Fino a pochi decenni fa, per accedere al ruolo di insegnanti di scuola primaria o dell’infanzia bastava un diploma di scuola superiore di quattro o tre anni; poi di cinque anni. Dall’inizio degli anni duemila, l’assetto della formazione del corpo docente è completamente cambiato. Il Ministero ha reputato che l’insegnamento è un compito complesso, per il quale occorre un alto grado di preparazione sotto ogni punto di vista, sia per il primo sia per il secondo ciclo di istruzione.
Da allora, per ottenere una cattedra stabile di maestro o maestra è diventato necessario laurearsi in Scienze della formazione primaria, il nuovo corso accademico inaugurato in Italia nell’autunno del 1998 che, quattro anni dopo, ha fornito i primi nuovi insegnanti per alunni tra i 3 e gli 11 anni.
Si è trattato fin da subito di un percorso universitario complesso, articolato e molto impegnativo che, dopo circa quindici anni, da quadriennale è diventato quinquennale.
Da insegnante di scuola primaria con un bagaglio di studi universitari filosofici e di esperienze di formazione varie e multidimensionali, ho partecipato dal 1999 alla costruzione del percorso di tirocinio di Scienze della formazione primaria presso l’Ateneo di Milano Bicocca, in collaborazione con molti docenti universitari, alcuni dei quali già di altissima fama. È stato definito come dovesse svilupparsi l’esperienza teorico-pratica delle nuove leve della scuola di base. Di che cosa fosse necessario impossessarsi sul piano professionale.
La risposta è stata univoca: una figura adulta che cura l’istruzione e l’educazione dei bambini e delle bambine doveva assolutamente possedere preparazione disciplinare, pensiero critico, autonomia progettuale, capacità di lavorare in team e tanta attenzione al senso autentico di ciò che si propone ai propri alunni e alle proprie alunne.
Guardando indietro, anche senza assumere un atteggiamento nostalgico, non sembra possibile che il mondo della scuola si sia modificato così tanto in così poco tempo. Tale fenomeno è legato alla trasformazione stessa della società.
Sono cambiati gli strumenti e le agenzie educative, gli attori e gli utenti della scuola, le richieste e gli aspetti prescrittivi dell’istruzione nazionale, la quantità e la natura dei corpi disciplinari.
Dove prima c’erano libri e quaderni, ora troviamo tanti apparati e risorse multimediali; gli ambienti della famiglia e quelli tipici della vita di quartiere hanno subito una profonda trasformazione per ruoli e composizione, a volte persino una crisi di finalità o uno svuotamento di persone di riferimento; il possesso di conoscenze e abilità disciplinari ben riconoscibili hanno lasciato sempre più spazio alla ricerca di competenze trasversali, anche alla luce degli orientamenti europei.
Gli insegnanti che terminano oggi il percorso universitario finalizzato all’insegnamento nella scuola primaria o dell’infanzia, sanno di dovere gestire un livello di complessità molto elevato nelle classi in cui andranno a lavorare.
Su quali elementi irrinunciabili occorre allora costruire oggi il proprio profilo professionale?
Pare che sia indispensabile muoversi in modo agevole tra le TIC, le tecnologie informatiche e comunicative. Chi non sa maneggiare programmi e applicazioni, chi non conosce le opportunità della rete possiederebbe un repertorio di opportunità didattiche ridotto. Bisogna però domandarsi se e come l’utilizzo delle tecnologie informatiche modifichi gli impianti di pensiero nell’apprendimento. Alcune delle variabili significative sono l’ancoraggio insistente al linguaggio delle immagini, la sequenzializzazione delle informazioni, l’organizzazione e la schematizzazione grafica dei dati e dei contenuti, il ricorso frequente alla strategia per prove ed errori.
I nuovi insegnanti sono capaci di prendere consapevolezza di tali variabili e di renderle operative? Riescono a rimanere aggiornati e a utilizzare gli strumenti didattici informatici in continua evoluzione?
La formazione del professionista scolastico del domani prevede quindi che io, insegnante datato e un po’ boomer, come loro formatore mi tenga al corrente e sperimenti i nuovi linguaggi fino a renderli noti e praticabili per gli studenti e le studentesse, arrivando persino a mostrare efficacia e limiti dell’impiego dell’AI.
Ammesso (e non concesso) che questo primo step venga raggiunto, subito dopo deve aprirsi da parte dei futuri insegnanti una fase di esplorazione e conoscenza individuale, per approfondire limiti e opportunità delle TIC.
Tuttavia, alla base di tutti i fenomeni di apprendimento, sta l’attivazione di processi di pensiero, caratterizzati da diversi livelli di complessità, gerarchicamente allineati. Conoscerli e comprenderli significa orientare in modo mirato e intenzionale la propria azione didattica.
