È bello trovarsi per una chiacchierata davanti a quattro bicchieri di spuma, bibitone analcolico consono alle nostre età, ancora reperibile forse solo in qualche superstite Casa del Popolo.
La ritualità dell’incontro vuole che, preliminarmente, sia dato quanto dovuto alla canicola estiva, alla vecchiaia che avanza, al governo e a questo mondo impazzito. Poi, cala sul tavolo la questione che ci ha portato qui: “Quanto tasso migratorio abbiamo nel sangue noi quattro, che ci diciamo gente del Verbano, ben radicati in questa terra? Cosa raccontano le nostre genealogie? Dai, chi comincia?”
Diego – Incomincio io. Vi do qualche flash di storie che ho scritto e che, forse, diventeranno un libro.
Prima guerra mondiale, Velo d’Astico, altopiano di Asiago, primavera del 1916, gli Austriaci scatenano nella valle dell’Astico la Strafexpedition. Arriva un ufficiale a cavallo e mia bisnonna Teresa, nonna e zia (allora bambine) se ne devono andare. La guerra finisce, Teresa e figlie ritornano nel paese distrutto, incomincia la ricostruzione, ma la miseria rimane la stessa di prima.
Un giorno, un paio d’anni dopo la fine della guerra, arriva un camion. Viene dal Piemonte, dalle sponde del lago Maggiore. Là l’industria, in particolare tessile, è in piena espansione, c’è bisogno di manodopera, soprattutto femminile. L’offerta è allettante: salario sicuro, alloggio nel convitto gestito dalle suore. Teresa riprende per mano le bambine e sale sul camion. È probabile che alla guida di quel camion ci fosse il mio bisnonno, nonno di mio padre. Non ne ho certezza, ma si sa che nonno Giuan negli anni del primo dopoguerra girava per le valli e i paesi del Veneto ad arruolare operaie per conto dell’Unione Manifatture di Intra.
Facciamo un salto indietro. Questo è quanto sta scritto in un lasciapassare rilasciato a Pietro Soldini fu Battista, di anni 32, bisnonno di mia moglie Martine, “statura metri 1,69, capelli castani, condizione contadino, nato a Cossogno (…) In nome di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, ecc. si prega (…) di lasciar liberamente passare il nominato che va in Francia e Svizzera e di prestargli assistenza in caso di bisogno (…) rilasciato a Pallanza, 18 aprile 1870”. Qualche anno dopo a partire per la Svizzera fu invece il nonno di mia moglie Martine, Pietro Ramoni, genero del Pietro Soldini fu Battista. Muratore stagionale esperto nella costruzione dei muri a secco.
Torniamo avanti. Gira ancora per casa il testo della poesia scritta in occasione del matrimonio (1958) di Tullia e Adolfo, sorella di mia mamma e suo marito, da zio Peppino, che nonostante fosse stato anni in Australia, preso dall’enfasi poetica a un certo punto declama: “… nella lontana Svizzera ove vi recherete…”. Lo zio Adolfo già da qualche anno si era trasferito in Svizzera dove faceva il meccanico, vivendo nelle baracche predisposte per i migranti, e la neo-sposa lo avrebbe seguito in quello che allora era davvero un viaggio (mai fatto il Sempione 50 anni fa?). Nonostante la casa costruita in Italia e abitata solo per qualche breve vacanza, lo zio ha voluto essere sepolto nel cimitero di Trobaso accanto ai suoi genitori; suo figlio, a sessant’anni è diventato cittadino svizzero.
Veniamo ai giorni nostri. Lucien è mio cognato, marito della sorella di Martine. Nato in Martinica, dove vive da sempre, è cittadino francese, quindi europeo come me e voi. Qualche anno fa, come molti suoi conterranei fanno, ha passato qualche giorno in uno sperduto villaggio africano. Pare sia, difficile avere certezze, il luogo di provenienza dei suoi avi che in Martinica ci erano arrivati non certo come migranti volontari in cerca di fortuna, ma come schiavi. Sì, Lucien è nero.
