Magazine Alternativa A Numero 1
Anno 2026
Fare cultura attraverso i luoghi e le pratiche dell’architettura in pietra
17 Marzo 2026

La Fondazione Canova

Passeggiando lungo i molti sentieri dell’Ossola è facile imbattersi nei resti di una cultura alpina che, per secoli, ha saputo modellare il territorio per rispondere ai bisogni dell’abitare e della sopravvivenza. Un mondo costruito con misura, pazienza e profonda conoscenza dei luoghi, in cui architettura, paesaggio ed economia locale formavano un unico sistema, capace di adattarsi alle risorse disponibili e alle condizioni ambientali.

Questa cultura dell’abitare non è il risultato di un unico momento storico, ma l’esito di una lunga stratificazione. In Val d’Ossola, la diffusione del romanico e la presenza di corporazioni di costruttori, impegnate nella realizzazione di una fitta rete di edifici religiosi su scala europea, hanno avuto un ruolo determinante nel trasformare i modelli costruttivi locali. Attraverso un processo di contaminazione progressiva, l’uso prevalente di materiali deperibili ha lasciato spazio a una cultura edilizia fondata sulla pietra, destinata a sedimentarsi nei secoli successivi e a diventare elemento strutturante del paesaggio alpino.

Per lungo tempo questo sistema ha mantenuto un equilibrio dinamico, capace di rinnovarsi attraverso l’uso, la manutenzione e la trasmissione diretta dei saperi. Il Novecento ha però trasformato rapidamente questo equilibrio, interrompendo una continuità costruttiva e sociale che si era consolidata nel tempo. L’abbandono dei territori montani, la perdita di competenze artigianali e la diffusione di modelli edilizi estranei al contesto hanno reso fragile un patrimonio che fino ad allora aveva saputo adattarsi alle trasformazioni senza perdere coerenza.

Oggi, incontrando questi borghi e queste architetture, se il nostro sguardo è disposto a coglierne la bellezza, sperimentiamo una sensazione ambivalente: oscilliamo tra ammirazione e nostalgia. È uno “spaesamento” sottile, che nasce dalla vicinanza — e dalla distanza insieme — da un mondo che riconosciamo come nostro, ma che fatichiamo a comprendere e a immaginare nel presente.

È proprio da questo “spaesamento”, dalla domanda sul destino di questi luoghi e sulla possibilità di un loro futuro, che nasce l’esigenza di fermarsi, osservare, studiare e agire. Non per ricostruire un passato idealizzato, ma per interrogarsi sul valore culturale, tecnico e umano di un’architettura che ha ancora molto da insegnare. È in questa tensione tra memoria e trasformazione che prende forma il lavoro di Fondazione Canova che da oltre venticinque anni opera per la tutela e la valorizzazione dell’architettura tradizionale in pietra delle Alpi, con particolare attenzione ai borghi storici della Val d’Ossola.

I villaggi di Canova e Ghesc: due recuperi all’insegna della continuità storica

Il percorso della Fondazione trova la sua fase embrionale all’inizio degli anni Novanta, quando Ken e Kali Marquardt, due americani in viaggio in Europa, si imbattono quasi per caso in un piccolo borgo abbandonato adagiato in una piana poco distante dal fiume Toce: Canova. Colpiti dalla forza del luogo e dalla qualità delle sue architetture in pietra, nel 1990 avviano, insieme a un gruppo di amici, un primo lavoro di recupero del borgo. Nel 2001 questa esperienza si struttura nella nascita dell’Associazione Canova, oggi Fondazione, con l’obiettivo di promuovere e valorizzare l’architettura tradizionale in pietra.

Quel lavoro, sviluppato nell’arco di circa dieci anni, rappresenta un passaggio fondativo. Un’esperienza lunga e complessa, in cui il cantiere diventa fin da subito uno strumento di ricerca. Intervenire su edifici storici in pietra significa infatti leggere la materia, riconoscerne le stratificazioni, comprendere la logica costruttiva e confrontarsi con una domanda che resta centrale nel tempo: come rendere nuovamente abitabili e utili questi luoghi senza snaturarne l’identità?

Nel 2007 prende forma un secondo passaggio decisivo con l’avvio del progetto di villaggio- laboratorio nel borgo abbandonato di Ghesc, nel comune di Montecrestese. Ghesc diventa progressivamente uno spazio di sperimentazione permanente, in cui la cura del costruito si intreccia con attività didattiche, programmi di ricerca, produzione culturale e pratiche collaborative. Il borgo non viene concepito come un semplice “oggetto” da ripristinare, ma come un’infrastruttura culturale: un luogo capace di accogliere persone, idee e discipline diverse, dove le scelte tecniche sono inseparabili da quelle sociali e culturali.

Nel corso degli anni, la Fondazione ha sviluppato un modello di lavoro che mette in relazione università italiane e internazionali, scuole locali, professionisti, artigiani, studenti e artisti. L’esperienza diretta — vivere il borgo, lavorare nei suoi spazi, confrontarsi con le sue condizioni reali — permette di trasformare concetti spesso astratti come sostenibilità, rigenerazione, memoria e comunità in pratiche concrete e verificabili.

