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Si, certo tutto cambia, ma c’è modo e modo
Colombo – Come vi abbiamo anticipato, l’incontro di oggi è sul lavoro che cambia. Vogliamo sentire voi perché, in qualche modo, siete testimoni e protagonisti di questi cambiamenti. Partirei, da una realtà che appare perlomeno contraddittoria, da approfondire, parliamo prima dell’Italia e poi del VCO: dal 2020 ad oggi, gli occupati sono aumentati di circa il 9%, che è una cifra non indifferente, in termini assoluti sono 1.500.000 unità, in particolare 1.400.000 nel lavoro dipendente. D’altra parte, però, ci sono i dati riguardanti i redditi che invece fanno segnare una diminuzione. L’ultimo rapporto dell’ISTAT sui redditi delle famiglie indica che il reddito medio familiare è diminuito negli anni 2021-2023 in termini reali di circa il 3%. Quindi un aumento degli occupati del 9% e una diminuzione dei redditi familiari del 3%. La prima impressione è che il lavoro non basti più, che non sia sufficiente a creare ricchezza per chi lavora, per altri può darsi. Qual è la vostra impressione, la vostra opinione?
Maletti – Riferisco di un’analisi sociologica che è stata fatta nel Paese dall’Università di Torino, dalla quale risulta che da 30 anni non cresciamo più. Se non si produce ricchezza non la si può ridistribuire e la capacità d’acquisto di un operaio medio oggi è inferiore a quello di un operaio di 20 o 30 anni fa. Bisogna produrre per poi riuscire a ridistribuire. Prima si aveva, ad esempio, l’assistenza sanitaria completa, oggi, a causa della crisi della sanità, bisogna ricorrere alla sanità privata e questo riduce il reddito disponibile. Se non si ha un lavoro stabile, non si hanno garanzie di poter iniziare un percorso di stabilizzazione anche affettivo, che vuol dire matrimonio, figli; ma siamo sempre lì, il problema è quanto produciamo per poter ridistribuire e noi siamo i fanalini di coda nell’Europa industrializzata, questo il primo problema. A livello locale le cose sono anche diverse, perché noi abitiamo in un ambiente “drogato” dall’economia svizzera: una parte importante della popolazione locale lavora in Svizzera, con stipendi intorno ai 3.000 €, contro i 1.400 dell’operaio italiano e questo differenziale di reddito influenza il mercato locale, come, ad esempio, quello delle abitazioni.
Colombo – Dire che da 30 anni il Paese non cresce è inesatto: certo, cresce meno degli altri, però, se il reddito delle famiglie e il reddito del lavoro diminuisce, ma il PIL minimamente cresce, vuol dire che c’è una ridistribuzione diversa dei redditi.
Zacchera – Secondo l’ISTAT l’inflazione dal 2020 al 2023 è stata del 16%. Il nostro contratto nazionale, che è appena stato rinnovato, è riuscito a dare aumenti del 5%. È chiaro che l’11% si è perso via. Perché con i nostri servizi abbiamo recuperato una parte, sì, ma non in quella misura. Quindi è un dato di fatto che si sia impoverito il lavoro. L’erosione avvenuta con l’inflazione non è stata recuperata perché non ci sono ancora le condizioni per riuscire a farlo. Bisogna aumentare la produttività per poterne trasferire un po’ di più. Nel nostro caso, quello di una cooperativa di lavoro non ci sono altri canali nel quale vanno indirizzati i profitti. Essendo tutto molto legato alla capacità di produrre ricchezza con le nostre mani, la difficoltà di colmare quel gap è notevole.
