Sono nostalgica? Sì, lo ammetto, mi sento orfana della cultura che amo e che oggi non sembra più costituire un punto di riferimento rassicurante. Era forse ancora quell’idea di culture degli Illuministi che nella Francia del XVIII secolo rimandava alla condizione dell’individuo istruito che, amando la conoscenza, crede nelle potenzialità della ragione umana e per questo vive una situazione di ottimistica fiducia, convinto che attraverso la sconfitta dell’ignoranza si giungerà a un’era di progresso. Culture e civilisation procedevano affiancate, in una prospettiva universale, che abbracciava tutti gli esseri umani. Come corollario di questa visione, sono germinate le idee di uguaglianza e di libertà e nei secoli tutti quegli istituti che, con un certo orgoglio europeo, consideriamo frutto di una storia secolare che ci appartiene. Lasciamo perdere, per semplicità, il fatto che spesso tali valori siano stati traditi proprio dai più eminenti poteri occidentali, ma diritti umani, costituzionalismo, legalità, democrazia, equità sono i principi-base su cui abbiamo costruito scuole e istituzioni, culturali e non.
Ma, ahimè, ora che la vecchia Europa inizia a soffrire di insignificanza, come capita a taluni anziani, questi concetti stanno perdendo il loro fascino, che credevamo intramontabile e il termine culture sembra cedere il passo al teutonico Kultur, o, peggio ancora, Leitkultur, una cultura guida, cucita sull’idea di Nazione, di una Grande Nazione, vedi Make America Great Again o Grande Russia.
Attraverso selfie, infarcito di like e fake news, il linguaggio proprio di questo nuovo panorama culturale internazionale e nazionale di crescente populismo usa termini sempre più bellicosi: droni e riarmo, sostituzione etnica, deterrenza mai abbastanza armata, guerra, Noi contro Loro… fino all’orribile neologismo remigrazione. Assistiamo allo sgretolamento del codice dei valori che nutriva la sacrosanta aspirazione al riconoscimento della dignità di tutti gli esseri umani, irriso dai fanatici abolizionisti della cultura sprezzantemente definita woke, e, di pari passo, alla crisi del sistema politico-diplomatico delle istituzioni sovranazionali.
Così, diventa “fraternità illegale”[1] la solidarietà di chi accoglie e salva migranti in pericolo di vita e l’aspirazione alla pace e alla giustizia si riduce a un sogno bambinesco da anime ingenue.
Che fare? Dove può iniziare un cammino in controtendenza rispetto a questo clima? Come pensare a una nuova cultura oggi? Mi ostino a ritenere che essa debba mantenere una funzione educativa, che possa rendere migliori le persone e le loro relazioni, possa essere quella spinta per giovani e meno giovani che porta a creare e a riscoprire il Bello e il Buono, mettendo un freno al degrado dell’ambiente e della qualità di vita, sostituendo l’opposizione Noi-Loro con il binomio Io-Noi. La grande partecipazione alle manifestazioni indette nelle nostre piazze a sostegno della pace e del popolo palestinese ci ha finalmente mostrato un risveglio dall’indifferenza e la voglia di ritrovarsi di molti giovani per reagire a una politica oppressiva e di inaudita violenza. Abbiamo visto tanti ragazzi e ragazze (né sdraiati, né choosy) marciare insieme a cittadini di tutte le età e di tante provenienze, prendere la parola in dibattiti pubblici. Questo può essere un buon punto di partenza nella nostra ricerca di segnali di cambiamento. E dove può continuare a nutrirsi e crescere questo risveglio, se non nella scuola?
Una scuola che dovrebbe saper prestare attenzione alle giovani generazioni che chiedono d’essere ascoltate nei loro nuovi bisogni, che può fare proposte culturali che si fondino su studio e ricerca, nell’approfondimento di un patrimonio culturale che non dovrebbe essere dato una volta per tutte e che sia sentito come gratificante elemento di identità. È la scuola che deve offrire una proposta culturale che sia inclusiva, capace di stimolare il gusto per conoscenze e competenze anche in chi si sente escluso e non ha voce per partecipare alla vita sociale.
Questa scuola, portata avanti da molti bravi insegnanti, però, va difesa e sostenuta, perché non è quella che oggi si delinea nelle convenzioni firmate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito con il Ministero della Difesa e con la Fondazione Leonardo, improntate alla normalizzazione di una cultura ”armata”, né quella che vorrebbero le Indicazioni Nazionali 2025 per la Scuola primaria e secondaria di primo grado: queste introducono una “ventata” di didattica che definirei vintage, che per appassionare i bambini alla lettura, suggerisce testi lontani anni-luce dai loro interessi (Pinocchio, i romanzi di Verne) e invita, tra l’altro, a insegnare la storia in chiave nazionalista, abbandonando lo studio fatto di analisi e ricerca sulle fonti storiche, a vantaggio del racconto di fatti e personaggi storici edificanti (La piccola vedetta lombarda!). Così, la scuola rischia di perdere la sua complessità e la sua funzione principale: appassionare, rendere autonomi, far nascere e sviluppare il pensiero critico.
