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Perché scegliere di lavorare come medico nel 2025
In un editoriale di oltre 30 anni fa un illustre cardiologo americano lamentava che il lavoro del medico stava perdendo attrattiva perché i salari erano in calo, aumentava la burocrazia e di conseguenza aumentavano le seccature, aumentavano le regole formali da rispettare, insomma non era più il lavoro di una volta. La situazione non è affatto migliorata negli ultimi tempi, anzi, la crisi del settore sanitario è fin troppo spesso sulle pagine dei giornali.
In Italia, la creazione di un servizio sanitario universale ha rappresentato un indubbio miglioramento della possibilità di soddisfare il diritto alla salute della popolazione, ma ha anche favorito un potenziale problema, in quanto questa modalità di organizzazione ha spinto la professione medica nella direzione di un servizio sociale, un mestiere svolto da persone con un livello di motivazione non sempre altissimo, per usare un eufemismo, che comunque non veniva visto come un requisito assolutamente necessario per intraprendere la carriera medica. L’aziendalizzazione degli ospedali, con l’introduzione dell’equazione del pareggio di bilancio, o addirittura del profitto, nel caso di alcuni privati, ha poi fatto il resto. Medici e infermieri si sono volontariamente dimessi in gran numero negli ultimi anni: solo in Piemonte, 230 medici hanno lasciato il lavoro in ospedale nel 2023.
Potremmo chiederci allora, nel contesto attuale, perché mai una persona decida di lavorare duramente, di affrontare un ambiente lavorativo stressante, di avere a disposizione poco tempo libero per sé e per la famiglia e, soprattutto, di vivere a contatto con la sofferenza degli altri. Perché fare una scelta di questo tipo? In realtà, nonostante tutti gli aspetti problematici a cui abbiamo accennato siano indiscutibilmente veri, il lavoro di medico può essere estremamente gratificante, anzi mi sento di affermare che è assolutamente gratificante.
Per cominciare, la medicina è una disciplina in costante evoluzione e questo è un grande stimolo intellettuale. Ma credo che sia decisamente più importante avere la possibilità di restituire come dono la competenza acquisita con lo studio per aiutare i pazienti e, allo stesso tempo, sperimentare l’esperienza di imparare da ciascuna persona incontrata nell’esercizio della professione, attraverso l’ascolto delle storie personali di ognuno. Sentire di essere riusciti ad aiutare un’altra persona è qualcosa di priceless, per citare un noto spot pubblicitario.
Queste sono in fondo le motivazioni che le facoltà universitarie propongono oggi per attirare gli studenti e va anche detto che, malgrado gli stipendi italiani siano tra i più bassi in assoluto rispetto agli standard europei, relativamente al mercato del lavoro nel nostro paese, facendo il medico si possono anche ottenere soddisfazioni economiche e questa resta una motivazione importante per alcune persone.
Una ricerca[1] ha condotto un’indagine sui prerequisiti utili, anche se assolutamente non indispensabili, per poter diventare medico: emergono cultura, forte background (vivere in una famiglia che valorizza lo studio), disposizione personale allo studio e perseveranza (il corso di studi in Medicina è decisamente molto lungo), amore per il lavoro, disponibilità di tempo. Spesso chi sceglie di fare il medico ha una famiglia alle spalle, frequentemente con un genitore o un parente medico.
Ma credo che esista un ulteriore aspetto, sicuramente un po’ sottovalutato, che spinge un o una giovane a scegliere questa carriera: con un termine forse ingannevole, potremmo definirla vocazione, declinata sia come sociologica sia come economica, secondo le due angolazioni che già emergevano dagli esiti della ricerca citata. Esiste però anche una prospettiva psicologica della vocazione che ci fa aprire la porta su uno scenario differente.
Il vocabolario Treccani definisce la vocazione come «inclinazione naturale ad adottare e seguire un modo o una condizione di vita, a esercitare un’arte, una professione, a intraprendere lo studio di una disciplina». Chiaramente, la definizione riportata descrive un concetto generico e la parola naturale dopo inclinazione mi suscita sempre molte perplessità, aprendo uno spazio di ambiguità. Credo sia più rilevante la ricerca personale che ciascuno compie allo scopo di riuscire a raggiungere quella che potremmo definire la realizzazione di sé, l’essere sé stessi, (seguire il proprio desiderio direbbe Massimo Recalcati) e questa è la motivazione alla base di molte scelte, professionali e non, che facciamo nella nostra vita. Ogni essere umano ha in sé la strada per realizzarsi e vivere una vita ricca di senso: è la vocazione che dà il significato al proprio esistere.