Saletta – Noi al Centro per l’Impiego osserviamo che mai come in questo periodo abbiamo un’abbondanza di annunci di lavoro, di richieste, di inserimenti lavorativi che non riusciamo a evadere. E, con noi, tutti i vari servizi a lavoro accreditati. L’altro dato che abbiamo osservato in questi anni è il reddito di cittadinanza. Abbiamo visto passare circa 4.000 persone solo da noi, perché poi c’erano anche i servizi sociali, persone con grosse difficoltà economiche. Ora il reddito di cittadinanza è stato sostituito da SFL, Sostegno Formazione Lavoro, e Adi, che non stanno funzionando: in poco più di un anno, 100 domande sulle 4.000 viste in passato. Una sproporzione, ma il reddito di cittadinanza è stato pubblicizzato e promosso, questi sostituti no. Tant’è vero che adesso hanno aumentato dai 350 € che davano mensilmente a 500 €, perché non stanno spendendo quello che avevano previsto. E’ tutto estremamente informatizzato, quindi le persone più deboli non riescono ad arrivarci. Nonostante io fossi a suo tempo un po’ critica rispetto al reddito di cittadinanza, credo che però abbia aiutato parecchie famiglie in quel periodo. Adesso non abbiamo questo sostegno e le persone che incontriamo hanno più difficoltà economiche, sono le persone seguite anche dai servizi sociali, con scarse competenze e qui, i primi mesi di quest’anno, abbiamo 87 persone. Nel 2024 ne avevamo circa 500, tra questi tantissimi stranieri. Stiamo lavorando molto con i migranti. In alcuni centri di accoglienza, più facili da raggiungere, non c’è una persona disoccupata, ma a Cesara, dove ce ne sono 100, abbiamo invece tantissimi giovani che aspettano di iniziare un lavoro, ma, quando lo trovano, non sanno come raggiungerlo. Hanno delle competenze trasversali incredibili, hanno delle risorse perché si spostano in bicicletta, però 100 sono tanti. Se noi riuscissimo a valorizzare le competenze che hanno queste persone, che in qualche modo si barcamenano, che riescono in qualche modo a sopravvivere nonostante tutto e riuscissimo a trasportarle nel nostro mondo, avremmo un bel contributo. Le persone che fanno più fatica sono persone che hanno bassissime competenze per ciò che richiede la nostra società.
Sala – Io rappresento un’agenzia per il lavoro e confermo che la difficoltà più grossa non è trovare il cliente che ha necessità di dipendenti. Il problema è selezionare personale valido, subito spendibile, già formato. Io rappresento la divisione sanità dell’azienda. In Italia non abbiamo infermieri sufficienti per coprire il fabbisogno; da queste parti, come si diceva, molti vanno in Svizzera. Quindi tutta questa fascia, RSA e ospedali, ricercano nella mia divisione infermieri dall’immigrazione. Io li porto dall’estero, già formati, vengono in Italia, fanno tutto un ulteriore percorso formativo in Italia. Questo avviene in Lombardia e in altre Regioni, tra cui il Piemonte. Formalmente chi arriva ha i documenti in regola, non ha l’equipollenza e il titolo di studio, ma ha, da parte di alcune regioni, la possibilità di operare in regime semplificato. Successivamente queste persone avranno l’equipollenza da parte del Ministero. Anche nel VCO diverse strutture hanno utilizzato questa via e riescono a sopperire ai fabbisogni e a garantire il servizio. Ciò è possibile perché il decreto Cura Italia permette alle persone di poter venire in Italia senza l’equipollenza del titolo di studio, purché abbiano requisiti specifici: essere laureati e avere una dichiarazione di iscrizione all’albo professionale nel loro Paese. Viene rilasciato un permesso di soggiorno che vale fino alla durata dell’attività lavorativa, rinnovabile nel tempo. D’altra parte, si cercano persone all’estero perché, lo sappiamo, molti lavori e professioni non riscuotono più interesse per le nostre giovani generazioni e, tra queste, vi è anche la laurea infermieristica a causa dei carichi di lavoro e delle scarse retribuzioni, quindi, è sempre più necessario il ricorso a personale straniero, attratto dal differenziale retributivo tra il nostro e i loro Paesi.
Maletti – Oltre al problema dell’occupazione c’è poi quello dell’integrazione nella comunità.
