Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2026
FORUM - GUERRA E PACE
24 Settembre 2026

Non letteratura, ma inestirpato[1] dilemma dei nostri tempi

Hanno partecipato al Forum:

Emanuele Belverde – Vicepresidente Associazione di promozione sociale 21Marzo APS

Benoit Lovati – Sacerdote e Missionario

Luisa Morgantini – presidente di AssopacePalestina, attivista e politica italiana, prima donna eletta alla segreteria della FLM di Milano (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), è stata Vicepresidente del Parlamento Europeo con l’incarico delle politiche per l’Africa e per i diritti umani

Mimma Moscatiello – Assessora alla cultura del Comune di Omegna con forte legame con l’associazionismo e il volontariato locale

Renato Sacco – Sacerdote e Coordinatore Nazionale di Pax Christi

Ha condotto: per la redazione di Alternativa, Maurizio Colombo

Il Forum si è svolto martedì 28 luglio presso Casa don Gianni a Domodossola

Colombo – Grazie di aver accettato l’invito a questo forum per confrontarci su un tema, la guerra, che pensavamo a noi lontano, ma che invece è già entrato da tempo anche nelle nostre case. A voi dare la lettura più consona alla vostra esperienza. Per un primo giro di tavolo vi chiedo una riflessione su cosa si fa, in questo tempo di guerre, su questo territorio per la pace? Cosa fate voi o cosa altri fanno.

Sacco – Sono qui come ossolano, ma anche come membro di Pax Christi e della Rete Italiana Pace e Disarmo. Da molti anni lavoriamo per denunciare la follia della guerra e il commercio delle armi. Ricordo la legge 185 sull’export delle armi e il riconoscimento dell’obiezione di coscienza come conquiste nate da un lungo impegno civile. Oggi, però, stiamo assistendo ad un’inversione di rotta: aumentano le spese militari, cresce l’export di armi e sembra che la guerra sia tornata a essere considerata una soluzione possibile. Per me, membro di Pax Christi, la guerra non è una questione politica, di destra o di sinistra: è sempre una sconfitta, un’avventura senza ritorno. Da prete, mi guidano il Vangelo, che invita a rimettere la spada nel fodero, e la Costituzione, che afferma che l’Italia ripudia la guerra. Eppure, oggi questo principio sembra quasi fuori moda. Ci stiamo abituando alla guerra anche attraverso il linguaggio: la raccontiamo ogni giorno, la vediamo in televisione, la sentiamo nei discorsi politici, fino a considerarla qualcosa di normale. Da bambino la guerra era un tabù, oggi è diventata parte del dibattito quotidiano. Per questo continuiamo a promuovere campagne di sensibilizzazione, a sostenere l’obiezione di coscienza e a denunciare la complicità del nostro Paese nelle guerre attraverso la produzione e il commercio delle armi, perché la guerra entra nel nostro quotidiano, porta lavoro, porta opportunità e oggi stiamo davvero respirando un clima di guerra. Noi siamo complici di una guerra, di un genocidio, ma non solo a livello di idee, siamo complici perché facciamo affari, perché vendiamo armi, perché le compriamo. Sul territorio abbiamo dato vita al comitato per Gaza e ad altre iniziative contro il riarmo, cercando di portare qui le campagne nazionali. Ci siamo occupati anche della presenza di Leonardo e delle attività militari collegate a Eli-Ossola, perché anche il nostro territorio è coinvolto in un sistema che rende la guerra sempre più vicina e presente. Credo che la risposta debba essere la nonviolenza. Anche il modo in cui si protesta è importante, perché il mezzo è già parte del messaggio. Dobbiamo continuare a costruire una cultura di pace, di disarmo e di solidarietà, senza rassegnarci all’idea che la guerra sia inevitabile.

