Diario di Bordo è la Newsletter periodica di Alternativa A… in cui è possibile approfondire e analizzare le tematiche relative all’associazionismo provinciale, le ultime notizie e le anteprime.
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Mi viene rivolta spesso questa domanda, alla luce evidentemente della mia, ahimè, lunga esperienza. Faccio l’artigiano (o “sono” un artigiano?) sostanzialmente da sempre: ufficialmente da quasi cinquant’anni, ma, considerato che il lavoro è lo stesso di mio padre, nel laboratorio sotto casa ci sono da quando ho imparato a camminare. Eppure, nonostante l’esperienza maturata, fatico a trovare una risposta: non ho ancora ben capito se devo definirmi artigiano, imprenditore o semplicemente lavoratore. Intanto in mezzo secolo è cambiato tutto, anche il mondo.
Vorrei provare a dare una risposta sensata, che metta in luce cambiamenti e diversità, che attesti in maniera più o meno scientifica e razionale la modernità, i pregi e i difetti di un (uno solo?) mestiere antico e delle sue mutazioni. Lascio l’incombenza a dotti scienziati, analisti, economisti, statistici che, più e meglio di me, sapranno sicuramente dare un quadro ampio e generale, reale e scientifico, confermato da rilevamenti statistici (ricevo un paio di richieste al mese, ma di solito mi fermo alla terza domanda) e provo a dar voce alle sensazioni, ai sentimenti, alle personalissime considerazioni accumulate in tutto questo tempo. Provocherò certo una profonda delusione in chi leggerà queste righe. Me ne scuso in anticipo.
Proviamo allora a dare un po’ di ordine ai pensieri. Faccio da sempre l’artigiano, il falegname, uno dei mestieri più rappresentativi e iconici dell’artigianato. Il mio mestiere è rimasto nell’immaginario collettivo quello dell’omino piegato sul banco a piallare la tavola di legno per dare forma a un qualche manufatto, i trucioli a terra, il profumo del legno che pervade la bottega, le mani callose magari con qualche falange in meno (per fortuna le mie mani sono ancora integre). Immagine che poco si confà a quella del tecnico in camice bianco che preme i tasti di un computer collegato ad un macchinario che sforna il prodotto finito. Sono entrambi artigiani? Lasciamo stare per cortesia l’artigiano 2.0. Cosa collega i due? A mio avviso nulla se partiamo dalla definizione letterale del termine artigiano: “chi esercita una attività produttiva senza usare macchine per complete lavorazioni in serie, con strumenti di lavoro di sua proprietà e utilizzando mano d’opera poco numerosa”. La mia edizione dello Zingarelli è vecchiotta e la definizione è evidentemente legata ad aspetti di un passato remoto, per molti aspetti obsoleto; rispondente peraltro soltanto ad alcune delle molteplici attività che afferiscono al mondo dell’artigianato senza che nulla abbiano a che vedere l’una con l’altra. Cosa possono avere in comune un fabbro, un’estetista, un parrucchiere, un autotrasportatore… se non l’iscrizione alla medesima associazione? Associazioni che peraltro oggi si riferiscono generalmente all’artigianato e alla piccola impresa.
I miei primi ricordi risalgono agli anni del boom economico figlio di quella ricostruzione post bellica avvenuta con sistemi ancora arcaici; chi non ricorda il muratore con cappellino di carta, canottiera, secchio e cazzuola? L’ape car che pian piano andava a sostituire il carro trainato dal cavallo. Gli anni dell’imprenditoria nascente, quando si faceva sentire con veemenza la voglia di tanti di mettersi in gioco, rischiare, dar prova delle proprie capacità. “Piccolo è bello” si diceva, ci si ingegnava, nascevano laboratori e officine sotto casa, in una commistione tra lavoro e famiglia che vedeva quasi sempre il primo invadere gli spazi della seconda. Anni pieni di entusiasmo, ma difficili, durissimi, in cui non era facile resistere alle tentazioni della fabbrica che nasceva a due passi dalla tua officina: il lavoro sicuro, stabile, gli orari regolari, lo stipendio assicurato a fine mese, la mutua se ti ammalavi, la liquidazione quando arrivavi alla pensione. Vuoi mettere con la libertà del lavoro autonomo? Posso permettermi di scegliere orari, clienti, cosa fare e cosa non fare, nessuno che mi comandi. Un anelito di libertà che spesso rimaneva profondamente e amaramente deluso. Chi, testardo, sceglieva la strada dell’imprenditore, più o meno consciamente si trovava immerso nel mare magnum della precarietà. Ammetto di avere sorriso qualche volta quando ho sentito pronunciare questo termine da persone che improvvisamente e inaspettatamente si sono trovate a fare i conti con quel sentimento di incertezza e paura che deriva dal non sapere se domani avrai ancora lo stesso lavoro, potrai ancora permetterti la vita che fai oggi. Pane quotidiano purtroppo per chi ha imboccato la strada del lavoro autonomo. E se quel cliente non mi paga? E se sbaglio l’investimento? E se mi ammalo? Va peraltro detto che la precarietà di quegli anni era da un certo punto di vista relativa. Per molte delle nascenti imprese il mercato era quasi sempre locale, a chilometro zero si potrebbe dire, i clienti erano spesso amici e conoscenti, persone che condividevano il nascente relativo benessere. Ricordo benissimo l’operaio della vicina fabbrica che, magari mettendo a frutto precedenti esperienze, si costruiva la casetta per la famiglia; il falegname gli forniva le finestre e lui ogni mese, il giorno di paga, portava la quota di stipendio pattuita. Rischi sì, ma tutto sommato relativi. Nulla a che vedere con la possibilità di venire travolto dal patatrac del facoltoso cliente o dal fallimento di quell’impresa che sembrava tanto solida o da un qualche imprevisto. Ce ne siamo accorti nei mesi della pandemia da COVID, quando saggiamente il Governo di allora riconobbe a chi in quei mesi non poteva lavorare un’indennità: seicento euro al mese, per molti l’unica entrata di quei mesi. Credo sia stata l’unica volta in cui anch’io mi sono sentito tutelato, protetto.
