Nel panorama teatrale contemporaneo c’è chi sceglie di spogliare la scena dai suoi orpelli ludici ed elitari per trasformarla in un autentico strumento comunitario: un cantiere d’umanità dove la poesia della narrazione si fa scelta politica, presidio di diritti negati e laboratorio permanente per una cultura della nonviolenza. Di questo modo d’intendere il teatro abbiamo parlato con Rita Pelusio, attrice, autrice, regista e anima del collettivo milanese PEM Habitat Teatrali.
Il significato profondo del teatro sociale risiede spesso nella capacità della scena di trasformarsi in un reale strumento di pace. L’arte teatrale sa infatti affrontare l’attualità con un garbo, una poesia e una densità espressiva che la cronaca immediata stenta a regalare. Scegliere un determinato repertorio o un linguaggio narrativo equivale a compiere una scelta politica forte, pur senza candidarsi a cariche pubbliche.
Qual è per te, e per la tua compagnia, il valore politico e comunitario del raccontare?
Rita Pelusio: Il pensiero mio e di tutto il collettivo di produzione PEM Habitat Teatrali è sempre stato chiaro: noi non abbiamo mai sposato l’arte fine a sé stessa, l’arte per l’arte o il teatro inteso solo per il palcoscenico. La mia convinzione profonda, che ripeto spesso, è che il teatro sia uno strumento che, messo concretamente a servizio della comunità, diventa necessariamente civile.
Il teatro ha una funzione civile intrinseca, nasce come comunità e non si può fare da soli: richiede sempre una collettività che sta di fronte a te. E lì ti puoi porre fondamentalmente in due modi: o stai sul palco a dispensare le tue verità mentre gli altri si limitano a guardarti, oppure accogli le istanze della comunità, ne senti i bisogni profondi e te ne fai portavoce, diventando una cassa di risonanza. Per questa ragione, come centro di produzione teatrale, aderiamo convintamente a molteplici campagne sociali e civili, mettendo la nostra arte a disposizione per veicolare contenuti fondamentali.
Come si usa l’arte per costruire relazioni e cultura della pace?
Rita Pelusio: Se parliamo specificamente del tema della pace, un esempio concreto è la nostra adesione al progetto Nazra Palestine Short Film Festival. Oltre a sostenerlo, organizziamo iniziative di comunità e mettiamo a disposizione spettacoli. Questo perché non basta dire semplicemente fine al genocidio; devi anche costruire una cultura capace di capire perché quello è un genocidio e quali sono le sue radici.
L’arte è un veicolo potente: attraverso la cura, la bellezza e il rispetto del contenuto, non hai la pretesa di fare la pace da solo, ma puoi esprimere una solidarietà concreta verso quei popoli che in pace non sono.
Questa attitudine alla solidarietà e alla presenza fisica nei luoghi di sofferenza e di confine caratterizza da sempre il vostro percorso?
Rita Pelusio: Assolutamente sì. Negli anni abbiamo promosso tantissime azioni poetiche rivoluzionarie. Ne cito una per tutte. Con i Saltimbanchi senza frontiere abbiamo organizzato una spedizione al confine, per dare voce ai migranti: eravamo ottocento artisti arrivati da tutta Italia. La forza di quell’azione consisteva nel toccare la linea di confine, lasciare lì tutte le nostre scarpe come segno tangibile e poi tornare indietro. Ovviamente la gendarmerie le ha rimosse poco dopo, ma l’azione poetica / rivoluzionaria rimane. È un’attitudine alla pace rigorosa.
Io credo fermamente che il teatro possa essere un facilitatore per mettere a fuoco i diritti negati e mancati. Se vuoi edificare una cultura della pace, la primissima cosa da fare è garantire i diritti a tutti. La tragedia del tempo presente è caratterizzata da una spaventosa prepotenza. Se parli con le persone comuni, nessuno è a favore di questi atteggiamenti governativi e bellicisti, eppure non riusciamo a bloccare la guerra. Viviamo immersi in uno stato di guerra civile strisciante dove siamo messi gli uni contro gli altri, ci contendiamo la sopravvivenza e soffriamo un forte isolamento culturale.