Moscatiello – Sono assessora alla cultura del Comune di Omegna e consigliera provinciale. Quando ho iniziato questo incarico mi sono chiesta che cosa volesse dire fare cultura. Mi sono data un obiettivo preciso: accanto agli eventi che fanno stare bene le persone, come il cinema all’aperto o i concerti, volevo promuovere iniziative che aiutassero a riflettere e ad educare alle diversità. Sono convinta che molti conflitti nascano dalla scarsa conoscenza dell’altro e che una politica culturale possa contribuire a costruire una società più aperta e quindi anche più pacifica. Per questo abbiamo scelto di dare spazio anche ai diritti, come la giornata contro l’omotransfobia, perché il rispetto delle differenze è già un modo di costruire la pace. Come amministrazione abbiamo voluto compiere anche gesti simbolici ma concreti. Sul municipio di Omegna è esposta stabilmente la bandiera della pace, una scelta politica che rivendichiamo con convinzione. Abbiamo inoltre portato in Consiglio comunale ordini del giorno contro le armi nucleari e per il riconoscimento dello Stato di Palestina, affrontando temi che vanno oltre i confini della nostra città perché crediamo che un Comune debba sentirsi parte di ciò che accade nel mondo. Abbiamo promosso una marcia per la pace che ha portato in piazza 3.000 persone, offrendo uno spazio a chi sente il bisogno di reagire alle guerre e al genocidio in corso a Gaza, ma anche ai conflitti che continuano in tante altre parti del mondo. Personalmente ho sempre creduto nella nonviolenza, nel disarmo e nel rifiuto delle armi come strumento di soluzione dei conflitti, e questa convinzione guida ancora oggi il mio impegno politico. Anche in Consiglio provinciale ho preso posizione contro l’aumento degli armamenti e ho espresso le mie perplessità persino su provvedimenti che riguardano il porto d’armi, perché per me le armi non dovrebbero avere spazio nella nostra società. Ci siamo occupati anche della presenza degli elicotteri di Leonardo sul territorio, chiedendo trasparenza sia sugli aspetti legati alla sicurezza sia sull’impatto ambientale di queste attività. Infine, come città di Gianni Rodari, vogliamo continuare a trasmettere il suo messaggio di pace ai più giovani. Stiamo anche organizzando una grande bandiera della pace composta dalle persone, per arrivare a fare la bandiera della pace umana più grande d’Italia, con l’idea che la pace debba essere costruita insieme e messa simbolicamente al di sopra di ogni altra bandiera.

Morgantini – Credo che il ruolo delle amministrazioni comunali sia fondamentale. In tutta Italia ci sono Comuni che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, promosso gemellaggi con municipalità palestinesi e sostenuto iniziative concrete a favore dei prigionieri politici e delle comunità che praticano la resistenza popolare nonviolenta. Sono scelte importanti, perché la pace si costruisce anche dal basso, attraverso le istituzioni locali e il coinvolgimento della società civile.

Vorrei però dire che le guerre non nascono semplicemente dalla mancata conoscenza dell’altro. Nascono da volontà di potere, di dominio e di occupazione. Nel caso della Palestina questo è ormai evidente: c’è un progetto politico che punta al controllo del territorio. Per questo è importante sostenere chi, pur vivendo sotto occupazione, continua ogni giorno a resistere in modo nonviolento, andando a scuola, facendo cultura, continuando semplicemente a vivere. La cultura della guerra non è nata oggi. Dopo la caduta del Muro di Berlino molti di noi pensavano che si sarebbe aperta una stagione di pace, invece abbiamo assistito alla crescita dell’imperialismo, all’indebolimento delle Nazioni Unite e al moltiplicarsi delle guerre. Quelle guerre hanno prodotto milioni di profughi – lo diceva un profugo con un cartello in una manifestazione, “siamo i profughi delle vostre guerre” – e hanno cambiato profondamente anche le nostre democrazie. Noi abbiamo denunciato tutto questo, ma probabilmente non siamo stati abbastanza capaci di contrastare una cultura della guerra che avanzava lentamente e che oggi è diventata dominante. Credo che dobbiamo fare anche autocritica. Come movimenti, come sinistra e come società civile non siamo riusciti a fermare questa deriva. Eppure, in questi anni ho visto nascere ovunque iniziative straordinarie: in tutta Italia c’è una rete di persone, associazioni e amministrazioni che vuole capire, informare e agire. Il problema è che siamo troppo frammentati e facciamo fatica a incidere davvero sulle scelte dei governi. Per me il disarmo resta la questione centrale. Negli anni del sindacato ho partecipato alla battaglia che portò alla legge 185 e ho lavorato per la riconversione dell’industria bellica, scontrandomi anche con chi temeva di perdere il lavoro. È stata un’esperienza difficile, ma importante, perché dimostrava che un’alternativa era possibile. Oggi dobbiamo continuare su quella strada, denunciando anche le responsabilità di aziende come Leonardo, e dello Stato italiano nella produzione e nell’esportazione di armi, utilizzando anche gli strumenti legali. La situazione di Gaza ci mette di fronte a una responsabilità enorme. Non possiamo limitarci all’indignazione: dobbiamo continuare a costruire alleanze, rafforzare l’unità tra le forze che si battono per la pace e avere il coraggio di pensare che un mondo senza guerre sia possibile. L’utopia non è un’illusione: è una forma di lotta. Dobbiamo avere una visione grande, ma procedere passo dopo passo, conquistando risultati concreti, senza perdere di vista l’obiettivo di un disarmo vero e di una pace fondata sulla giustizia.

