Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2025
CONTROMANO
16 Settembre 2025

God Save the Queen, stava lì, scritto in grande, sul portellone dell’autoarticolato che avevo davanti. Da un po’ di chilometri, anzi un bel po’ di miglia, gli stavo appiccicato, deciso a non mollarlo. Incollato a quel bestione, sorpassavo se decideva di sorpassare. Quando rallentava, io lì a pigiare col piede sul freno. Nutrivo una singolare speranza: che anche lui fosse diretto a Heathrow, l’aeroporto. Da una settimana vivevo l’ossessione di guidare tutto a sinistra, come dicono sia normale al di là della Manica, anche se normale non mi sembrava poi tanto. Con la postura del tassista milanese anni sessanta, appeso al volante e tutt’uno col parabrezza, cercavo di resistere alla sensazione ininterrotta di schianto imminente. Ogni notte, da un incubo in bianco e nero fatto a rotonda, uscivo appiedato e con pezzi dell’auto a nolo sottobraccio. L’idea di avere un tutor di una certa dimensione mi procurava, quindi, tranquillità. Non avrebbe di sicuro sbagliato le precedenze. E io con lui! 

Nonostante tutto, la settimana l’avevo lasciata indietro con speranze, scoperte, impegni e affetti tutti soddisfatti. Di lì a poche ore mi sarei fermato e avrei finalmente consegnato all’autonoleggio la causa del mio tormento. Ad aspettarmi, la poltrona dell’aereo: comodità economy plus, col plus che avrebbe fatto una bella differenza. Biglietto, passaporto e nessun’altra richiesta ma, soprattutto, qualcun altro si sarebbe occupato di precedenze ed eventuali rotatorie tra le nuvole.

Non avevo ancora iniziato a gustarne l’idea quando, d’improvviso, le quattro frecce d’emergenza del mio apripista iniziarono a lampeggiare, insieme al bagliore rosso accecante degli stop. Il viaggio, che fino a quel momento mi aveva fatto ben sperare, diventava in un attimo snello e veloce come un passaggio attraverso le sabbie mobili. Una traccia rossa, che per lunghezza usciva dal monitor del navigatore, si accompagnava a una scritta: traffico ore tre, incidente a dodici miglia. 

Fermi da un po’, nel crepuscolo rosso intenso e incombente come la certezza che il mio aereo sarebbe partito con un posto vuoto, qualcosa esasperava l’incazzatura del momento. Non mi veniva di capire, poi ci arrivai. Da venti minuti, almeno, le frecce del truck, cui ero attaccato, non smettevano di lampeggiare. Dopo qualche segnalazione con gli abbaglianti, o “fatti i bilux” come dicono gli svizzeri, e un certo numero di risoluti ma discreti colpi di clacson andati a vuoto, con gli occhi mezzi accecati scesi dall’auto e puntai alla cabina del mio camion guida. Piazzato sotto, sbraitavo, urlavo, bussavo alla portiera che, nel frattempo, vibrava come un subwoofer alla Balera del Grotto Mai Morire. Ogni tentativo di farmi notare andava a cozzare contro il muro di musica balcanica che filtrava a palla dall’abitacolo giallo zafferano. Non rimaneva altro che salire la scaletta sul copriruota, cromata e lucida, per appendermi allo specchio laterale, anche quello brillante, e spiaccicare il muso contro il finestrino. A quel punto, non sorpreso più di tanto e con l’aria trasognata da disk jockey a fine serata, l’autista prese ad abbassarlo. A ritmo di tallava. 

Dietro i vetri oscurati che alimentavano il mistero di quella musica dal sapore gitano, mi aspettavo di vedere un camionista stagionato e consumato, un capitano di lungo corso, vista l’imponenza del vascello. Uno di quelli che si incontrano la notte in autogrill: calzoni corti, ciabatte, canottiera e … l’insonnia, figlia dell’adrenalina accumulata sull’asfalto. Un clack secco, all’apertura dello sportello, ruppe lo stallo della situazione. Scostandomi al volo per non beccare la portiera sul muso, mi ritrovai davanti, come fosse saltato giù dal cielo, un ragazzotto smilzo e sorridente. La maglia rossa del Manchester United, col numero 11, me lo fece simpatico al volo. Era il mio ruolo in campo: ala sinistra dei “Diavoli Rossi”. Un niente, sufficiente, però, ad accendere un flashback lungo sessant’anni.

Con calma, e una certa fatica, consumai tutto il meglio del mio lessico British per fargli capire che fosse ormai ora di spegnere le luci d’emergenza. Eravamo fermi da un pezzo. 

