Viviamo in un tempo in cui la tecnologia permea ogni aspetto della vita quotidiana, ridisegnando i confini del sapere, delle relazioni e della partecipazione civile. La scuola, come istituzione che forma i cittadini del futuro, non può sottrarsi a questa trasformazione: è chiamata a riflettere criticamente sul significato dell’educare nell’era digitale, a interrogarsi non solo sul come usare gli strumenti, ma soprattutto sul perché e a quale fine.
Le tecnologie digitali dell’informazione e della comunicazione sono entrate nelle scuole ormai da molti anni, in seguito alla diffusione sempre più capillare delle stesse tecnologie nella società. La questione sulla necessità e sulle modalità di integrazione del digitale nella didattica è stata fin da subito dibattuta con diverse proposte e posizioni, a volte contrastanti. Si sono così visti nel corpo docente atteggiamenti di curiosità, a volte di entusiastica accoglienza, con la nascita sperimentazioni di tecnologie e di metodologie didattiche innovative, contrapposti a posizioni di diffidenza e sospetto verso le novità proposte, con manifeste preoccupazione per un cambiamento percepito come imposto o estraneo a una tradizione consolidata.
Quello che è stato evidente fin da subito infatti è che l’ingresso di nuove tecnologie avrebbe richiesto di modificare ambienti e metodologie di lavoro in classe, passando da una didattica trasmissiva ad una più aperta, dialogica e partecipativa. Le esperienze di educazione ai media, di progettazione collaborativa, di storytelling digitale o di ricerca partecipata mostrano infatti che, quando il digitale diventa parte della didattica, gli studenti si sentono protagonisti e non semplici fruitori. La tecnologia, in questo senso, può diventare un potente alleato di una pedagogia attiva e democratica. Se per molti docenti è sembrata finalmente l’occasione di inverare decenni di ricerca pedagogica sulla scuola attiva, a molti altri questa prospettiva è parsa spiazzante e rischiosa, oltre che faticosa per la necessaria richiesta di aggiornamento. Il dibattito su opportunità e rischi del digitale, allargato alla società, ha poi dato occasione alle diverse posizioni di trovare appigli per consolidarsi, creando una situazione poco omogenea nella disponibilità del corpo docente ad accogliere le novità.
Sin dall’inizio della diffusione delle tecnologie digitali nella didattica non sono mancati gli sforzi istituzionali per favorire l’innovazione digitale nella scuola. Le linee guida ministeriali, i piani di formazione, i progetti di ricerca universitaria e le risorse messe a disposizione dal Piano Nazionale Scuola Digitale e poi dal PNRR (Next Generation Classroom, Next Generation Labs e Formazione alla transizione digitale per il personale scolastico) hanno offerto strumenti, ambienti e percorsi di aggiornamento.
La formazione si è spesso concentrata sulle competenze tecniche e operative dei docenti: imparare a usare prima le LIM e poi i monitor, lavorare con tablet e pc, realtà aumentata e virtuale, creare classi virtuali, gestire piattaforme o applicazioni, esplorando molteplici strumenti. Il mercato ha offerto tecnologia in continua evoluzione e la scuola è diventata molto interessante per le aziende del settore che hanno anche adattato alla didattica applicazioni e dotazioni precedentemente progettate per un’utenza diversa. Proprio il recente finanziamento PNRR ha reso disponibili per le scuole una notevole quantità di ambienti e strumenti tecnici, scelti dalle scuole stesse, oltre ad un’ampia proposta di percorsi di formazione a tutti i livelli.
La ricerca universitaria ha proposto una importante riflessione sulla didattica, indicando anche strade nuove, con metodologie attive pensate proprio per integrare le tecnologie in modo costruttivo. Anche la riflessione sulla valutazione ha contribuito a fornire indicazioni di utili cambiamenti di metodologie e strumenti.
Le scuole hanno dovuto comunque fronteggiare non poche difficoltà tecniche e amministrative, soprattutto relative alle infrastrutture di rete e alla manutenzione delle dotazioni tecnologiche, che hanno reso spesso difficile il lavoro di tutti, rischiando di scoraggiare anche i più motivati.
Ma il problema a mio avviso più importante è che nelle scuole si è discusso poco del senso e della necessità di lavorare integrando le tecnologie nella didattica quotidiana e del ruolo fondamentale che ha la scuola nell’abilitare tutti gli studenti a godere di una piena cittadinanza da adulti. E’ necessario quindi spostare l’attenzione dalle pratiche alle finalità del lavoro.
