iniziato ad aderire ai bandi. Non avendo i requisiti per fare da capofila in grandi progetti, abbiamo partecipato come partner investendo risorse nostre e ricevendo rimborsi solo parziali. Purtroppo, questo investimento non sempre ha portato il ritorno sperato in termini di visibilità e crescita. Un esempio è l’arena estiva: una proposta che la città ci richiede con forza, ma che ha costi enormi. In quel caso il sostegno pubblico è vitale. Per quanto riguarda la rassegna invernale, cerchiamo di farla “viaggiare” da sola, ma l’aumento dei costi è implacabile. Molti non percepiscono il peso economico dietro una singola serata di “controcultura”: tra il 40% da versare alla distribuzione, affitto della sala, SIAE e costi per la sicurezza (necessari finché l’hotel titolare dell’Auditorium che ci ospita resta chiuso), ogni proiezione parte da una base di almeno ottocento euro. Avere uno spazio proprio potrebbe essere determinante per il nostro futuro.

Paolo Crivellaro: Il mondo del teatro professionale è cambiato radicalmente. Oggi nessuno riesce a coprire le spese con il solo sbigliettamento: l’incasso copre, infatti, al massimo il 50-60% dei costi. Se dieci anni fa il rapporto diretto con il Comune e richieste economiche più contenute delle compagnie permettevano di far quadrare i conti, oggi è indispensabile trovare fondi per ogni singola iniziativa.

È vero, possiamo contare sul supporto delle Fondazioni ma, in parallelo, sto notando che sono sempre meno le associazioni come la nostra, nata da un gruppo di amici in cui ciascuno si metteva in gioco: allora c’era l’avvocato che staccava i biglietti, l’impiegato che tirava le tende e così via. Adesso, essendoci degli interlocutori che finanziano – prima di tutto le Fondazioni attraverso bandi e poi i Comuni – gli aspetti burocratici per la ricerca di fondi sono diventati sempre più complicati. A livello nazionale, le compagnie teatrali ottengono finanziamenti dal Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo attraverso uno strumento che si chiama Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (FNSV – ex Fondo Unico per lo Spettacolo – FUS) e per questo hanno uffici strutturati con persone che si occupano esclusivamente di bandi e rendicontazioni. È un sistema che rischia di soffocare la creatività a favore della gestione amministrativa.

Matteo Giorgetti: Per noi le risorse si dividono in due canali. Da un lato c’è l’attività “ordinaria”, che garantisce la gestione della struttura. Lo stabile è della Provincia, ma noi paghiamo tutte le spese correnti: bollette e sicurezza su una struttura di queste dimensioni pesano per migliaia di euro ogni anno e assorbono una grossissima fetta del nostro bilancio. Dall’altro lato ci sono i bandi per i progetti specifici, che siano con le Fondazioni, con la Regione Piemonte o con lo Stato italiano, attraverso il Ministero della Cultura. Grazie alla Compagnia di San Paolo, per esempio, abbiamo digitalizzato i nostri archivi sulle stragi di Fondotoce e degli ebrei: un’operazione da 20.000 euro che non avremmo mai potuto sostenere da soli. Il problema critico sono i meccanismi “distorti” dei bandi regionali: se partecipi per un’attività annuale ma conosci l’esito solo a ottobre, o rischi il default o resti fermo. È un sistema freddo, basato su tabelle di punteggio che spesso non rispecchiano la reale qualità culturale. Inoltre, le cifre spesso sono irrisorie: 400.000 euro per il bando triennale della Regione Piemonte sono nulla a fronte delle necessità di un intero territorio regionale.

Gabriele Piazza: Condivido queste difficoltà. Si dice spesso che con la cultura sia molto difficile vivere e, in effetti, Mastronauta, se si basasse solo sulle tessere associative e sui biglietti, non sarebbe in grado di mantenersi, proprio perché la cultura segue dinamiche economiche diverse da quelle aziendali. Quindi anche noi dipendiamo dalle Fondazioni e dai vari bandi, anche dall’Unione Europea per le iniziative Erasmus. Se non vincessimo più bandi, dovremmo fermarci, perché, possiamo dire, è un gioco che va sempre in perdita.