Adriano – I miei erano tutti e due di Aurano, paese della Valle Intrasca. Mio padre Severino era nato nel 1915 e aveva due fratelli e una sorella. La vita nei paesi allora non era facile, già a 11-12 anni era stato mandato a lavorare nei dintorni di Milano e nel 1929, a 14 anni, era a Miazzina al cantiere dell’Eremo, allora in costruzione, a “fare sabbia”. Poi, a 15 anni era partito, già con il contratto, per la Francia per raggiungere il padre Angelo e i due fratelli maggiori che lavoravano a Besançon e a Pontarlier, nella Franca Contea, come muratori, dove c’erano molti italiani, anche di Aurano. Lì è rimasto fino al ’39, quando la Germania nazista aveva invaso la Francia.
Tutti quattro tornati in Italia, mio padre giusto in tempo per il servizio militare e, pure, giusto in tempo per l’entrata in guerra dell’Italia. Pochi mesi dopo era in Grecia. Le cose sono andate come si sa e sono intervenuti i tedeschi, che dopo l’8 settembre del ’43 hanno caricato i soldati italiani su una tradotta per un campo di prigionia in Germania. Finita la guerra, nel ’45 mio padre ritorna ad Aurano, ritrova mia mamma, nel ’46 si sposano, nel ’47 sono nato io. Lui è muratore, di cosa si può vivere lassù? Lasciamo il paese e scendiamo a Cambiasca, alle porte di Verbania; lui trova lavoro in Cartiera e nel ’57 si è costruito la casa in cui ancora oggi io abito. Ha spesso ripetuto che, senza la guerra, non sarebbe più tornato dalla Francia. Era già capitato a un fratello del nonno Angelo, anche lui emigrato in Francia e successivamente trasferitosi in Marocco, nella capitale Rabat, e lì accasato.
Quella di mia mamma Natalina è stata una vita ancora più difficile. Nata nel 1916, aveva tre fratelli e una sorella minori; il padre, mio nonno Giacomo, era di Scareno e faceva il boscaiolo e il norcino, una vita stentata e povera; un suo fratello era emigrato in Francia, un altro morto a 25 anni nella Grande guerra. Con l’intento di migliorare la situazione, nel ’30, il nonno decide di andare a lavorare come boscaiolo in Savoia. La moglie rimane con quattro figli piccoli, la casa, due mucche in stalla e gli altri animali da accudire con il solo aiuto di mia mamma che aveva 14 anni. Poi, si ammala, bronchite che peggiora e diventa bronco-polmonite, ma non può fermarsi, curarsi; quando il marito ritorna è ormai tardi e la moglie muore. Lui deve presto ripartire perché il suo lavoro è l’unica fonte di reddito e mia mamma, 14 anni, resta sola con i piccoli e la solidarietà di parenti e vicini.
Ma la situazione è insostenibile, anche il libretto degli acquisti a credito nella bottega del paese è stato chiuso per insolvenza. Il padre deve a tornare, trova qualche lavoretto, ma, in un incidente con la teleferica, muore un giovane compagno di lavoro. Superata questa sventura, riprende il lavoro di boscaiolo con i figli, ma in un secondo incidente con quel mezzo infido che era la teleferica muore il figlio undicenne; un secondo figlio muore durante il servizio militare per lo scoppio di una bomba di mortaio; il terzo figlio è morto di malattia nel ’42 o nel ’43. Anche mia mamma, dopo una vita di lavoro e avermi fatto crescere, è morta presto, nel ’66 a 50 anni. In trent’anni, mio nonno ha sepolto la moglie e quattro figli. Come si diceva, “polenta e sacrifici, contorno di disgrazie”.
La storia familiare di mia moglie Maria Pia è meno travagliata. Suo padre era di Bieno come il nonno, la nonna di Fondotoce. Poco più movimentata la linea materna: la mamma è nata a Intra, come la nonna, ma il nonno era arrivato da Albino, in provincia di Bergamo.