Belvedere – Sono vicepresidente dell’Associazione 21 Marzo. La nostra associazione nasce nell’alveo di Libera nel 2007, negli anni ha sviluppato una propria autonomia nello strutturarsi e nella creazione di attività, di momenti, di spazi culturali, educativi e anche politici per i giovani del territorio. Se mi chiedo che cosa facciamo concretamente per la pace, la prima parola che mi viene in mente è educazione. Educare alla pace non è semplice, perché tutti dicono di essere favorevoli alla pace, ma capire davvero che cosa significhi è molto più complesso, soprattutto quando lavori con ragazze e ragazzi. Per questo affianchiamo sempre all’educazione la sensibilizzazione, perché senza l’una, l’altra rischia di essere sterile. Per noi la pace significa anche sostenere tutte le forme di resistenza ai diritti negati e costruire comunità. Cerchiamo di offrire ai giovani uno spazio in cui possano conoscersi, confrontarsi e vivere relazioni democratiche e orizzontali. A volte basta sedersi ogni settimana attorno a un tavolo per una cena insieme, guardarsi negli occhi, capire di non essere soli e discutere di un tema che ci riguarda. Organizziamo anche gruppi di educazione alla cittadinanza, in cui affrontiamo argomenti come la violenza, la nonviolenza e la partecipazione, cercando di far nascere domande e riflessioni prima ancora che risposte.

Un’esperienza a cui tengo molto è il progetto nazionale Meridiano d’Europa, che coinvolge associazioni di tutta Italia. È nato per riflettere sull’Europa dopo tragedie come Utøya e Lampedusa e per chiedersi quale Europa vogliamo costruire. L’anno scorso abbiamo lavorato sul tema della violenza e della nonviolenza attraverso un viaggio in Bosnia-Erzegovina, a Sarajevo e Srebrenica, insieme a duecento studenti delle scuole superiori. Credo che parlare di pace significhi anche conoscere davvero la guerra. Portare quei ragazzi davanti al memoriale di Srebrenica, di fronte a migliaia di tombe, è stato un momento fortissimo. Da lì è nata una riflessione su come sia possibile ricostruire una convivenza dopo una tragedia così grande. Sarajevo ci ha mostrato anche l’altra faccia della storia: una città dove culture e religioni diverse avevano convissuto a lungo; com’è possibile che si sia arrivati a uno scontro fratricida che e a tutte queste morti? Questo ha aiutato i ragazzi a capire quanto siano fragili la convivenza e la pace, ma anche quanto sia importante difenderle. La parte più significativa, però, è stata vedere il cambiamento che queste esperienze producono. Alcuni ragazzi mi hanno raccontato di essersi accorti che stavano lasciando andare pregiudizi che avevano sempre dato per scontati. È in momenti come questi che capisco quanto l’educazione possa davvero trasformare lo sguardo delle persone e scoprire come queste storie aiutino la coscienza di cosa significa la pace. Sono, quindi, convinto che costruire la pace significhi investire nell’educazione, nella conoscenza e nell’incontro. La mia generazione non ha conosciuto la guerra sul proprio territorio e proprio per questo rischia di non comprenderne fino in fondo le conseguenze. Aiutare i giovani a conoscere quella storia e a sviluppare uno sguardo critico è, per noi, il primo passo per costruire una cultura di pace.