Sala – Le persone firmano un accordo di integrazione che è già un impegno di reciproco rispetto, noi siamo molto attenti a questo aspetto. Non nascondo che il maggior bisogno di integrazione riguarda i provenienti da Paesi musulmani. Noi stipuliamo accordi con le strutture che devono garantire l’alloggio a questi nuovi dipendenti e li aiutiamo per i bisogni nella fase iniziale, che dura due o tre mesi, poi, magari dopo un anno o più, avvengono i primi ricongiungimenti familiari e si pone il problema di abitazioni idonee alla nuova situazione.
Colombo – Proviamo ad allargare il discorso, perché questi problemi sono comuni a tutti gli ambiti, non solo al sanitario. Dai dati Excelsior emerge che dal 2024 tutte le professioni più ricercate hanno difficoltà di reperimento. Ad esempio, di professioni tecniche (non sanitarie), nel VCO, ne sono state cercate 1.150, il 70% di difficile reperimento. Su 12.000 persone ricercate nel 2024, 3.800 erano addetti di qualifica medio-bassa alla ristorazione, con difficoltà di reperimento del 50%. Però, il tasso di disoccupazione nel 2024 in provincia è sceso al 2,8%, era 5,5% nel 2023, che pare un dato impossibile: non ci sono proprio le persone o non ci sono le competenze richieste per quei profili?
Zacchera – Credo non ci siano entrambe. Il profilo che per noi è più richiesto è una patente superiore per il trasporto merci e per il trasporto persone. Questa patente è una merce rara, per cui mancano i candidati. L’investimento per la patente è significativo, ma è alla portata dei migranti di ultima generazione. Tre nostri migranti volonterosi hanno fatto la patente nel giro di un anno di presenza. Dopo, ovviamente, per loro si è aperto un mondo. Ci hanno stretto la mano e se ne sono andati, perché la gente abituata a sopravvivere in condizioni limite, non si fa problemi ad andare a Mantova, in un’altra regione per un lavoro stabile e più remunerato da autista e, se restano, è impossibile retribuire un autista che ha quella patente con il livello salariale previsto dal nostro contratto nazionale, bisogna, usando sempre il contratto, salire ben oltre di livello. Quindi, sì, sono poche le persone che vogliono fare questo lavoro e mancano le competenze perché è difficile convincere un ragazzo, che non ne ha proprio la necessità, a impegnarsi due mesi a studiare per superare un esame. Ma teniamo anche conto che noi abbiamo perso almeno il 15% con l’inflazione e il rinnovo contrattuale non l’ha recuperato.
Colombo – C’è questo aspetto dicotomico a livello provinciale: noi abbiamo 8.000 frontalieri con quei loro stipendi, ma il centro di ricerca della CGIA di Mestre ci dice che lo stipendio medio nel VCO è al 56esimo posto in Italia. Al nord, peggio di noi ci sono, appena dietro, Savona, Imperia e Aosta. Il nostro stipendio medio vale l’80% di quello medio nazionale, perché ci sono inquadramenti bassi che riducono la media e anche perché abbiamo settori che lavorano tanto sulla stagionalità. Sicuramente noi abbiamo anche un tessuto imprenditoriale che ha stipendi inferiori rispetto a quelli di altri territori, almeno del nord.
Saletta – Credo che la nostra imprenditoria dovrebbe fare un salto di qualità. Sto partecipando a degli incontri anche per un interreg con la Svizzera per portare qua uno start-up garage. Vi spiego in cosa consiste: all’interno della formazione dell’istruzione tecnica, che in Svizzera è universitaria, gli studenti lavorano per creare nuove idee, nuovi progetti e gli imprenditori scoprendo questi nuovi progetti li fanno propri, coinvolgendo gli studenti. La stessa cosa tenteremmo di fare qua. Però, negli incontri che stiamo facendo, il dubbio è che da noi l’imprenditore non sostenga idee imprenditoriali innovative, nuovi progetti, perché tende a rimanere sempre sul suo tracciato. Trent’anni fa, ad una conferenza insieme all’associazione alberghiera dell’isola d’Elba, che aveva portato il proprio caso di come era stato per loro possibile superare la stagionalità, si era discusso delle possibilità di trasferire anche da noi quelle iniziative. Io ricordo che non c’era un albergatore locale interessato a questo tipo di progetto e, infatti, siamo ancora qua a discutere di stagionalità… e quanti alberghi chiudono? Abbiamo 6.000-7.000 lavoratori sempre vincolati alla solita alternanza stagionale. Una volta la stagione era di sei mesi e adesso è diventata di otto mesi, ed è già un primo importante passo. È questo che dovremmo fare, anche perché di NASpI non ce n’è più. Quest’anno il Governo ha fatto un decreto a novembre per far sì che tutti, anche gli stagionali, si iscrivessero sul portale dove, con la A.I. c’è la possibilità di fare il matching. Perché si punta in tutti i modi a ridurre sempre più l’erogazione di NASpI, perché non ci sono più soldi. Rimane il diritto, però prima non si spingeva il percettore di NASpI ad attivarsi per la ricerca di un nuovo lavoro.