Di fronte a questa impotenza, ciò che possiamo fare è agire nel nostro piccolo: organizzare iniziative di solidarietà, raccogliere fondi attraverso il teatro, fare divulgazione, creare spazi di dibattito e praticare arte partecipata. Attraverso il teatro di comunità non parli a spettatori passivi, ma coinvolgi cittadini che scelgono di farsi carico delle istanze della società.
La pace si costruisce quindi anche mettendo al centro i diritti di tutti. Come nascono i temi delle produzioni che portate in scena?
Rita Pelusio: Nascono proprio lì, dove sentiamo un’urgenza etica profonda. In Lo sciopero delle bambine l’urgenza è nata dal vedere che ci vengono progressivamente negate le piazze. Anziché urlare che bisogna scendere in piazza, scelgo di raccontarti una storia vera: quella di cinquecento giovanissime creature che nel 1902, nell’epoca dei cannoni di Bava Beccaris, trovarono il coraggio di protestare. Quando ascolti una storia simile, ti si muove qualcosa dentro senza bisogno di retorica.
Lo stesso vale per Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il duce. In un periodo storico come l’attuale, di fronte al riaffiorare delle destre in Europa e nel mondo, raccontiamo la storia della prima squadra di calcio femminile a cui il regime vietò di giocare. Quando lo facciamo nelle scuole superiori, il messaggio arriva fortissimo: i ragazzi si chiedono come sia stato possibile vietare il gioco, ed è proprio attraverso il tema del calcio che si apre la porta per spiegare la dittatura e le violazioni della libertà. Cercare la storia giusta significa gettare un seme per aprire un dialogo vero.
In La felicità di Emma volevamo parlare del diritto di tutti a una morte dignitosa e di eutanasia, tema molto controverso e molto attuale. Anziché fare un comizio teorico o ideologico, racconto una storia d’amore viscerale, e la racconto con il sorriso, lasciando al pubblico la riflessione sul diritto di disporre della propria vita sino alla sua conclusione.
A proposito di temi difficili e di diritti negati, questa estate ha debuttato lo spettacolo Non so se leggerai questa lettera che hai scritto, insieme a Domenico Ferrari, e diretto per la Compagnia Teatro Paravento di Locarno. Da dove ti è giunta questa urgenza?
Rita Pelusio: È una storia vera affidatami da una donna straordinaria che abbiamo chiamato Martina, ed è un lavoro che ci sta stravolgendo. Dare voce a chi per anni non ne ha avuta significa rompere il tabù dell’abuso intrafamiliare, in assoluto il più difficile da narrare perché mina gli affetti più cari. All’uscita dai teatri posizioniamo una cassetta delle lettere per raccogliere le reazioni del pubblico e abbiamo trovato messaggi toccanti di tante altre Martina che ci ringraziano o che trovano il coraggio di dirlo per la prima volta. L’abuso o la molestia toccano purtroppo quasi tutte le donne, e lavorando a questo testo sono riaffiorati ricordi d’infanzia anche in ciascuna delle persone coinvolte, momenti di cui da bambino non riconosci la gravità e che passano attraverso complimenti pesanti, carezze tutt’altro che innocenti o altri gesti di cui solo da adulto definisci la gravità.
La vera Martina ha seguito in silenzio tutte le repliche e ora compirà un passo ulteriore: salire sul palco a fine spettacolo per testimoniare la propria rinascita. Mostrare che da quell’orrore si può uscire, che esiste una via di catarsi e di salvezza, è l’atto di pace e di guarigione più potente che il teatro possa regalare alla comunità.
La sensibilizzazione e l’impegno sui temi di genere e contro la violenza si ritrova anche in altri percorsi partecipati che portate avanti?
Rita Pelusio: Certo. Un esempio fondamentale è Desdemoni, il nostro laboratorio permanente di artivismo tessile e teatrale guidato insieme a Domenico Ferrari e Rossana Mola. Attraverso l’unione tra il ricamo e l’arte drammatica, abbiamo coinvolto un gruppo di uomini in un percorso d’indagine profonda sui modelli patriarcali, sulla mascolinità, la paternità e la violenza di genere. Lavorare su opere tessili e performance collettive a partire dai grandi classici significa trasformare la fragilità maschile in un linguaggio di cura e in una nuova cultura dell’ascolto.