Esperienze di una stagione quasi del tutto tramontata, soffocata dagli anni dell’industrializzazione, delle crisi economiche, del mercato globale, della digitalizzazione… Enormi le trasformazioni avvenute. Diversissimi anche cause e fattori che hanno portato mutazioni talvolta profondamente radicali, talvolta quasi risibili. La tecnologia ha ovviamente contribuito in maniera massiccia trasformando radicalmente i sistemi di produzione o semplicemente alleviando le fatiche del lavoro manuale. Da una parte il sofisticato macchinario da centinaia di migliaia di euro per produrre manufatti che tanto manufatti non sono, dall’altra il semplice attrezzo elettrico o a batteria che ha sostituito quello manuale.
Adeguarsi ai cambiamenti del mercato è stata talvolta un’esigenza, una strada obbligata da mutui da pagare e famiglie da mantenere. Con buona pace per la tanto declamata libertà. Ancora una volta una miriade di differenti cambiamenti. C’è chi nel tempo ha differenziato la produzione smettendo di costruire prodotti che non aveva più senso produrre, sostituendoli con altri più richiesti dal mercato. C’è chi ha cambiato clientela cercando nuovi spazi di mercato. C’è chi ha puntato sulla specializzazione con prodotti il più possibile esclusivi destinati a nicchie di mercato. C’è chi è passato a produzioni più massicce, con investimenti consistenti per una maggiore automazione. C’è chi ha aggiunto alla produzione la commercializzazione e la bottega artigiana si è progressivamente trasformata in negozio, esposizione, show room come si usa dire oggi.
Trasformazioni profonde e continue dunque, dettate da scelte spesso obbligate, ma sempre frutto di decisioni difficili, complesse, delicate, probabilmente indispensabili nel lavoro dell’artigiano, della persona che deve decidere che strada seguire, investendo, rischiando, venendo a patti con quanto ritenga vi sia di negoziabile nelle sue scelte di vita. Forse proprio in questo sta la vera essenza dell’artigiano, al quale si attanaglia pienamente un termine oggi in voga ma che poco mi piace: la resilienza. Capacità di resistere, adattandosi a una realtà che cambia, senza però rinunciare a essere sé stessi. La realtà, il mercato, il bisogno comunque di andare avanti perché altre possibilità non ci sono, perché quello è ciò che sai fare; ti costringono a scegliere, ma questo non vuol dire dovere rinunciare a tutto quel che sei o vuoi essere. Una negoziazione difficile.
Un’ultima cosa. Non ho fatto cenno alle difficoltà, alle fatiche, al peso di tasse, burocrazia, normative… né tantomeno all’eterno conflitto tra lavoratore dipendente e autonomo, il primo soffocato da un fisco dal quale non può sfuggire, il secondo con una sorta di presunta licenza all’evasione. Una diatriba nella quale non intendo entrare. Preferisco piuttosto indicare un paio di altre questioni che mi paiono più stringenti e che maggiormente pesano in questi tempi difficili per tutti. La prima si riferisce a quella che ritengo essere fonte di un’ingiusta diseguaglianza: l’assoluta mancanza per il lavoratore autonomo di una qualche forma di reddito in caso di malattia, se non attraverso assicurazioni private ben difficilmente sostenibili economicamente. La seconda, e non sono io a dirlo, si riferisce al generale impoverimento: secondo il rapporto ISTAT le famiglie italiane in termini reali, cioè in potere d’acquisto, hanno perso in media l’8,7% rispetto al 2007. Siamo abituati a sentire parlare di salari che non stanno al passo con l’inflazione, ne ha giustamente parlato recentemente anche il Presidente Mattarella. Purtroppo non a tutti è chiaro che quella perdita di potere d’acquisto risulta molto più intensa (il 17,5%, circa il doppio) per le famiglie la cui fonte di reddito principale è il lavoro autonomo, contro l’11% dei redditi da lavoro dipendente e il 5,5% per i redditi da pensioni o trasferimenti pubblici. Lo denuncia con molta chiarezza Chiara Saraceno che non può certo essere tacciata di connivenza con qualche categoria professionale. Una situazione preoccupante, che certifica la condizione di fragilità e precarietà per una ancor più vasta categoria di lavoratori. In un Paese in cui una persona su quattro è a rischio di povertà o esclusione, sapere che i più colpiti sono i lavoratori autonomi non è certo di buon auspicio per qualcuno che desideri intraprendere un’attività.
Un peccato, perché al di là di presunte e comunque fragilissime libertà, è una cultura fatta di inventiva, intelligenza, impegno, realizzazione personale che rischia di andare perduta.
Foto Freepik
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