Maletti – In Provincia, qualche anno fa, era sorta una discussione perché noi formavamo le OSS e poi le OSS andavano in Svizzera perché guadagnavano meglio, e io dicevo che, se uno è disoccupato qua e va in Svizzera, sono anche contento, perché torna in Italia con una capacità economica maggiore. Io lo vedevo più come un valore aggiunto: una persona che paga le tasse piuttosto che sia io a mantenerla. È lo stesso ragionamento fatto prima a proposito delle patenti, che richiedono un impegno per ottenerle, ma poi, una volta ottenute, aprono prospettive che possono essere risolutive per l’interessato, e questo, e forse prioritariamente, vale anche per corsi di studio della nostra lingua. È quello che manca al nostro sistema, secondo cui l’immigrato che arriva viene ospitato in qualche centro e tutt’al più fa qualche lavoretto, senza vere prospettive. Il lavoro per me dà dignità, in primo luogo proprio perché si lavora, in secondo luogo perchè dà una dignità economica. Far acquisire una patente ha un costo, ma apre possibilità di impiego; non so quanto costi mantenere un immigrato in un centro, ma solo questo, di sicuro non apre alcuna prospettiva.
Saletta – Però il problema primario per i migranti è l’abitazione, che è il problema anche degli Italiani. La legge dice, ce l’ha ricordato ancora ieri la Prefettura, che, quando un migrante che è ospite di un CAS arriva a guadagnare 6.700 euro lordi l’anno, dovrebbe lasciare il CAS, questa è la legge, ma che cosa fa poi? O noi riusciamo ad avere un’idea più completa di che cosa vuol dire intervenire con queste persone e, soprattutto, abbiamo ben chiara l’idea che noi abbiamo assolutamente bisogno di loro, e allora dobbiamo metterci intorno a un tavolo e concordare che, nel momento in cui mandiamo un migrante a lavorare in una struttura alberghiera che lo può ospitare, con un progetto ad hoc individualizzato, possiamo mantenergli il posto nel CAS, perché, altrimenti, resta senza alloggio, e questo, più che un modo per integrare, è il modo per alimentare nuova delinquenza.
Zacchera – Uno che lavora guadagna altro che 6.000 euro all’anno! Quindi il problema non è tanto l’impiego, ma è quello che viene dopo, l’alloggio e quindi la possibilità di sistemarsi dignitosamente e fare un eventuale ricongiungimento, quello è il vero problema. Però qui ci si scontra con la disparità enorme tra locazione abitativa e locazione turistica, che droga o comunque interferisce in modo molto pesante sulla soluzione del nostro problema.
Saletta – In Francia, in alcuni paesi dove la locazione era diventata solo turistica e non c’erano più alloggi ad uso residenziale, hanno detto basta, non diamo più permessi per bed and breakfast e quant’altro. Dobbiamo renderci conto che è necessario lavorare e progettare in un modo che vada verso l’integrazione, non solo per motivi umanitari, ma, ripeto, perché abbiamo bisogno di loro, se non avessimo questi migranti il settore alberghiero sarebbe morto e quello sanitario sarebbe sulla stessa strada. Qui da noi manca una buona politica delle abitazioni e mancano, dal punto di vista del mismatching formativo ed educativo, soprattutto gli ITS, che si occupino della formazione tecnica superiore, istituti che ci sono dappertutto, tranne che qui, in questa provincia. Sono corsi di uno/due anni, ben finanziati, che formano giovani dopo il diploma, in collaborazione con fondazioni che lavorano con aziende, quindi una formazione molto orientata al settore imprenditoriale.