“Ah, ma non sei inglese!!” esclamò ridendo, in un italiano a cadenza britannica. Il mio accento non proprio inglese, mi confessò più tardi, gli aveva ricordato un amico napoletano che non era di sicuro un poliglotta… Per l’ennesima volta la mannaia della consapevolezza piombava sulle mie scricchiolanti sicurezze linguistiche: le conversation con la mia amica americana e lo sproposito di corsi on line, acquistati per disperazione, non avevano fatto il miracolo.

Arrestati i segnalatori, tenne a informarmi che saremmo rimasti lì, in colonna, per un bel po’ di ore. Radio bisonti della strada, con efficienza e precisione, aveva dato notizia di numerose miglia chiuse per un tamponamento a catena: c’erano morti e feriti. Nessuna possibilità di deviazioni. Ricordandomi delle due bottiglie di Coca Cola ghiacciata, immancabili compagne di viaggio, gli proposi una bevuta tanto per ingannare il tempo e addolcire la sosta.

Complice, forse, il crepuscolo tiepido di quel giugno inglese, mi ritrovai seduto sul guardrail: un salotto improvvisato, nel nulla della pianura, col desiderio di capire come mai un giovane camionista inglese ascoltasse musica tzigana e parlasse italiano in modo fluente: gagliardo nel lessico e fiorito negli intercalari. In contemporanea comparve una scatola di biscotti, shortbread scozzesi. Al burro, belli unti, tanto dolci e anche ben salati. Li prese da sotto il sedile. Il pacchetto, confezionato con la sua bella rafia, aveva un fiore annodato sopra. Chissà, un dono ricevuto o un pensiero da donare? Come spesso accade quando al mondo non si è soli, le difficoltà sembrano alimentare la solidarietà. Entrambi stavamo perdendo qualcosa: io l’aereo, lui il tempo utile per la consegna di un carico deperibile, ma i pensieri erano altri. 

Se è vero che tutto ciò che accade accade per il nostro meglio, quel giorno, bloccato nel traffico lungo un’anonima autostrada inglese, il meglio l’avrei conosciuto.

Un campetto di calcio in Albania. Un fazzoletto di polvere rubato alla campagna dietro case affacciate su un’unica strada che andava a tuffarsi nel mare. Le porte improvvisate, con due pezzi di roccia a fare da pali. Un piede messo male, o forse un altro piede che si era messo di mezzo. Una caduta e un ginocchio che si apriva, lacerato: il palo di sasso aveva lasciato il segno. 

La storia di Goly cominciava così. 

L’ospedale, la sutura, le medicazioni dolorose sembravano trascurabili a fronte dell’impossibilità di flettere il ginocchio. Parlava di servizi sanitari precari e troppo sbrigativi nei riguardi della salute di un ragazzo di 16 anni, compatibili, però, col periodo storico: il 1997. L’Albania era in piena guerra civile. Per gli storici l’Anarchia Albanese. La ferita che non si rimarginava, un’infezione che sembrava sempre più aggressiva, pareri contrastanti, specialisti imbarazzati e imbarazzanti per arrivare, dopo due mesi, alla sentenza: amputazione. Una zia, sbarcata qualche anno prima col gommone e sposata a un italiano, non si dava per vinta. Alle soglie del Duemila, povertà e disperazione non potevano pesare come un’ipoteca sul futuro di un ragazzo. Zia Ermira viveva in una cittadina di provincia che, per qualità della vita, guardava al futuro con serenità e fiducia. Aveva un amico medico che la incoraggiava nell’azzardo di far arrivare il nipote in Italia, per non cedere alla rassegnazione. Non a 16 anni. Il viaggio in auto, da clandestino, durò cinque giorni. La via del mare non era sicura, pochi giorni prima una nave albanese era affondata in Adriatico speronata da una imbarcazione della Marina Militare. Per gli arrivi incontrollati e di proporzioni inaspettate la polizia aveva chiuso le maglie della frontiera ovunque, anche lontano dai litorali. L’arrivo di Goly, in una realtà quasi paesana, non sarebbe passato inosservato. Uno zio, giuntovi qualche mese prima in cerca di una vita nuova, era stato prelevato con la moglie. Una sera, all’ora di cena. Clandestini da rimpatriare. Nemmeno la minestra nel piatto gli avevano lasciato finire. Ermira, che ben aveva conosciuto le ombre dell’essere irregolare, riuscì a coprire e proteggere gli spostamenti, sempre più frequenti e necessari, che il medico amico programmava. Coi colleghi del vicino ospedale pianificò visite, interventi e controlli che per quasi un anno riuscirono a eludere ogni cortina di sorveglianza e preclusione. Un gioco a guardia e ladri per far vincere la vita. Scelta rischiosa per professionisti vincolati agli atti pubblici e minacciati dall’abuso d’ufficio, ma vittoriosa per chi aveva giurato sulla Pietas. Finalmente la rete di omertà e di solidarietà portò al trionfo, non solo della medicina, ma soprattutto della volontà di rimanere umani. Antibiotici, scelti e dosati con cura, portarono alla risoluzione dell’infezione che, non proprio lentamente, stava divorando l’osso. Gli interventi di riabilitazione, seppur nella fronda, portarono al successo sperato. 

