“La cultura è la base e allo stesso tempo l’essenza stessa della nostra vita. Determina il nostro agire quotidiano, così come ha modellato i nostri corpi nel corso dell’evoluzione. […] la cultura non è solo un supporto della natura umana, ma è il fondamento della sopravvivenza della nostra specie. Facciamone buon uso”.
Il breve saggio dal titolo “Cultura” è una sintesi efficace che, in appena 118 pagine, affronta e chiarisce le molte dispute antropologiche attorno al concetto di cultura. Scritto da Marco Aime, uno dei più illustri docenti di antropologia culturale (presso l’Università di Genova dal 2005 al 2024), è soprattutto una guida ricca di strumenti di riflessione affinché il lettore possa comprendere l’essenza della cultura attraverso punti di vista diversi, accettandone la complessità, la fluidità e l’ambiguità che la caratterizzano. In tale percorso di esplorazione l’autore si propone di superare la visione classica di un modello unico e immutabile di cultura, legata al “sapere” scolastico e teorico, per abbracciare l’insieme complesso di abitudini, conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, costume e ogni altra modalità di vivere, che ogni individuo acquisisce come membro di una società. La cultura è allora l’insieme delle risorse che ogni gruppo umano sviluppa e degli specifici modelli di vita tramite i quali quello stesso gruppo sarà in grado di interpretare il mondo.
L’autore, citando Levis-Strauss: “Ogni individuo possiede alla nascita la somma delle possibilità di organizzazione mentale di cui ogni cultura si limita a scegliere una parte”, afferma che la cultura, ogni cultura, è innanzi tutto un fatto di scelta e non determinato dalla natura, natura che segue invece processi di tipo chimico, biologico e fisico prevedibili.
L’opera utilizza un approccio pragmatico che, partendo dall’osservazione del mondo, arriva a costrutti teorici più ampi, analizzando temi come la diversità culturale, gli scambi e le contaminazioni, l’identità, l’eurocentrismo, il relativismo. In tale osservazione l’antropologo non vede solo strutture astratte, ma persone che si incontrano, comunicano, costruiscono e vivono, osservando ciò che è sotto gli occhi di tutti.
Dato il presupposto che la cultura è un prodotto dell’uomo, è inevitabile per l’autore affrontare il tema delle diversità culturali, espressioni culturali diverse, in quanto frutto di scelte dovute a cause ambientali, storiche o arbitrarie dettate dalla creatività umana. Culture simili a cantieri, nei quali gli esseri umani costruiscono “l’inedito”, “alimentando quel lunghissimo processo chiamato evoluzione”.
A sostegno del fluire e della mutabilità della cultura, in quanto conseguenza delle continue migrazioni umane, degli incontri tra popoli, degli scambi di merci e di idee, è possibile affermare, secondo Aime, che non si possa parlare di “purezza” né della “scrittura”- a parte gli esempi di popoli che hanno “inventato” ex novo la scrittura, le sue successive forme sono il risultato di “imitazioni o reinvenzioni” – né della “lingua”, perché ogni lingua si costruisce continuamente attraverso l’apporto di contributi linguistici diversi.
Citando ad hoc l’antropologo Jean-Loup Amselle, Aime riferisce che i suoi studi sulla scrittura e sulle identità dimostrano l’originarietà storica del “sincretismo culturale”, come l’inizio temporale e la situazione di base dalla quale tutti noi siamo partiti. Gli eventi storici avrebbero poi dato vita, accentuandole, alle differenze tra diverse culture.