Morgantini – Vorrei aggiungere una riflessione sulla parola pace. Ho capito quanto possa essere una parola ambigua dopo il massacro di Sabra e Shatila, quando andammo in Libano con l’idea di costruire relazioni di pace. Lì scoprimmo che quella parola aveva un significato negativo, perché era stata usata per giustificare l’invasione israeliana con l’espressione Pace in Galilea. Da allora ho capito che pace, se non è accompagnata da azioni concrete, rischia di diventare una parola vuota. Lo stesso accade in Palestina. Quando parli di pace, molti palestinesi ti rispondono che vivono da decenni sotto occupazione militare, che continuano a perdere terra, case e libertà e che oggi stanno vivendo anche il genocidio. Per questo non basta parlare di pace o esporre la bandiera della pace – che è comunque un’ottima cosa – bisogna dare a quella parola un contenuto fatto di diritti, giustizia e libertà. Perciò, come Assopace Palestina, da molti anni organizziamo viaggi di conoscenza. Credo che vedere con i propri occhi cosa significa vivere sotto occupazione trasformi profondamente le persone. Si scopre un popolo che non è quello raccontato dagli stereotipi, né soltanto vittime né soltanto terroristi, ma persone che desiderano vivere una vita normale e libera. Chi torna da quei viaggi diventa testimone di quella realtà e contribuisce a contrastare una narrazione che continua a rovesciare le responsabilità del conflitto. Accanto a questo portiamo avanti iniziative concrete di solidarietà, accompagnando volontari nei villaggi palestinesi per affiancare contadini e pastori durante il raccolto e scoraggiare le violenze dei coloni. Anche questo è un modo di educare alla pace: non solo con le parole, ma attraverso la presenza e la condivisione. Credo anche che dobbiamo evitare di idealizzare il passato. Né in Palestina, né nei Balcani è mai esistita una convivenza perfetta. I conflitti sono sempre esistiti. La differenza sta nel modo in cui li affrontiamo: possiamo rimuoverli oppure entrarci dentro, comprenderli e cercare di trasformarli senza ricorrere alla violenza. È questa, per me, la vera sfida della costruzione della pace.

Lovati – Sono Benoit Lovati, prete ad Arona. Dopo quattordici anni, vissuti in Ciad, sono tornato da un paio d’anni in Italia con uno sguardo completamente diverso sulla pace. Lì ho toccato con mano che la pace non nasce dagli slogan, ma ha radici profonde: nasce dalla giustizia, dal dialogo, dalla libertà e dalla possibilità per le persone di vivere con dignità. Quando mancano i diritti fondamentali, quando non si ha da mangiare, non ci si può curare o mandare i figli a scuola, parlare di pace rischia di diventare un discorso astratto. Arrivato ad Arona ho scoperto che sul territorio esistevano già tante associazioni, gruppi e realtà impegnate, ciascuna con il proprio percorso. Da qui è nata l’idea di Artigiani di Pace: non tanto creare qualcosa di nuovo, quanto mettere in rete esperienze diverse e farle dialogare. Prima ancora delle iniziative, era importante sedersi attorno allo stesso tavolo, ascoltarsi e conoscersi. Per me questo è già un esercizio di pace: persone con idee, sensibilità e appartenenze diverse che scelgono di vedere la diversità non come un ostacolo, ma come una ricchezza. In questi due anni la rete è cresciuta e oggi coinvolge una quindicina di realtà che si sostengono a vicenda e cercano di valorizzare ciò che già esiste sul territorio. So bene che c’è un grande lavoro da fare anche a livello internazionale e politico, ma credo sia altrettanto importante costruire la pace dal basso, nei luoghi in cui viviamo. La pace significa poter essere sé stessi senza impedire agli altri di esserlo, trovare ciò che ci unisce più di ciò che ci divide e imparare a convivere nella differenza. Da questo spirito sono nate alcune esperienze significative, come il Battello della Pace, che ha unito tante realtà del Lago Maggiore in una giornata di incontri, musica, riflessione e condivisione; oppure la Festa dei Popoli ad Arona, dove persone provenienti da tanti Paesi diversi hanno potuto mangiare, pregare, ballare e stare insieme, mostrando che la diversità può diventare una ricchezza per tutti. Un’altra sfida fondamentale riguarda i giovani. Abbiamo provato a coinvolgerli fin dall’inizio e continuiamo a cercare un dialogo con le scuole e con il mondo giovanile. Se vogliamo costruire una vera cultura della pace, non possiamo farlo senza le nuove generazioni: sono loro il pezzo decisivo di questo cammino.