Vorrei però citare un piccolo elemento positivo che ho riscontrato recentemente come Consulta Giovanile, in collaborazione con Mastronauta. Si tratta dell’aspetto collaborativo, dell’unione che può nascere proprio dalla necessità di partecipare a un bando insieme. Come Consulta Giovanile avevamo infatti l’intenzione di partecipare al bando “Giovani” della Regione; nel giro di pochi mesi, abbiamo concepito un progetto gigantesco coinvolgendo il CISS, Mastronauta, l’Associazione 21 marzo, le Consulte Giovanili dei Comuni vicini e i Comuni stessi. Questo è stato, secondo me, un bell’esercizio di cooperazione. Come ha detto Paolo Crivellaro, il problema nella nostra provincia è la scarsa comunicazione tra gli enti culturali; tuttavia, in questa specifica esperienza, c’è stato un esempio virtuoso. Il bando lo abbiamo vinto e adesso siamo “obbligati” a realizzare tutte le attività progettate, che sono veramente tantissime, e a collaborare con tutti questi enti. Quindi, posso dire che un pregio di questi bandi è che, valorizzando il fare rete, lo incentivano concretamente.

Il senso del fare cultura oggi

Maria Pia Zocchi: Cosa vi spinge a continuare nonostante i limiti economici e la fatica? Ha ancora senso proporre cultura?

Tina Trotta: Sicuramente la parola base è “passione”, il piacere che lega chi ama andare al cinema e a teatro, perché comunque vengo anche da questa esperienza. È un po’ come andare in analisi, perché in quel momento ti immergi nella storia che ti viene raccontata e riesci a guardare i tuoi problemi, la tua ansia da un altro punto di vista. Il cinema e il teatro fanno questo, quando sono di qualità. Questo sicuramente è quello che ci spinge ad andare avanti. Devo dire che io sono felice, veramente felice, quando vedo una sala piena, quando le persone escono soddisfatte, quando senti quell’emozione che vibra nell’aria. Di solito sto sempre in fondo alla sala a guardare: raramente me ne vado, a volte riguardo tre o quattro volte lo stesso film, perché ogni volta è un’esperienza diversa, si respira un’atmosfera diversa; e ancora diversa è l’esperienza che vivo con gli studenti, mi piace molto, vorrei ampliarla e spero che altre scuole aderiscano alle nostre proposte. Nel nostro piccolo, sento di condividere quello che dicono molto spesso gli artisti sul palco: “Se noi siamo qua è perché il pubblico c’è e il pubblico ci applaude ancora”. Questo ci dà la forza di continuare.

Gabriele Piazza: Io posso dire che lo faccio per due ragioni: una altruista e una egoista. Quella altruista è che tutti hanno il diritto di vivere una vita piena e felice e fare ciò che gli piace e che rende, appunto, l’esistenza degna di avere un significato e un senso. E secondo me l’arte e la cultura sono lo strumento per raggiungere questo obiettivo. Di conseguenza, anche se economicamente non ne vale la pena, anche se ci sono mille difficoltà, è una cosa che ha valore proprio perché produce felicità. E la ragione è anche egoistica, perché viviamo in un piccolo paese e, di conseguenza, a volte, se le cose non le faccio io, non le fa nessuno. Non perché non ci sia nessuno interessato a questi aspetti, ma perché credo che il modo migliore per avere un’offerta culturale bella e avere cose che mi piacciono sia farle in prima persona, perché almeno so che mi ci metto d’impegno, ecco!

Matteo Giorgetti: Su questo punto penso che la risposta condivisa da tutta l’associazione, dai volontari, dai soci, da tutte le persone che ruotano intorno alla Casa della Resistenza, da me, che ci lavoro, siano i valori dell’antifascismo, quali libertà e democrazia. E poi, a livello personale, è ovvio che quando vado in una scuola e riesco a fare un bel progetto che coinvolge centinaia di studenti, non posso che essere felice; si tratta anche di una vocazione professionale, mettiamola così, come fare una bella ricerca o scrivere un libro.

Paolo Crivellaro: Se abbia ancora senso fare cultura…, nel nostro caso il nostro obiettivo è rendere visibile l’invisibile: purtroppo siamo accerchiati da forme di spettacolo che, diciamolo, aiutano poco a pensare. Noi in alternativa cerchiamo di proporre dei cartelloni che abbiano dei contenuti e soprattutto cerchiamo di incoraggiare quelle formazioni teatrali di età più giovane che fanno molta fatica a vivere e lavorare; ci piace poter creare degli spazi per loro e dar loro modo di far sentire la propria voce a Verbania.

Grazie a tutti i nostri ospiti. Chiudiamo con un sentito applauso, non solo per la testimonianza di stasera, ma per il lavoro che portate avanti con passione e generosità da anni. Sipario!