La gamba di Goly era salva: poteva camminare e avrebbe potuto ancora correre. Anzi rincorrere al più presto, il sogno di un treno che andasse verso nord-ovest. Viaggiò ore, confinato tra un convoglio e l’altro, tra un cesso e l’altro, per fermarsi ad Anversa. Non aveva documenti e il cibo era scarso. Raggiunse il porto dove, a una banchina, erano poggiati dei rimorchi. Affidò alla sorte la scelta del cassone su cui caricare il suo futuro. Ne scelse uno, quello con più zeri nella targa, confidando fosse in attesa di imbarco per un molo inglese. Per tre giorni e tre notti non scese, non si mosse da lì: nascosto al mondo. La quarta sera un botto e la violenza di uno strattone lo svegliarono. Una motrice, alla fine, agganciò. Il ventre della balena, che lo avrebbe portato oltre Manica, era pronto ad accoglierlo. Allo sbarco non ebbe dubbi: consegnarsi al più presto alla polizia di frontiera. In quel momento giocò la carta vincente, una trovata di grande maturità, sorprendente per un ragazzo di 17 anni. Quella che gli avrebbe aperto le porte dell’accoglienza. Era il 1998 e la guerra in Kosovo una realtà, purtroppo, consolidata e drammaticamente presente in tutta Europa. Goly aveva un cognome di origine musulmana. Chiese asilo come rifugiato di guerra, in fuga dalle terre kosovare. Il resto della vicenda stava nel ritratto dell’uomo che era diventato: dieci gli anni trascorsi in quel Paese. Alfabetizzazione, scuole e avvio a una professione ne avevano fatto un cittadino inglese realizzato. Lavoro, casa, moglie e figli, il suo orgoglio di migrante. Sereno e felice nel racconto del suo film, ebbe un momento di commozione e turbamento nel definirsi debitore. Un incolmabile debito di riconoscenza nei riguardi del medico amico di sua zia. Aveva ben presenti le raccomandazioni del nonno che lo aveva visto partire: “un albanese ha il dovere morale di onorare i suoi debiti di riconoscenza, ci volesse una vita intera”. E così sarebbe stato, mi assicurò Goly, con l’aria di chi stesse facendo un giuramento. Intanto erano passate quattro ore. Il crepuscolo aveva lasciato, da poco, il posto alla notte. Un lampeggiante blu, in lontananza alle nostre spalle, si avvicinava lungo quella che doveva essere la corsia di emergenza. Una pattuglia ci affiancò con l’invito a rimetterci alla guida. Il blocco si stava sciogliendo. Lasciammo il guardrail con una certa esitazione anche se la Coca era finita e i biscotti non avevano avuto scampo. Ci guardammo e, non so come né perché, ci abbracciammo in un saluto che aveva il sapore della malinconia. Quella che ti prende quando lasci qualcuno che ti è caro.

Nel riprendere il viaggio, mi misi subito in scia del camione come lo chiamava lui. D’improvviso, però, inconsapevolmente, con la freccia a destra mi ritrovai a sorpassarlo e, con una strombazzata, a salutarlo. Non avevo mai fatto un sorpasso così gagliardo nella mia limitata e apprensiva esperienza di automobilista inglese. La storia di Goly e del loro amico mi aveva messo addosso una incomprensibile e invasiva leggerezza. Anche l’incubo si era finalmente spento lasciando il posto a una appagata serenità e fiducia nel prossimo, toccato dalla generosa determinazione di un medico che, nonostante il corso della vita e della politica andasse in una certa direzione, aveva scelto quella opposta, privilegiando lo spirito di servizio e di umanità all’indifferenza.

Quanto avrei voluto essere io quel medico “contromano”…