«Producevo mine, ora bonifico i campi di guerra. Mio figlio, 8 anni, mi ha salvato: papà, ma allora sei un assassino? Fu così che decisi di chiudere».
Vito Alfieri Fontana è stato titolare, per oltre vent’anni, della Tecnovar di Bari, un’eccellenza italiana per la produzione di mine. Ne ha vendute oltre due milioni e mezzo. Dopo quella domanda del figlio, decide di cambiare radicalmente vita. Nel 1993 decide di chiudere l’azienda. Diventa consulente della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo, coordinata dall’attivista statunitense Jody Williams, che riceverà il Nobel per la pace 1997. La Campagna ha portato al Trattato di Ottawa, entrato in vigore il 1° marzo 1999, che impone ai Paesi membri di distruggere tutte le scorte e bonificare i territori minati.
In quegli anni inizia anche l’impegno di Vito Alfieri Fontana come sminatore, nei Balcani drammaticamente feriti dalla guerra, con l’organizzazione umanitaria Intersos.
La sua storia è raccontata nel libro: “Ero l’uomo della guerra. La mia vita da fabbricante di armi a sminatore”, Laterza, Bari, 2023.
Ed è narrata nel film “Il successore”, (2015) del giovane regista leccese Mattia Epifani. Sullo schermo il racconto di un conflitto interiore, quello tra dovere e coscienza.
Lo scorso 18 novembre 2025, presso Casa don Gianni, in collaborazione con il comitato ossolano “Ferma il riarmo” e con l’associazione “Terra Donna”si è tenuto un incontro con la presenza dello stesso Vito Alfieri che ha raccontato dopo la visione del film, anche in alcune scuole di Domodossola, la sua toccante testimonianza.
Parole profonde e sofferte, che ritroviamo in questo testo che ha inviato per la nostra rivista.
«Eccoti nello specchio. Sei una persona per bene, benestante, moderato nelle opinioni, così puoi tenere sempre il piede in due scarpe. Entri in fabbrica la mattina. È la tua fabbrica, la tua seconda o prima famiglia, a volte ti confondi. Le macchine sono già in funzione. Guardi la posta, discuti con l’amministrazione le questioni finanziarie e poi finalmente ti puoi dedicare al tuo lavoro. Il prodotto del mio lavoro è formato da una trentina di pezzi di plastica e metallo e ne devi produrre centinaia di migliaia. Sono parti di armi, mine antipersona, mine anticarro, bombe a mano. Le parti interne dei meccanismi ti sembrano dei giocattoli per loro vivacità e varietà dei colori. E sì: gli operai che li devono assemblare potrebbero confondersi durante il lavoro e la differenza di colori dei pezzi li aiuta a non confondersi durante il montaggio. Se la produzione procede bene, ti puoi dedicare al team di progettisti. C’è sempre qualcosa di nuovo che ti chiedono di produrre sempre più efficace sempre più letale. Certo le armi ti devi dar da fare a venderle: devi contattare mediatori locali ed internazionali, partecipare a fiere dedicate alle armi, coccolare i potenziali clienti subissandoli di complimenti e qualche gradito regalo. Hai bisogno anche di presentarti con delle pubblicazioni, dei cataloghi che illustrino la bontà, l’efficienza del prodotto e la varietà delle opzioni operative che puoi fornire. C’è la mina che ferisce solo chi la calpesta e c’è quella che ammazza chiunque si trovi in un raggio di venti metri dall’esplosione. Ogni tanto ti prende qualche pensiero, qualche tristezza, poi pensi che guadagni bene e ci passi su. Poi arriva un giorno speciale. Stai riportando tuo figlio a casa da scuola, ha otto anni, è un bambino curioso. È seduto sul sedile posteriore e trova le pubblicazioni sulle mine. Ti domanda cosa sono le mine, glielo spieghi. “Ma tu fabbrichi armi… sei un assassino?”. Balbetti qualcosa, non te l’aspettavi. Lui insiste “papà anche se le fanno altri perché devi farle TU?” Già perché? Poco tempo dopo ti chiama a casa il dottore Gino Strada: non ti insulta come ti aspetteresti da chi viene dal Kurdistan disseminato di mine italiane antiuomo, no ti dice solo di smettere, di fare qualcosa per interrompere la strage che le mine portano; dopo qualche tempo arriva una lettera d’invito ad un incontro organizzato da Don Tonino Bello di Pax Christi avente per oggetto un possibile confronto fra il popolo della pace e quello delle armi. Don Tonino morirà prima dell’incontro ma i suoi collaboratori vogliono incontrarti lo stesso e tu ci vai. Non ti trattano bene. Un ragazzo mi domanda se dormo e cosa sogno, forse una guerra che faccia tanti morti e usi tante mine? E lì devi prendere una decisione. Piano piano decidi di cambiare vita. Liquidi l’attività che non è possibile riconvertire ed inizi a vivere nel popolo della pace.
Sono passato dall’altra parte dello specchio a cercare di levare di mezzo quelle mine, quei semi dell’odio che anche io avevo contribuito a disseminare. Quindici anni a sminare, a levare terreno alla guerra e restituirlo alla pace. Terreni agricoli, fabbriche, scuole, chiese sono tornate a vivere. Le persone che ho conosciuto durante la mia seconda vita hanno avuto sempre un’iniziale diffidenza: come si fa a fidarsi di uno che per tanto tempo ha fabbricato e venduto armi? Qualche volta mi hanno chiesto se penso alle vittime, se non mi sento in colpa e mi viene in mente quando incontrai in una trasmissione televisiva alla quale ero stato invitato quel sant’uomo di don Oreste Benzi che mi disse “abbi fede, le vittime ora pregano, non odiano”. Se hai fede guardi al futuro, Dio ci aspetta tutti».