Per cercare una risposta sulla vera natura delle motivazioni che spingono ancora oggi tante persone a scegliere il mestiere di medico, al di là di ragioni economiche, di prestigio, di generica volontà di essere un aiuto per gli altri, dobbiamo allora ammettere che c’è anche qualcosa di più, qualcosa di recondito, a volte addirittura inconscio che ha a che fare con questa scelta. Per molti lo studio della medicina è uno strumento adatto per riparare o sublimare una difficoltà esperita in un qualche momento della propria vita, soprattutto nell’infanzia, attraverso il prendersi cura degli altri, a volte anche di sé stesso. C’è una persona malata, in modo presunto o reale, questo fa poca differenza, nel vissuto di chi sceglie lo studio della medicina. Del resto la nostra personalità nel suo sviluppo non può prescindere dall’altro, che è uno dei poli della nostra identità: se questo altro, in una qualche maniera, soffre o ci fa soffrire, il nostro desiderio di curare la persona sofferente può orientare le nostre scelte di vita. In effetti, semplificando molto, ciascuno di noi è un mix di natura (genetica) e cultura (ambiente) o, in altri termini, siamo quello che i dati di partenza innati, combinati con le possibilità che la vita ci offre, ci consentono di diventare: se l’ambiente ci segnala sofferenza, prendercene cura e cercare di sanarla può diventare una sorta di obbligo interiore.
Allora, la differenza accennata nel titolo tra fare il medico ed essere un medico acquista un significato più profondo e non è più solo un giocare con le parole. Io faccio il mestiere di medico per mille validissimi motivi, ma solo se sono davvero un medico, ovvero se la vocazione, intesa nel significato allargato che abbiamo visto, mi obbliga eticamente ad occuparmi dell’altro riesco a raggiungere il mio vero obiettivo. Vivere la professione, quindi essere medico, è il motore che mi invia nel mondo, in una specie di missione, almeno etimologicamente parlando, depurando la parola da qualunque connotazione clericale e religiosa, per cercare di prendermi cura della sofferenza. In un senso laico e neutro, la parola missione richiama in fondo solo l’idea di essere mandato: in questo caso, ripetiamolo, non da Dio o da altre entità più o meno superiori, ma da me stesso, dalla mia coscienza, dal mio desiderio, che mi spinge, inesorabilmente direi, a farmi presente per prendermi cura delle persone che ne hanno bisogno.
L’essere medico, anziché limitarsi a fare il medico, è la chiave per costruire una buona relazione terapeutica. Il rapporto medico/paziente, come altri rapporti professionali, è per definizione asimmetrico: sono convinto che solo vivendo il proprio ruolo, senza essere costretti a recitarlo – magari molto bene, per carità – si possa sviluppare una relazione empatica, presupposto a mio avviso necessario, anche se non tutti sarebbero d’accordo su questo punto, per mettere le basi per aiutare davvero l’altro che ci sta chiedendo aiuto.
In realtà, il vivere intimamente la vocazione non è prerogativa esclusiva della professione medica, ma caratterizza tutte le relazioni di aiuto (solo a titolo di esempio gli insegnanti e gli psicologi). Ma non è nemmeno un’esclusiva delle relazioni professionali asimmetriche. Infatti capita di vedere persone che amano il loro lavoro e lo fanno con una cura e un’attenzione tale che diventano modelli, maestri in un modo quasi casuale. Sono persone che, unicamente attraverso il loro modo di vivere il proprio lavoro, riescono a farci intuire una dimensione molto più ricca: anche solo incrociarle di sfuggita ci fa stare meglio! Esiste un termine hindi per definire queste persone: upaguru, che fa proprio riferimento all’essere un maestro vicino.
A maggior ragione, riuscire ad essere medico con la stessa cura e attenzione di questi rari personaggi sarà il primo passo verso la cura del paziente, ma un primo passo che risulta decisivo: il bello è che, come accennavamo prima, c’è una formidabile reciprocità in questo percorso, una circolarità virtuosa nella buona relazione tra medico e paziente. Se io riesco ad entrare in sintonia con il paziente, avrò in cambio fiducia, gratitudine, serenità e questo, circolarmente appunto, farà stare meglio entrambi.
Quando cinquant’anni fa (mancano solo pochi mesi a quell’anniversario, ahimè!), ho scelto di studiare medicina, non avevo nessuna idea di tutto questo ed ero mosso unicamente da un generico desiderio di aiutare le persone malate: niente più che un inconsapevole entusiasmo giovanile. Solo a posteriori ho avuto la possibilità di comprendere la ricchezza di questa professione, attraverso le esperienze vissute in tanti anni di lavoro: questo è il vero motivo per cui, se avessi vent’anni oggi, sceglierei ancora di essere un medico, nonostante tutti i problemi e le difficoltà che saprei di dover affrontare.
[1] L.R. Millan et al., What is behind a student’s choice for becoming a doctor? Clinics, 2005, 60, pp.143-150.
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