Un laboratorio a cielo aperto

Ghesc (Ghesio) è un piccolo nucleo nel comune di Montecrestese, completamente abbandonato fino all’avvio di un attento e progressivo lavoro di recupero. Composto da otto edifici, oggi quattro di proprietà della Fondazione Canova e quattro appartenenti a privati che hanno scelto di condividere il senso e la responsabilità di questo percorso, il borgo rappresenta un luogo dal forte valore simbolico. Un contesto che mostra come la qualità dell’architettura in pietra e la cura del costruito possano diventare motore di pratiche virtuose e di una rinnovata relazione con il paesaggio.

A Ghesc, il recupero non è mai stato inteso come un’operazione conclusa, ma come un processo aperto. Il borgo funziona come un laboratorio a cielo aperto, in cui il lavoro sul costruito si intreccia con la formazione, la ricerca e la produzione culturale. Il cuore del progetto è infatti la didattica universitaria di tipo laboratoriale: un’esperienza immersiva che mette in relazione studio teorico e pratica diretta.

In collaborazione con oltre dodici atenei italiani e internazionali, Fondazione Canova ha coinvolto negli anni più di duemila studenti, provenienti da contesti geografici e culturali differenti. Le attività didattiche, della durata media di circa dieci giorni, alternano momenti di approfondimento teorico, esercitazioni pratiche in cantiere e uscite sul territorio, favorendo una comprensione ampia e stratificata dell’architettura tradizionale alpina.

L’approccio hands-on è un elemento centrale di questo modello formativo. Costruire un terrazzamento, ricostruire un arco o intervenire su una muratura con le proprie mani non è solo un esercizio tecnico, ma un’esperienza che mette in gioco tempo, misura, responsabilità e relazione con la materia. In un contesto accademico sempre più orientato alla simulazione digitale e alla modellazione virtuale, il confronto diretto con i materiali e con il cantiere restituisce al gesto costruttivo un valore conoscitivo profondo e insostituibile.

Le tecniche tradizionali in pietra vengono studiate e applicate non come modelli da riprodurre in modo acritico, ma come sistemi aperti, capaci di dialogare con approcci contemporanei alla sostenibilità e alla bioedilizia. Pietra, legno e calce diventano un linguaggio comune, attraverso cui leggere il rapporto tra risorse locali, durabilità, manutenzione e qualità dell’intervento. La materia non è solo oggetto di studio, ma strumento di relazione tra sapere tecnico, responsabilità ambientale ed economia dei mezzi.

Questo lavoro produce conoscenza concreta: non principi astratti, ma pratiche sperimentate sul campo, verificabili e trasmissibili. Al tempo stesso, consente di elaborare metodologie adattabili ad altri contesti montani e rurali, contribuendo a una riflessione più ampia sui territori interni. Non luoghi marginali da compensare, ma spazi in cui è possibile sperimentare nuovi equilibri tra paesaggio, cultura e comunità.

Cultura come pratica operativa

Occuparsi concretamente dei luoghi ha un valore comunicativo profondo, spesso indiretto ma capace di raggiungere le persone in modo autentico. I risultati maturati negli anni sono tangibili e dimostrano come intervenire, abitare e vivere questi contesti sia non solo possibile, ma significativo. I borghi di Canova e Ghesc sono oggi luoghi reali e riconoscibili, attorno ai quali è possibile costruire attività culturali, incontri e momenti di scambio. Non semplici contenitori, ma spazi attivi che accolgono persone, esperienze e conoscenze.

In questo senso, la cultura non è un contenuto da trasmettere dall’alto, ma un processo condiviso: fatto di ascolto, osservazione, lavoro manuale, metodo e confronto pubblico. I luoghi diventano così scenari vivi, capaci di mettere in relazione pratiche diverse e di generare senso attraverso l’esperienza diretta.

Fondazione Canova promuove un ampio programma di iniziative culturali – conferenze e conversazioni pubbliche, residenze artistiche, eventi musicali, progetti educativi e attività con le scuole – che ampliano il campo di azione e rendono l’architettura un terreno di dialogo tra discipline e linguaggi diversi.

In questo contesto, l’architettura assume il ruolo attivo: non uno sfondo neutro, ma un elemento capace di generare relazioni, domande e immaginari. I borghi vengono riattivati non come scenari turistici, ma come luoghi attraversati e condivisi, in cui la produzione culturale non “consuma” lo spazio, ma lo interpreta, lo rende leggibile e lo mette in relazione con la vita contemporanea.

La dimensione internazionale, costruita nel tempo attraverso collaborazioni e scambi, non rappresenta un elemento accessorio, ma una componente strutturale del lavoro della Fondazione. Essa consente di portare sguardi esterni su questioni profondamente locali e, allo stesso tempo, di mostrare come i temi dell’abitare montano, della cura dei paesaggi costruiti e della sostenibilità dei materiali siano oggi questioni pienamente globali.

In questo quadro si inserisce uno degli appuntamenti più significativi della Fondazione Canova: l’Incontro Internazionale Architetti, pensato come spazio di confronto e di ascolto tra esperienze diverse. Attraverso questo appuntamento, la Fondazione ha accolto in Ossola oltre sessanta studi di architettura provenienti da tutto il mondo, creando un terreno di dialogo continuo tra pratiche progettuali, contesti geografici e culture del costruire.

Fare cultura, per Fondazione Canova, significa creare le condizioni perché questi luoghi continuino a esistere, non solo nella memoria, ma nell’esperienza. Luoghi che non chiedono di essere conservati come immagini, ma vissuti come spazi di possibilità, in cui il passato resta una risorsa attiva per immaginare il futuro.

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