Colombo – Dalle vostre testimonianze emergono tante esperienze concrete che dimostrano quanto lavoro si stia facendo sui territori. Vorrei però proporre una riflessione più ampia. Se guardiamo alla seconda metà del Novecento, molte guerre sono state guerre di liberazione nazionale. Dopo la caduta del Muro di Berlino, invece, si è affermata l’idea delle cosiddette guerre giuste, mentre in realtà abbiamo assistito soprattutto a guerre di egemonia e di dominio. Allo stesso tempo, in molte realtà del Sud del mondo, il pacifismo viene percepito come una difesa dell’ordine esistente e degli interessi dell’Occidente. Per questo vorrei lanciare una domanda che può sembrare provocatoria, ma che credo molti di noi si pongano. Chi crede profondamente nella pace si chiede se possa esistere una guerra non tanto ‘giusta’ nel senso con cui viene spesso presentata, ma almeno giustificabile. Esiste una situazione in cui il ricorso alla guerra può essere considerato inevitabile?

Sacco – Credo che questa domanda vada letta dentro il cambiamento culturale che stiamo vivendo. Mio nonno è stato mandato nella Prima guerra mondiale senza averla scelta e da quella generazione è nato un profondo ripudio della guerra, che è poi entrato nella nostra Costituzione. Oggi, invece, ci troviamo immersi in una cultura che ci porta perfino a chiederci se esista una guerra giustificabile.

In questi anni ho visitato molti Paesi in guerra – dal Kosovo a Sarajevo, dalla Palestina all’Ucraina, dall’Iraq all’Afghanistan – e ovunque ho visto conflitti presentati come necessari o giustificati da motivazioni che poi si sono rivelate false. Per fare la pace ci vogliono le armi? Per questo penso che oggi il problema non sia trovare una guerra giustificabile, ma contrastare una cultura che considera la guerra uno strumento normale della politica.

Viviamo in un’economia di guerra, dove il peso dell’industria bellica e delle lobby è sempre più forte e il linguaggio pubblico ci abitua all’idea che dobbiamo prepararci ai conflitti. Si parla sempre più di riarmo come se fosse inevitabile e il principio costituzionale del ripudio della guerra rischia di essere messo da parte.

Per questo considero importante la posizione espressa da Papa Francesco, e oggi ripresa anche da Papa Leone, secondo cui, con la potenza distruttiva delle armi contemporanee, non ha più senso parlare di guerra giusta. Credo che la guerra debba essere bandita come l’umanità ha saputo bandire altre pratiche considerate inaccettabili. Se non facciamo questo passo, la guerra continuerà a rientrare dalla finestra, magari cambiando nome: operazione di pace, missione internazionale o intervento umanitario. Ma la sostanza non cambia.

Colombo – Non intendevo dal punto di vista dell’Occidente. La mia domanda è se una guerra sia giustificabile per chi viene attaccato.

Sacco – Credo che oggi dobbiamo guardare ai fatti concreti. Molti mi richiamano alla Resistenza e mi chiedono perché, da ossolano, non sostenga la guerra in Ucraina. La mia risposta è che dobbiamo valutare i risultati delle scelte che facciamo. Dopo anni di guerra, non vedo una prospettiva di liberazione attraverso le armi. Anzi, continuiamo ad alimentare un sistema che ha contribuito negli anni, sostenuto anche da paesi europei, a rifornire di armamenti regimi che poi sono diventati nostri nemici. È un meccanismo che dimostra quanto il peso dell’industria bellica continui a condizionare la politica.