Quando la cultura viene definita come insieme di costumi, eredità e tradizioni, fa emergere la sua immagine statica, e perde di vista il presente e il futuro. In questa visione il punto debole riguarda le molte tradizioni che crediamo antiche, mentre invece sono state rimodellate ad uso di chi le rivendica, soprattutto per servire a uno scopo identitario, individuale o collettivo. Un esempio riportato dall’autore riguarda la creazione del kilt, gonna di lana a quadretti indossata dagli scozzesi, diventato un indumento identitario di quel popolo, che lo distinguesse e lo separasse dagli inglesi. In realtà il kilt è un’invenzione “moderna” del XVIII secolo, nata dalla modifica del “great kilt” (un grande plaid di lana) da parte dell’imprenditore inglese Thomas Rawlinson per renderlo più pratico per il lavoro: è pertanto nato in epoca moderna e proprio dalla mente di un inglese.
Le identità sono spesso oggetto di “etichette”. In realtà ognuno di noi è portatore di “un mazzo di identità da cui di volta in volta pesca la carta che ritiene più adatta o la sola che è possibile giocare.” Che anche le identità siano il prodotto di un’invenzione, è confermato dalla creazione di una immaginaria “razza ariana” e di una “presunta razza ebraica”, la prima usata come termine di paragone per poter eliminare la seconda. Il termine “genocidio” venne coniato nel 1943 dal giurista Raphael Lemkin per indicare il massacro di un popolo in quanto tale.
I paladini dell’identità alimentano molte retoriche politiche nei confronti di categorie, spesso razziali, di persone che, essendo inoltre portatrici di culture diverse, vengono considerate incompatibili con un certo modo di vivere, anche se l’evidenza ha dimostrato quanto più utile sia, relativamente alle stesse culture, un approccio basato sull’idea che il confronto, possa promuovere l’inclusione e il rispetto e generare la crescita personale e sociale.
Altre tematiche imprescindibili dal concetto di cultura sono l’eurocentrismo, l’etnocentrismo e il razzismo, questi ultimi in particolare generati dall’ossessione di classificare individui e gruppi umani, cercando la legittimazione scientifica delle differenze e la divisione secondo precise gerarchie di valori.
Pilastro delle discipline antropologiche è invece il relativismo culturale, testimonianza di una consapevolezza importante, dell’accettazione dell’altro, dello spirito di tolleranza nei riguardi delle altre culture. “Un relativista, ad esempio cercherà di capire le ragioni storiche per cui gli arabi scrivono da destra e sinistra, mentre un etnocentrista affermerà che gli arabi scrivono al contrario”. Soltanto il relativismo democratico, in quanto rispettoso delle diversità, degli interessi e dei valori altrui, è condizione indispensabile perché una democrazia venga considerata tale.
Nel prendere le distanze da tutte le posizioni assolutiste, dalle generalizzazioni e dai fondamentalismi, il testo suggerisce inoltre molti spunti di interesse, come la sospensione del giudizio, la sensibilità etica, il richiamo all’empatia con l’altro, il dubbio sul proprio punto di vista, il rispetto della pari dignità, tutti elementi rilevanti, quasi segni di un’attitudine alla modestia e all’uso del dialogo, e offre una prospettiva più ampia e illuminata, accogliente verso le diversità, soprattutto in funzione del momento storico in cui “culture” e “identità” sono spesso usate come argomenti di scontro e come armi pericolose per la pace.
Marco Aime (Torino, 4 novembre 1956) è antropologo, africanista e scrittore italiano, ed è stato docente di antropologia culturale presso l’Università di Genova dal 2005 al 2024.
Numerose sono le sue pubblicazioni e gli articoli scientifici, oltre alle opere di narrativa.

Titolo Cultura
Autore Marco Aime
Data di pubblicazione 2013
Genere Saggistica
Casa editrice Bollati Boringhieri – Torino
Numero di pagine 118
Diario di Bordo è la Newsletter periodica di Alternativa A… in cui è possibile approfondire e analizzare le tematiche relative all’associazionismo provinciale, le ultime notizie e le anteprime.
© Alternativa A • Casa Don Gianni | Via dell’Artigianato, 13 | 28845 | P.Iva 00984480038 | alternativa-a@legalmail.it | Domodossola (VB) | Privacy Policy | Cookie Policy