Zacchera – Vi do un dato storico. Per più di 25 anni, tutti i sabati, ho dato udienza a chi cercava lavoro, e avevo anche un mese e mezzo di lista d’attesa. Quindi, vedevo circa 200 persone all’anno. Noi stavamo crescendo molto in quel periodo. Ancora adesso abbiamo bisogno di persone, non più come allora, ma se riusciamo a raccattare qualche curriculum facendo girare la voce, chiedendo ai colleghi di farsi parte attiva, gli stendiamo la passatoia rossa. Ci rendiamo conto che siamo noi a correre dietro alle persone per poter continuare a raccogliere l’immondizia.
Colombo – Un’altra domanda. A scuola ci hanno insegnato che in un mercato del lavoro con tassi di disoccupazione molto contenuti si dovrebbe assistere ad una crescita dei salari. Invece non sta succedendo questo; si assiste anzi ad una loro diminuzione in termini reali. Allora sono forse gli strumenti di flessibilità inseriti nel mercato del lavoro che hanno determinato questo?
Maletti – Faccio un esempio. Ho fatto incontrare un’azienda, che cercava una persona con la conoscenza di più lingue, con una ragazza che conoscevo. Dopo l’incontro la ragazza mi ha telefonato dicendomi che aveva rifiutato perché le avevano proposto l’ennesimo stage. Io credo che, in casi come questi, dopo un periodo di prova in azienda con valutazione non negativa, debba seguire l’assunzione a tempo indeterminato. Si deve evitare la precarizzazione.
Colombo – Questa cosa non succede. Nel 2024 su 12.860 richieste di assunzione in provincia, previste dall’indagine Excelsior, solo 1.646, il 13%, era a tempo indeterminato. Tutte le rimanenti erano con contratti precari, nonostante le difficoltà di reperimento del personale.
Zacchera – C’è una significativa mobilità. Noi avevamo alcune persone a tempo determinato che contavamo poi di confermare a tempo indeterminato ma che ci hanno lasciato prima. Questa mobilità può essere anche una spiegazione di un numero di assunzioni precarie così alto.
Saletta – Credo che dopo il Covid stia cambiando l’idea del lavoro. Per le nuove generazioni il lavoro sta assumendo nuovi valori, cosa che non sta avvenendo negli imprenditori, e questo fatto crea quindi discrepanze crescenti. Gli imprenditori di solito non sono giovani e faticano quindi a cogliere questi cambiamenti. Ho dei parenti, con un piccolo albergo, che pensano ancora di poter trovare personale che lavori per 12 ore al giorno e che poi scoprono di non riuscirci proprio. Servono incentivi assolutamente diversi. Ultimamente al Centro per l’impiego abbiamo assunto persone giovani con cui ho modo di confrontarmi. L’altro giorno parlo con una ragazza a cui chiedo se è soddisfatta del lavoro. Mi risponde di sì stupendosi che glielo chieda. La sua relazione con il mondo del lavoro è sicuramente diversa dalla mia. Facciamo fatica a comprenderci proprio perché abbiamo un’idea diversa di lavoro. Proprio perché non sono una imprenditrice cercherò di dare maggiori soddisfazioni a queste persone che lavorano con me cercando di capire cosa le stimola maggiormente. L’imprenditore per fare questo deve veramente cambiare; deve trovare il modo di coinvolgere il lavoratore in modo diverso.
