Se ripenso a quando ho iniziato il mio cammino alla Casa Anziani di Montescheno, alla fine degli anni ’80, l’immagine che mi appare è quella di un vecchio asilo infantile gestito dalle suore che, per rispondere alle necessità della gente della Valle, si trasforma in un foyer invernale. Era una risposta semplice a un bisogno antico: proteggere i nostri anziani dai rigori dell’inverno in valle, offrendo un’alterativa in quei mesi in cui vivere soli, in paesi piccoli, diventava troppo complesso.
In primavera, come in un rito naturale, molti di loro tornavano alle loro case, alcuni ancora profondamente autonomi; per altri bastava un piccolo supporto per i pasti o la lavanderia per riprendere il filo della quotidianità. Ma la demografia e la vita stessa stavano cambiando, e noi con loro. Quel “bisogno invernale” è diventato presto residenziale. Abbiamo visto la struttura crescere da 9 a 13 a 21 sino agli attuali 40 posti letto, trasformandosi da semplice appoggio invernale in una realtà strutturata in grando di accogliere persone sempre più anziane, sempre meno autosufficienti, con deficit psico-fisici importanti e spesso pluripatologie.
Trent’anni di esperienza mi hanno insegnato che l’invecchiamento non è solo un dato statistico, ma una metamorfosi sociale.
Un tempo le donne erano il cuore della cura domestica; oggi il lavoro e il cambiamento dei nuclei familiari hanno trasformato quella che era la normale gestione dei grandi anziani a casa, eleggendoli, anche, a elemento pulsante ed esperienziale della famiglia stessa. Il nonno/a saggio che vive la normale quotidianità familiare è rarissimo. Contemporaneamente, la medicina ci regala anni in più, ma spesso sono anni segnati da patologie croniche e complesse — demenze, Parkinson, esiti di ictus — che richiedono una competenza tecnica che la famiglia non può garantire, nemmeno con un supporto domiciliare.
Oggi chi varca la nostra porta è spesso un “grande vecchio” molto compromesso dal punto di vista sanitario. Questo cambiamento ha rischiato di trasformare le strutture per anziani in ambienti chiusi, quasi ospedalieri. Ma è qui che è nata la nostra sfida più grande: non arrenderci all’assistenzialismo asettico, ma diventare una casa, quanto più possibile, di comunità.
In quella che è oggi conosciuta come Casa Anziani della Valle Antrona crediamo fermamente che la qualità della vita debba resistere fino all’ultimo istante. Abbiamo cercato di rompere le mura della struttura, portando l’esterno dentro. Penso al ritorno del volontariato attivo e sempre più presente dopo il periodo Covid; ai laboratori di narrazione e memoria condotti con anziani e familiari; alle visite dell’Associazione Dottor Clown; all’ampliamento delle attività motorie oltre le prescrizioni mediche; all’inserimento di momenti di arteterapia, anche in collaborazione con scuole del territorio. Tutte queste attività, stimolanti per gli ospiti della Casa, necessarie a scardinare una routine spersonalizzante, utili per tenere le persone connesse con la vita e con la socialità, vengono pensate e proposte a seconda delle possibilità dei singoli.
La cura, secondo noi, non passa solo dalle grandi attività e dalle attività medico/sanitarie/assistenziali necessarie alla salute. La cura passa anche attraverso le piccole, invisibili attenzioni: come avere una cucina interna alla Casa e poter assecondare il desiderio di un sapore particolare, per migliorare l’umore; cambiare l’alimentazione il giorno in cui uno dei nostri ospiti non si sente bene. Sono gesti che rendono l’anziano ancora partecipe del proprio processo di vita, lo fanno sentire a casa, non in un reparto.
C’è un aspetto che mi scalda il cuore più di altri: vedere i legami che durano nel tempo. Abbiamo avuto persone che sono rimaste con noi per 25 anni, diventando le nostre mascotte. E ora iniziamo a vedere interi nuclei familiari: abbiamo assistito genitori, poi figli, mariti e mogli, fratelli. Quando una famiglia torna da noi per affidarci un altro caro, sento che abbiamo costruito qualcosa di prezioso: un rapporto di fiducia e informalità che rassicura tutti.
Guardando al futuro, la mia preoccupazione non è solo normativa. Viviamo in un sistema sanitario in crisi, in cui reperire personale e garantire visite mediche tempestive è una battaglia quotidiana. Ma il mio sogno va oltre la gestione dell’emergenza. Vorrei che queste esperienze di bellezza e socialità – che oggi spesso dipendono da bandi e finanziamenti specifici – diventassero “istituzionali”, una parte regolare e garantita della vita in struttura.
Dobbiamo anche imparare, come società, ad “alfabetizzarci” alla vecchiaia. Viviamo in un modello performativo che ci vende l’illusione di una giovinezza eterna, rendendo l’accettazione del diventare anziani e della morte un tabù insopportabile. Spesso i familiari ci chiedono con angoscia “cosa sia successo” di fronte a un peggioramento naturale del proprio caro, perché, purtroppo, abbiamo perso la capacità di contemplare e addirittura di nominare la fine della vita.
Il nostro compito oggi è normalizzare queste fasi, accogliere la fragilità con dignità e creare ponti tra le generazioni. La Casa Anziani deve restare l’ultima alternativa al non poter stare a casa propria, ma deve essere un’alternativa ricca di stimoli, calore e umanità. Perché la cura, se non è anche relazione, è solo tecnica. E noi vogliamo che sia, prima di tutto, vita.