Per questo penso che oggi la guerra non sia più una strada percorribile. Le guerre di liberazione del passato appartengono ad un altro contesto storico. Oggi dobbiamo investire nella democrazia, nella giustizia sociale e nella riduzione delle disuguaglianze, perché finché aumenteranno i poveri e si concentrerà sempre più ricchezza nelle mani di pochi, continueranno a nascere nuovi conflitti. Questa non è soltanto una mia convinzione, ma una riflessione condivisa anche da Pax Christi e da molti studiosi della pace: con il livello di distruzione raggiunto dagli armamenti moderni, la guerra non può più essere considerata uno strumento accettabile per risolvere i conflitti. Lo ricordiamo ancora di più avvicinandoci all’anniversario di Hiroshima e Nagasaki, che continuano a rappresentare il monito più forte contro ogni illusione di una guerra che possa essere davvero giustificabile.

Morgantini – Mio padre, ex partigiano, mi ripeteva sempre che la guerra è brutta da qualsiasi parte la si faccia. Con il tempo ho capito che aveva ragione: non considero giusta nessuna guerra e credo che vada totalmente ripudiata. Pur non giudicando chi sceglie la resistenza armata – a patto che rispetti le regole e non colpisca mai i civili, perché ammazzare civili non è resistenza – il mio impegno e quello della società civile deve andare a chi sceglie la strada della nonviolenza. In Palestina, questo si traduce nel sostegno al sumud, la perseveranza di chi vuole semplicemente restare nella propria terra d’origine. C’è una differenza profonda tra l’approccio sionista, basato sul possesso e sull’espulsione, e quello palestinese, legato all’amore per la terra e alla cura di essa. Come movimenti per la pace, dobbiamo fare un costante lavoro di educazione alla nonviolenza e costruzione di ponti. Prendo le distanze dagli atteggiamenti violenti o antagonisti anche all’interno dei movimenti di protesta (i cosiddetti “Pro Pal”): rispondere all’odio con altro odio non porta a nulla. La nonviolenza non è passività, ma un’azione concreta contro ogni forma di violenza: nel linguaggio, nelle relazioni, nelle discriminazioni e nella lotta alla povertà. Quindi, per quel che mi riguarda, no, non c’è una guerra giusta. Non so se riusciremo ad abolire del tutto la guerra, ma vale la pena agire e resistere ogni giorno per un mondo libero da ogni violenza.

Moscatiello – È una tra le domande più difficili. Quando si parla di guerra, bisogna mettersi sempre dalla parte delle vittime civili, che, secondo le stime, rappresentano ormai il 98% dei morti. Di fronte a questo, a una domanda diretta sulla giustificabilità della guerra verrebbe da rispondere con un “no” assoluto, ma se guardassi al risultato della nostra lotta partigiana, dovrei dire “sì, ci sono guerre giustificate”. Oggi però quella logica non vale più. Dopo il 1945 sono stati creati organismi come l’ONU e strumenti come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo proprio per prevenire ogni conflitto. Di fatto, oggi la politica è latitante: il “sì” e il “no” non esistono più, l’unica possibilità è la nonviolenza, e il no alle armi. Dovremmo pretendere che questi organismi siano il vero punto di riferimento, ma sia l’ONU che l’Europa sono stati drammaticamente assenti. In particolare, l’Europa, la cui unica risposta è stata riempire gli arsenali di nuove armi con l’idea di “bilanciare il potere”. Ma il potere si bilancia con la forza dell’intelligenza, non con le armi. Continuare a investire in armamenti significa sottrarre risorse essenziali alla sanità pubblica, all’istruzione e al benessere dei cittadini, generando quell’instabilità che spinge le persone a disinteressarsi di ciò che accade fuori dalla propria casa. È così che la guerra si sdogana, entra nel linguaggio comune e persino nei videogiochi dei bambini. In conclusione, la mia risposta è no alla guerra in tutto e per tutto: abbiamo già gli strumenti diplomatici e istituzionali per evitarla, il vero problema è che non vengono utilizzati.