Trovare una storia rappresentativa per parlare d’altro e farlo con il sorriso, nonostante la gravità di quello che si racconta. Questo approccio si ritrova anche nella vostra ultima produzione Don Chisciotte senza Mancia?
Rita Pelusio: Diciamo che è un po’ il mio e in nostro registro e lo ritroviamo anche in questo spettacolo. Don Chisciotte è una professoressa che depone le armi, perché sente che tutto ciò che ha insegnato è stato tradito. Accanto a lei un’ex allieva, ora sua badante, le ricorda che non occorre essere sulle barricate per avere diritto di esistere: si può combattere a modo proprio, l’importante è rimanere connessi al mondo.
Da questo lavoro è nato anche, a proposito di artivismo, il laboratorio Erranti per insegnanti e educatori. Lavorando sulla semantica dei paladini e sulle loro esperienze sul campo, è emersa un’epopea straordinaria della scuola e dei servizi sociali. Un educatore in forte crisi mi ha confidato di aver ritrovato, grazie al laboratorio, gli occhi e lo slancio per tornare a lottare per il ragazzo fragile che seguiva. I nostri spettacoli portano una cultura di pace perché promuovono la difesa strenua dei diritti. Bisogna tornare a lottare, non con la violenza, ma con la fermezza della nonviolenza.
In un momento in cui disinformazione e propaganda insidiano il dibattito pubblico, qual è la responsabilità ultima del teatro civile? E come si resiste di fronte alle crescenti difficoltà del settore?
Rita Pelusio: Il teatro civile – ma oserei dire il teatro in quanto tale – ha il dovere morale di spiazzare, sensibilizzare, restituire il senso critico e, soprattutto, parlare a tutti. Purtroppo, i tagli devastanti alla cultura e i prezzi spesso proibitivi dei biglietti rischiano di trasformarlo in un privilegio elitario: se accade questo, il teatro ha già fallito la sua missione.
Per noi di PEM, resistere significa fare una scelta di campo: portare la scena dove normalmente non arriverebbe mai, nelle periferie e nei quartieri, disposti ad andare in atto anche solo con due fari pur di incontrare le persone. Credere nella funzione civica impone di parlare alla comunità reale. Per questo motivo lottiamo per garantire l’accesso gratuito attraverso bandi e progetti territoriali, o collaboriamo con realtà illuminate come il Teatro della Cooperativa di Milano per mantenere prezzi calmierati. Non ci basta mettere in scena uno spettacolo: vogliamo costruire attorno a esso un’esperienza circolare, fatta di incontri prima e dopo le rappresentazioni, di laboratori per insegnanti, educatori e cittadini attivi.
Un direttore artistico o una compagnia non possono limitarsi a riempire le poltrone puntando sui soliti nomi televisivi per fare cassa. Hanno una responsabilità ben più grande: edificare una comunità curiosa, appassionata e critica, capace di usare il teatro come lente per interpretare il presente e rivendicare, ogni giorno, il proprio ruolo di cittadini consapevoli.





Fondato nel 2014, PEM Habitat Teatrali è un collettivo di ricerca e produzione d’arte comica guidato dalla direttrice artistica Rita Pelusio insieme ad Anna Marcato e Domenico Ferrari. PEM si propone come un habitat culturale in cui diverse professionalità collaborano secondo un’idea etica di produzione. Attraverso l’ironia e la drammaturgia contemporanea, il collettivo crea spettacoli di teatro civile, circo e arte urbana, portando tematiche sociali e diritti al centro della scena.
Rita Pelusio è un’attrice, comica, regista e autrice teatrale italiana. Co-fondatrice e direttrice artistica di PEM Habitat Teatrali, unisce da anni la cifra dell’ironia all’impegno civile. Porta in scena spettacoli e laboratori dedicati a diritti, parità di genere e riscatto sociale.