Se le TIC prevedono operazioni logiche e procedurali, l’approccio ad esse implica che la maestra o il maestro sappia se e quali processi di pensiero si attivano nei bambini e nelle bambine e a quali livello. I quiz e le app con catene di risposte, ad esempio, che tanto appassionano molti docenti, mobilitano attività solo basiche di memorizzazione e riconoscimento; tuttalpiù di applicazione. È forse questo il traguardo da raggiungere quando si vogliono costruire competenze?
Il futuro insegnante allora, più che essere istruito in tale materia, deve capire, sperimentandole in prima persona e provando ad utilizzarle sul campo durante il tirocinio diretto, quali siano più efficaci e per quali obiettivi.
Ma tutte le tecniche dell’educazione, che ora corrono su tablet e pc, sono da sempre soggette ai cambiamenti storici (per esempio, la stampa su piccola scala oppure certi materiali senso-motori hanno contrassegnato periodi pedagogici di alcuni decenni del secolo scorso). Per stare quindi al passo con i tempi, la formazione universitaria degli insegnanti deve mettere al centro dei propri percorsi, la questione del repertorio di strumenti che il docente deve sapere possedere, ma in modo critico. Quali adoperare, con quale finalità, in quale contesto?
Che cosa occorre imparare, dunque, per inserirsi in modo consapevole e competente nel mondo dell’insegnamento oggi? Che cosa deve “passare” l’università? Qual è la mia funzione come formatore del tirocinio di futuri maestri e maestre?
Per quanto mi riguarda, come Tutor coordinatore del tirocinio, più che diventare un esperto informatico, cerco di dare priorità al tema dei bisogni che si colgono in classe. Tra questi, emergono spesso nei piccoli i bisogni di ascolto e di socialità.
Il primo ha come versante il rapporto con l’adulto, la possibilità di incontrarsi con lui in un dialogo autentico, accogliente, non giudicante, prezioso e di vero scambio.
Temo che si tratti di una dimensione che oggi è meno presente nelle famiglie dei nostri scolari. Parlare, confrontarsi, discutere insieme in spazi che non siano occupati da nient’altro (pay-tv, cellulare, social, tablet). Gli studenti devono capire quanto sia importante che bambini e bambine si sentano riconosciuti e valorizzati nella loro dimensione di portatori di pensieri, sentimenti, emozioni, preoccupazioni, gioie e stati d’animo. La necessità di creare un clima reciprocamente accogliente diventa una priorità per agevolare l’attivazione di ogni processo di pensiero e per favorire la loro implementazione. La risalita nella gerarchia dei processi mentali che stanno alla base dell’apprendimento avviene più facilmente non grazie agli strumenti tecnologici che l’insegnante mette in campo, ma per il clima umano che crea in aula.
Inoltre, la chiusura individuale facilitata dall’accesso diffuso ai device fin dalla tenera età, ha minato la dimensione del confronto tra pari. Bambini e bambine hanno troppo spesso bisogno di mediazione per ripianare situazioni insolite o conflittuali, dalle quali da soli fanno fatica ad uscire, avendo poca esperienza di questa pratica.
Quando i futuri maestri riconoscono l’urgenza di dare spazio alla dimensione del rapporto di collaborazione tra coetanei, è opportuno che forniscano occasioni di apprendimento perché ciò avvenga a scuola.
Se è vero che le TIC accelerano lo svolgimento di compiti, anche se troppo spesso in modo esecutivo, è importante riportare al centro della formazione degli insegnanti la questione delle priorità. Tra queste, ci sono sicuramente la gestione delle relazioni interpersonali in una dimensione umana del tempo.
Chi oggi studia per diventare insegnante non può accettare di funzionare come l’ingranaggio di una cronologia pre-scandita dall’imperante tecnologia del terzo millennio. Al contrario, deve diventare una libera lancetta d’orologio che segna lo scorrere delle ore e dei giorni sulla base dei bisogni dei propri alunni e alunne. I bambini e le bambine sono soggetti reali che a scuola hanno la possibilità di costruire per sé e con il proprio gruppo delle autentiche life skills; vere abilità personali, relazionali e sociali per la vita.
Roberto Morgese ha partecipato alla rassegna Bisogni o desideri? Strategie di cambiamento dalla comunità alle persone organizzata dall’Associazione Alternativa A… in collaborazione con la Cooperativa La Bitta. Mercoledì 5 febbraio 2025 alle ore 21 ha tenuto una lezione intitolata La scuola cambia il mondo. Contestualizzazione di eterni obiettivi, nel pomeriggio alle ore 14,30 ha incontrato le classi seconde dell’istituto comprensivo “Casetti” di Crevoladossola.
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