Belvedere – Quella sulla guerra “giustificabile” è una domanda complessa e bellissima, perché apre a mille sfaccettature: parliamo di guerre tra Stati, di Stati contro i popoli, o di popoli che si ribellano? È giustificabile sul piano etico o politico? Molto dipende da che significato diamo a queste parole. Mi ritrovo nell’idea della nonviolenza come stella polare e concordo sul fatto che l’ONU sia stato privato delle gambe per camminare. Le politiche unilaterali dei singoli Stati hanno di fatto esautorato l’ONU e le organizzazioni internazionali come l’Unione Europea dal loro compito primario, che dovrebbe essere la cooperazione internazionale. Tuttavia, dobbiamo riconoscere un limite: la nostra è una prospettiva da occidentali privilegiati. Se a questo tavolo ci fossero i rappresentanti dei popoli oppressi, forse le risposte sarebbero diverse. Dire che “la guerra non è mai giustificabile” è facile per me, da ragazzo privilegiato, ed è la risposta che do sia sul piano etico che politico. Allo stesso tempo, però, provo a mettermi nei panni di chi vive l’oppressione e si trova a pensare: “Se oggi non imbraccio il fucile, non so se domani sarò ancora vivo o se avrò da mangiare”. Per questo credo che, pur tenendo la nonviolenza e la cooperazione come punti di riferimento, sia una domanda che andrebbe posta direttamente a chi lotta ogni giorno per la propria sopravvivenza.

Lovati – Pensando ai miei anni da missionario in Ciad – un Paese segnato da fortissima instabilità, colpi di Stato e continue tensioni – posso dire di non aver mai incontrato persone felici di questa violenza. La popolazione subisce e sopporta costantemente la mancanza di diritti, la corruzione e lo sfruttamento, ma nel cuore delle persone non c’è il desiderio di guerra. Per me nessuna guerra è giustificabile, neanche quando sembra l’unica via d’uscita. La guerra non risolve le carenze di un popolo; il vero lavoro va fatto a monte. I conflitti (come quelli tra agricoltori e allevatori) sono alimentati dall’assenza di giustizia e di beni primari, oltre che da Stati – come il Ciad stesso – che scelgono di investire più in armi che nell’istruzione. Ci si chiede se la guerra sia giustificabile solo quando si arriva con l’acqua alla gola, dimenticando tutto il lavoro di prevenzione che andrebbe fatto prima. L’Africa è il continente con più conflitti al mondo, perché soprattutto incidono le premesse negative portate e lasciate dall’Occidente (Europa, America e, oggi, anche Cina), che continua a sfruttare queste terre. Ma non sarebbe neppure giusto deresponsabilizzare del tutto questi paesi, perché i leader e le élite locali in quei conflitti sguazzano e si arricchiscono. Abbiamo persino esportato le nostre divisioni: un padre di famiglia mi faceva notare come l’arrivo delle diverse confessioni cristiane portate dagli occidentali abbia spaccato famiglie che prima condividevano una visione spirituale comune. In conclusione, la guerra non è mai la risposta: bisogna smettere di sfruttare questi Paesi e iniziare a investire massicciamente nell’educazione e nei diritti, affrontando le cause profonde dei conflitti prima che esplodano.

Colombo – Mi sarebbe rimasto da chiedervi cosa ognuno di noi può fare per la pace, ma dai vostri interventi questa risposta è già stata in larga misura data: persistere, resistere e continuare a credere e lavorare, ciascuno con le proprie capacità, per la pace. Grazie.


[1] Ci prendiamo una piccola licenza lessicale, perché l’aggettivo inestirpato, con significato di non estirpato, sembra non esistere, non ne fa cenno il vocabolario Treccani che si ferma a inestirpabile, cioè impossibile da estirpare. Ma noi vogliamo invece credere che quel dilemma, prima o poi, estirpabile sarà.