Bruno – Mio padre Girolamo (Mino per tutti) era nato nel 1909 a Venezia, ma i suoi genitori erano siciliani, arrivati a Venezia all’inizio del secolo. Se fossero arrivati per via del lavoro di mio nonno Antonio, che era cuoco sulle navi, o per via del suo matrimonio da vedovo con la cugina Rosaria, anche lei vedova (forse un’unione che disturbava la morale vigente), non sono mai riuscito a saperlo.
I due vedovi cugini avevano l’uno un figlio e l’altra una figlia, entrambi grandicelli, nati in Sicilia. I loro discendenti sono nati tutti a Venezia. La prima figlia nata da questo originale matrimonio, sorella maggiore di mio padre, nata anche lei a Venezia, ebbe poi un figlio a Napoli, prima di trasferirsi definitivamente a Milano. Mio padre, invece, lasciato il mestiere di barbiere, si era arruolato nel corpo delle guardie carcerarie e, dopo una prima assegnazione in Sardegna, era stato trasferito a Pallanza (non ancora Verbania) alla fine del 1937. Un anno dopo ha sposato qui mia madre.
E passiamo al ramo materno. Mia madre Gina è arrivata a Pallanza con la famiglia nel 1928, all’età di nove anni, provenendo da Udine, dove era nata, come sua sorella di soli tre anni; il fratello più piccolo è nato invece a Pallanza nel 1929. Il padre, mio nonno Achille, era del 1888 ed era nato a Udine, come i suoi genitori, fratelli e sorelle. Perché Achille era a Pallanza? Perché, al pari del suo futuro genero, da ciabattino era diventato una guardia carceraria alla sua prima destinazione. La madre, mia nonna Elisa, era nata nel 1894 nel Lazio, a Gaeta, ma solo perché suo padre Clemente (mio bisnonno, abruzzese della provincia dell’Aquila), da contadino si era – pure lui – trasformato in guardia carceraria. Sarà ben originale o no questo mestiere tramandato da suocero in genero? Ma Clemente era già stato in Campania, ad Aversa, dove era nata la sua prima figlia, e poi sarebbe stato trasferito a Siracusa (dove, finalmente, si sarebbe sposato con la madre delle due sue prime figlie!) Lì ne ho perse le tracce. Di certo, le altre sue quattro figlie non sono nate a Gaeta.
Mia nonna e mio nonno si sono sposati ad agosto 1918 a Marcianise (Caserta). E la cosa è ancora più curiosa, ma non mi è stato possibile avere copia del loro certificato di matrimonio che pare essere stato distrutto con l’archivio dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Posso solo ipotizzare che mio nonno Achille, che si è fatto quasi tutta la Prima guerra mondiale al fronte carsico e a un certo punto è stato ferito, sia stato ricoverato in un ospedale militare a Marcianise, dove mia nonna Elisa – forse – era arrivata per fare la crocerossina o qualcosa del genere. Fantasia? Chissà, non mi resta altro al momento. Mia moglie Silva si racconta da sé.
“Sono arrivata a Verbania a sedici anni, con una storia familiare fatta di spostamenti: la mia è storicamente una famiglia di attori con una compagnia teatrale che possiamo definire scavalca montagne. Quali sono le mie radici? Certo non identificabili in un luogo fisico: noi facevamo un Teatro itinerante e nascevamo dove mamma si trovava in quel momento. Nonno Edoardo era nato a Forlì, nonna Clelia a Carrara, papà ai Castelli di Jesi, io a Biella… solo mamma, che alla compagnia si è unita dopo il matrimonio con papà, aveva origini stanziali, in provincia di Asti. I miei vicini di casa erano i personaggi dei più di trenta spettacoli che avevamo in repertorio”.
Roberto – Chiudo il giro. Mio bisnonno paterno, Annibale figlio di Luigi, era nato nel 1837, come suo padre a Roma, che dovette però lasciare precipitosamente, insieme al fratello Cesare, poco dopo la metà del secolo, entrambi diseredati dopo una bellicosa controversia con lo zio tutore (erano orfani), monsignore gesuita capo di una storica e facoltosa famiglia papalina, che pretendeva da uno dei due fratelli la carriera ecclesiastica. Arrivato nel milanese, Annibale sposò Maria, una giovane locale, e si accasarono a Legnano. Più tardi, la famiglia approdò, per lavoro, nella Intra industriale dell’ultimo quarto di secolo, dove nacquero gli ultimi figli e dove poi vissero, con le proprie discendenze, due fratelli, tra cui mio nonno, anche lui Annibale, nato nel 1886, e due sorelle; un terzo fratello, ancora un Cesare, nato nel 1883, morì giovane nei primi anni del nuovo secolo.