Ho imparato che piccoli passi, esperienze realizzate vicino a noi possono portare lontano, aprono nuovi percorsi di relazioni, di condivisione e anche di crescita personale. Ci sono esperienze positive nel campo del sapere sul nostro territorio, che esistono e sono vive, “segnali luminosi” in controtendenza rispetto alle derive del pensiero di cui abbiamo parlato. Ne evidenzio solo alcune, rimandando al prossimo numero di Alternativa un discorso più completo su questo aspetto.
Per sostenere una scuola democratica, umanizzante, inclusiva si è concretizzata lo scorso anno la Rete “Scuola Amica-Verbania”[2], grazie alla condivisione e sottoscrizione di un manifesto da parte dei dirigenti e degli organi collegiali di tutte le scuole pubbliche di ogni ordine e grado della città di Verbania. L’iniziativa, promossa in prima persona dal prof. Tiziano Pera, si propone di “abolire la concorrenza locale tra le diverse istituzioni formative prefigurando la rinascita di un autentico sistema formativo verbanese dotato di autonoma visione strategica riferita ad una scuola unitaria (non uniforme)”. Si basa su tre principi: la ristrutturazione delle curricolarità verticali (secondo i concetti fondanti delle varie discipline, in nome di una unità del sapere); la centralità degli studenti, considerati risorsa preziosa per la comunità e una cultura della valutazione, considerata azione pedagogica fondamentale per monitorare ‒ reciprocamente tra studenti e docenti ‒ la promozione della competenza di cittadinanza. Dopo questo primo passo, che individua nel concetto di benessere a scuola il fondamento delle attività educative, Scuola Amica si propone di siglare un Patto Educativo Territoriale di Comunità, che renda possibile aggregare diverse realtà del territorio, alcune delle quali già operanti come rete in una prospettiva di cultura solidale e comunitaria.
Una di queste è Comunità Educante VCO, rete nata nel maggio 2023 in cui collaborano soggetti pubblici e del privato sociale: 21 Marzo APS, i Consorzi dei Servizi Sociali di Verbania, Cusio e Ossola, la Bitta, Gruppo Abele di Verbania, Associazione Tra il Dire e il Fare, Associazione Culturale Astronauta, ENAIP Piemonte, VCO Formazione, Associazione SuoniAMO, Comitato Territoriale CSI: anch’essa concorre, ponendosi come punto di riferimento educativo a rendere protagonisti i più giovani, con l’obiettivo di favorire la diffusione del gusto per la cultura e contrastare la povertà educativa[3].
Anche nelle nostre biblioteche civiche si respira un’aria accogliente, favorevole alla diffusione di una cultura che faccia crescere. Ai più piccoli è rivolto il progetto nazionale Nati per leggere, ma anche per giovani adolescenti sono iniziate le attività che, con il coordinamento del sistema bibliotecario del VCO, vogliono rendere palazzo Biumi “Un posto dove sto bene”: si tratta di proposte alternative che alimentano creatività, partecipazione e animano una cultura di pace.
Continuando nel nostro itinerario di “ricognizione” di offerte formative che ruotano attorno all’educazione, possiamo spingerci fino alla Casa della Resistenza di Verbania, dove si svolge un serio e costante lavoro di ricerca storica, i cui risultati sono condivisi con insegnanti e studenti delle scuole: è una via collaudata per sviluppare le competenze indispensabili per affrontare la complessità, per sperimentare anche il dubbio che genera spirito critico.
Infine, un’ultima lucina luminosa si può intravvedere nei corsi di Italiano che alcune associazioni della città svolgono per favorire l’inclusione di persone che vengono da altri Paesi e si scontrano con gli ostacoli comunicativi di una lingua e di una cultura che non conoscono: anche questo può essere un segno da cogliere e sviluppare nel proposito di riportare in vita una cultura buona: dove sapere, competenze, creatività, rispetto delle diversità si mettano in gioco per “trasformare la specie umana in umanità”[4].
[1] L’efficace ossimoro è di E. Morin.
[2] Sulla rete Territoriale Scuola Amica si rimanda all’articolo di Tiziano Pera, sulla nostra rivista, n.1/2025, pp.64-66.
[3] Anche sull’attività del progetto Comunità educante del VCO rimandiamo all’articolo Domandare, ascoltare, comprendere, di Agnese Visca, sempre sullo stesso numero di Alternativa.
[4] E. Morin, Svegliamoci! Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2022, p.56.
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