Zacchera – In una struttura cooperativa come la nostra coinvolgere i lavoratori fa parte della quotidianità e credo che ci si riesca con qualche risultato. Ci sono persone che si fermano da noi per 25-30 anni. Certo con i giovani è più difficile, però a volte anche con loro si riesce a confrontarsi positivamente. Il nostro è un ambiente dove nessuno timbra, ma dove l’obiettivo è lavorare bene con la possibilità di utilizzare la flessibilità oraria anche per le proprie esigenze personali. Questo viene sicuramente apprezzato. Questo approccio fa parte della qualità del lavoro che cerchiamo di attuare nella nostra cooperativa.
Colombo – Il problema è rilevante soprattutto nel settore turistico dove pensare di trovare come cameriere un ragazzo che lavori per 12 ore al giorno per 6 giorni alla settimana è davvero difficile. In altri paesi come la Germania hanno spezzato in due la giornata proprio perché altrimenti non si riesce a trovare il personale.
Saletta – Non è facile cambiare per l’imprenditore, mi rendo conto. Però è inevitabile.
Maletti – L’imprenditore deve trovare gli strumenti adeguati proprio per riuscire così a soddisfare le sue esigenze di personale e nello stesso tempo andare incontro alle esigenze delle persone che lavorano con lui.
Sala – Posso fare un esempio in base alla mia esperienza. Mancano operatori sociosanitari. Serve un corso di formazione di otto-nove mesi, ma significa poi anche occuparsi dell’igiene delle persone. Pochi vogliono farlo. A questo si aggiunge anche un mancato corrispettivo a livello economico. Un operatore sociosanitario prende 1.150 euro al mese. Bisogna che qualcosa cambi.
Saletta – Io non credo che non ci sia voglia di formarsi. C’è una diversa visione del lavoro che chi offre lavoro fatica a comprendere.
Maletti – Se al lavoro povero si associa anche un costo della vita alto, ad esempio quello della casa, è chiaro che il problema diventa ancora più grande Ormai a meno di 600-700 euro non si trova da affittare e per gli stipendi attuali è una cifra considerevole. Questo problema è ancora più grande per gli immigrati.
Saletta – A questo si aggiunge il tema del trasporto pubblico insoddisfacente che penalizza anche gli spostamenti di chi lavora.
Sala – E’ lo stesso problema che hanno territori come Savona e Imperia; affitti stagionali e turistici che alzano i costi delle case e innescano gli stessi meccanismi. Alcuni contratti collettivi stanno però recuperando parte dell’inflazione.
Colombo – E’ vero che per aumentare gli stipendi bisogna creare valore aggiunto, ma non si può dimenticare che parte dell’inflazione è stata determinata dai profitti. E’ vero, come si diceva, che siamo cresciuti pochissimo, ma una inflazione da profitti è determinata da una distribuzione squilibrata delle ricchezze con una diminuzione dei redditi da lavoro. Si è creato un circolo vizioso con una inflazione da profitti che ha fatto diminuire i salari reali facendo crescere ancora di più i profitti.
Saletta – Si sta allargando sempre di più la forbice tra i redditi da lavoro e i profitti di impresa.
Negroni – Gli imprenditori dopo la pesante crisi iniziata nel 2008 hanno trovato in seguito le modalità di riprendersi rilanciando in modo significativo i profitti, che hanno poi contribuito a rilanciare l’inflazione.
Colombo – E non sono solo redditi finanziari. I grandi gruppi in questi anni hanno fatto profitti considerevoli anche grazie ai bassi salari e alla precarizzazione del lavoro.
Maletti – Io credo che si dovrebbe riuscire a costruire insieme, amministratori pubblici, imprese e lavoratori, progettualità e modalità di sviluppo in grado di creare valore, di offrire lavoro soddisfacente.
Colombo – Certamente. Purtroppo nel territorio non è cresciuta una classe politica in grado di fare questo, di portare avanti percorsi di crescita congiunta.
Saletta – Non ci sono soluzioni semplici a queste questioni, aggravate anche da un contesto globale davvero preoccupante, dai conflitti bellici ai cambiamenti climatici.
Colombo – Dopo queste considerazioni finali davvero preoccupanti non possiamo che lasciarci con qualche auspicio positivo per il futuro.
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