Divenuto operaio metallurgico, il secondo Annibale si formò nelle industrie di Milano e dintorni, tornitore, fresatore, fino a divenire poi capo officina, di salda fede turatiana a differenza del fratello Tito che fu, in seguito, tra i fondatori del Partito Comunista intrese. Proprio a Legnano, trovò Teresa, di tre anni più giovane che diventò mia nonna, figlia adottiva di una pia vedova (mama Rusœu), che di piccoli ne adottò una nidiata. Tornati sposi a Intra, nel ’15 nacque mio papà, chiamato anche lui Tito, e quattro anni dopo mia zia Dirce. È lampante nella genealogia familiare la persistenza di alcuni nomi della romanità classica; io l’ho scampata forse grazie a una madre refrattaria alle mitologie.
Infatti, scollinati gli anni della seconda guerra, mio padre, sindacalista della componente cattolica alla Camera del Lavoro di Intra dopo i giorni della Resistenza (e prima di sbarcare in Rhodiatoce), incontrò Argia la mia futura mamma. Nata nella pianura padovana e arrivata ragazzina a Pallanza con la madre vedova, mia nonna Felicita, e due fratelli maggiori, in seguito a un disastro familiare che aveva già portato i quattro fratelli di mia nonna con le rispettive famiglie nel Verbano in cerca di lavoro. Un disastro conseguente il rapido tracollo, dai contorni nebulosi, di un’azienda agricola familiare che appariva florida, come sembra testimoniare anche il racconto di mia nonna e di altri parenti della disponibilità in famiglia di un calesse portato da una cavalla bianca. Una vicenda che oscura rimane, anche perché chi l’aveva vissuta non amava parlarne.
Pure dal versante di mia moglie Paola la musica non cambia, già il suo cognome si rivela inequivocabilmente sardo. Di Sassari, dimora del nucleo originario, da cui il nonno Enzo con la giovane moglie prende il largo per le sedi assegnategli quale ufficiale di quella Milizia costituita nel 1922 dal neonato governo fascista. A Frosinone, una delle sedi, nasce nel ’31 Mario, il padre di Paola, che, approdato a Pallanza con due fratelli e la madre, restata nel frattempo vedova, qui incontrerà Carla, che di Paola sarà mamma, figlia di genitori originari di due paesi dell’entroterra verbanese.
Tirando le somme – Quanto movimento, quante migrazioni popolano le nostre genealogie, di noi che ci diciamo e siamo gente del Verbano, ben radicata e con solidi legami affettivi e fattuali in questo territorio! E non siamo eccezioni, basta guardarsi intorno, sgranare il rosario delle nostre conoscenze. Viviamo in luoghi in cui l’offerta occupazionale dell’industria locale ha calamitato, per più di un secolo, immigrazioni dalle nostre vallate, dalle aree lombarde e venete allora depresse e dal meridione, ma un’offerta locale che ha pure spinto a emigrare chi non sapeva assorbire.
Resta allora un rompicapo. Come spiegarsi la sordità, l’indifferenza, l’ostilità dei molti che sembrano non comprendere le ragioni, i bisogni e le condizioni di chi oggi arriva alla ricerca di ciò che, se non noi stessi, i nostri padri o i nostri nonni hanno vissuto quando sono arrivati qui, e che ancora tanti, molti nostri figli in primo luogo, vanno oggi cercando altrove?
L’articolo è stato realizzato in collaborazione con gli amici Diego Brignoli, Adriano Caretti e Bruno Lo Duca
* Titolo preso a prestito dall’omonima canzone di Gino Paoli
Foto: Tusciaweb – Francesco Galli