I documenti europei quali il Digital Competence Framework for Citizens quadro delle competenze digitali per i cittadini, noto anche come DigComp, e il Digital Competence Framework for Educators, DigCompEdu, che definisce le competenze digitali che un docente, ma anche più in generale chi operi nel settore dell’istruzione e dell’educazione, dovrebbe possedere, sono stati pubblicati in diverse edizioni ormai da anni e illustrano ampiamente le competenze digitali che dovrebbero acquisire i cittadini e quelle che dovrebbero avere gli educatori dei futuri cittadini. Questi documenti avrebbero dovuto essere il punto di riferimento per guidare le scelte dei docenti della scuola italiana. Solo dopo una riflessione sui temi trattati dai documenti e aver acquisito consapevolezza del proprio ruolo in un percorso educativo così importante ha senso scegliere strumenti e metodologie.
Si comprende infatti che in una società in cui informazione, lavoro e partecipazione civica passano sempre più per canali digitalizzati, non garantire a tutti gli studenti tali competenze significa escluderli, di fatto, da una piena cittadinanza. Per essere pienamente cittadini è infatti necessario aver sviluppato competenze di utilizzo e gestione degli strumenti digitali e di molte applicazioni; è necessaria una vera e propria alfabetizzazione su informazione e dati per saper accedere alle informazioni con consapevolezza e senso critico; è fondamentale saper interagire correttamente attraverso le tecnologie; essere consapevoli della propria identità in rete; saper proteggere la propria privacy e l’ambiente. I docenti devono quindi comprendere che educare al digitale significa abitare criticamente il presente.
Le competenze digitali si costruiscono facendo, sperimentando, confrontandosi con problemi reali. È nella quotidianità del lavoro scolastico, attraverso l’uso critico e riflessivo degli strumenti, che si impara a essere cittadini digitali, lavorando quotidianamente con le tecnologie, tutte quelle con cui ci si deve confrontare poi nella realtà. Le recenti indicazioni ministeriali restrittive rispetto all’utilizzo didattico di alcuni strumenti, come gli smartphone, rischiano di avvallare l’abdicazione ad assumere un ruolo educativo rispetto allo strumento più utilizzato nella società. Non considerando poi che, in un’epoca post-mediale, gli strumenti sono spesso intercambiabili: avere di fronte un tablet o uno smartphone dal punto di vista dell’accesso alle applicazioni di gioco o di comunicazione social, non cambia.
Le competenze di cittadinanza devono poter essere raggiunte da tutti e solo la scuola può garantire che questo sia possibile, attraverso un lavoro quotidiano e diffuso. Non c’è altra agenzia formativa che possa avere la stessa potenzialità. La tecnologia infatti può diventare uno strumento di democratizzazione del sapere, se utilizzata con consapevolezza e giustizia. Ma può anche ampliare le disuguaglianze, se affidata solo al mercato o alla casualità delle competenze individuali acquisite in esperienze informali. La scuola resta l’unico spazio pubblico in cui è possibile garantire a tutti pari opportunità di accesso e di partecipazione alla cittadinanza.
Negli ultimi anni la scuola ha usufruito di importanti contributi anche da parte di formatori esterni che hanno proposto percorsi e interventi per gli alunni, utilissimi, che hanno sostenuto il lavoro degli insegnanti. Ma è necessario che a questi interventi si dia continuità nel lavoro ordinario in classe. Gli studenti dovrebbero quindi essere affiancati da docenti competenti ma soprattutto consapevoli della responsabilità che è loro richiesta e della posta in gioco, altissima. L’insegnante del nostro tempo è infatti chiamato a essere più che esperto di tecnologie un mediatore culturale, un interprete della complessità, capace di accompagnare gli studenti nella comprensione della realtà che li circonda. Si tratta di un compito impegnativo, che richiederebbe anche riconoscimento istituzionale e sostegno. Occorrerebbe valorizzare la professionalità docente come intelligenza collettiva, promuovendo comunità di pratica, reti formative e momenti di riflessione condivisa. Perché è proprio la consapevolezza del proprio ruolo educativo e della finalità del proprio lavoro che può giustificare l’innegabile sforzo di formazione continua, di aggiustamento delle metodologie didattiche e dei relativi strumenti di valutazione che sono richieste ai docenti per fronteggiare il cambiamento che avanza.
Ripensare il rapporto tra scuola e tecnologie non è quindi un progetto tecnico, ma culturale. Significa ridefinire il senso dell’educazione nel ventunesimo secolo. La scuola dovrebbe essere un laboratorio in cui si impara a convivere nella società dell’informazione, a cooperare, a comunicare, a costruire insieme un sapere condiviso, il luogo in cui il digitale diventa occasione di crescita collettiva, di dialogo, di cittadinanza viva. Un laboratorio, appunto, dove si educa non solo a usare strumenti, ma a costruire senso, comunità e futuro.
In definitiva, educare al digitale significa educare alla cittadinanza, alla libertà, alla capacità di abitare il mondo in modo consapevole. È un compito politico nel senso più alto del termine: costruire il bene comune attraverso la conoscenza. La scuola, se vuole restare fedele alla propria missione democratica, deve assumere questa sfida non come moda o obbligo, ma come responsabilità verso il futuro.
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