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Il modello CSA e le sue prospettive per il ripopolamento sostenibile
Per indagare quali aree del territorio nazionale stiano subendo i processi di spopolamento, può essere utile partire dai dati offerti dalle indagini sull’utilizzo delle terre agricole condotte ogni tre anni dall’Istat.
Concentrarsi sulla caratterizzazione agricola dei terreni e valutarne lo stato di attività e inattività consente di ottenere uno spaccato rappresentativo dell’andamento delle oscillazioni demografiche su un territorio: inseguendo i segni della dismissione delle aree coltivate si otterrà una fotografia abbastanza precisa circa lo stato di salute delle comunità che abitano determinate aree.
Secondo le ultime rilevazioni, in Italia si contano ad oggi circa 3,7 milioni di ettari di terre agricole abbandonate: un dato rilevante, che corrisponde da solo a circa un terzo del patrimonio terriero agricolo nazionale, stimato in circa 12 milioni di ettari.1
Sono numeri impressionanti, soprattutto se messi in relazione alla mappa geografica della Penisola, che mostra chiaramente in quali parti del Paese sia localizzata la maggior parte dei terreni abbandonati: le aree indicate come zone a “diminuzione media” e “forte diminuzione”2 percorrono praticamente tutto l’arco alpino a cavallo di diverse Regioni, la dorsale appenninica e le aree interne di buona parte delle Regioni meridionali e insulari.
Le cause del progressivo spopolamento di questi territori sono diverse e stratificate: si tratta di un processo di lungo corso fatto di avvicinamenti e abbandoni, seduzioni e privazioni, valorizzazione e mortificazione in un rapporto ondivago fra territori, autorità pubbliche ed esigenze di mercato, che ha visto spesso mutare la natura delle relazioni in campo e passare da piani di sviluppo locale, legati a grandi processi produttivi, a chiusure dolorose di fabbriche e stabilimenti, perdendo strada facendo competenze e saperi locali (Barbera 2022).
Nelle storie di spopolamento si possono trovare alcuni elementi ricorrenti:
Si tratta dunque di processi multifattoriali, che interessano le comunità sotto il profilo economico, politico, sociale e culturale per analizzare i quali occorre dotarsi di un armamentario che vada dalla lettura dei dati sulla produzione manifatturiera allo studio dei cambiamenti occorsi nelle condizioni climatiche territoriali, fino all’analisi di miti, riti ed elementi del folklore necessari alla definizione dell’identità delle comunità.
Gli esperimenti di ripopolamento, per sperare di avere successo e attecchire, dovranno dunque basarsi non soltanto su un’analisi di tipo produttivo, ma anche culturale, sociale, simbolica dei territori e delle comunità all’interno della quale si aspira ad insediarsi.
Lavorare sull’agricoltura – una delle prime e principali attività produttive umane, capace di plasmare (anche fisicamente) il mondo a partire dal rapporto con la terra, ma carica al tempo stesso di significati simbolici, culturali, religiosi (Ehrenreich, 2023) – come leva di sviluppo rappresenta un utile punto di partenza per sperimentare percorsi di ricostruzione e ibridazione delle comunità grazie all’innesto di nuovi abitanti.
Oltre il piccoloborghismo: risignificare i luoghi attraverso la vita e il lavoro
Riflettere sulle azioni necessarie a costruire interventi significativi nelle aree interne, significa adottare un punto di vista in grado di superare la narrazione semplicistica dei piccoli borghi, caricati di un significato simbolico e di un’estetica mitizzante, tesa a rappresentare questi luoghi come spazi di silenzio, di quiete, di aria pulita seguendo un canone di costruzione di una alterità bucolica che rischia di oscurare le dinamiche reali che li caratterizzano (Bindi, 2022).
Il piccoloborghismo rappresenta oggi uno degli approcci culturali prevalenti in materia di gestione delle aree interne, determinando strategie economiche e sociali tese a rappresentare una visione bidimensionale delle aree rurali, sostenuta da forti investimenti pubblici e da politiche volte a rafforzare questa interpretazione.
Nel corso degli ultimi anni sono stati destinati a questo scopo diversi investimenti: il grande afflusso di denaro e risorse garantito dai fondi PNRR, destinati allo sviluppo rurale, ha costituito un’occasione di investimento unica – e per certi versi irripetibile – rivolta verso le aree interne, le quali peraltro sono oggetto di finanziamenti europei sempre più specifici e mirati, come quelli garantiti dai Fondi di coesione o destinati a sostenere le politiche di insediamento agricolo3.
La questione non è dunque quella di riuscire ad attrarre risorse economiche nelle aree montane, quanto il saper trovare la giusta chiave di lettura per costruire esperienze di rigenerazione territoriale efficaci e positive, in grado di garantire a questi spazi la possibilità di continuare ad essere luoghi di vita e di lavoro evitando o riducendo il rischio di disneyficazione di territori e comunità (Semi, 2022).
L’arrivo sui territori di gruppi di neoruralisti, che spesso mettono proprio queste parole chiave al centro delle loro esperienze, potrebbe costituire un elemento positivo per sperimentare interventi rigenerativi in grado di superare il marketing turistico e la narrazione appiattita sull’idea romantica del borgo a favore di processi basati su una ibridazione fra saperi locali, memorie del territorio e della comunità e competenze innovative.
Quello dei ritornanti (persone originarie delle aree interne, alle quali fanno ritorno dopo aver sviluppato esperienze di studio e lavoro in altri contesti) e degli arrivanti (persone che si insediano ex novo nelle comunità delle aree interne) costituisce un fenomeno in crescita, come certificato da uno studio commissionato dall’Unione Nazionale Comuni e Comunità Enti Montani (UNCEM) che fotografa le variazioni demografiche nelle aree interne nel periodo compreso tra il 2019 e il 2023: oltre 100.000 persone, in massima parte giovani under 35 con elevato titolo di studio, hanno infatti spostato la residenza in un Comune montano nel periodo coperto dalla ricerca, cercando di insediarsi per sviluppare percorsi di vita nelle aree interne.
Questi nuovi abitanti scelgono in molti casi di dedicarsi ad attività produttive, tra le quali spiccano quelle agricole o legate alla produzione alimentare, interpretate come una chiave di accesso privilegiata alla vita delle comunità e dei territori e messe in pratica adottando strumenti innovativi. Un esempio interessante in tal senso è offerto dalle CSA, Comunità di Supporto all’Agricoltura, strutture basate su un modello interattivo innovativo fra gli agricoltori e la comunità del territorio che ospita la loro attività.
Il modello della CSA prevede il diretto coinvolgimento della comunità locale nella vita dell’azienda agricola che lo mette in pratica: tutte le scelte relative a cosa coltivare, quali tecniche e strumenti utilizzare, come organizzare la rete di distribuzione e di vendita vengono condivise fra i coltivatori e gli abitanti locali, che, di fatto, costituiscono il principale mercato destinato ad assorbire la produzione agricola.
Il business model si sviluppa secondo dinamiche fiduciarie, basate su un principio simile all’azionariato popolare: all’inizio dell’anno agricolo, i coltivatori programmano la produzione suddividendola in base alla stagionalità, alle caratteristiche del territorio e alle disponibilità di terreno, vendendo in anticipo le “quote” delle produzioni alle famiglie della comunità locale le quali, grazie a questo investimento iniziale, si assicurano una fornitura di prodotti alimentari di qualità, garantendo all’azienda agricola il capitale iniziale per poter gestire le spese di produzione.
Si tratta di filiere di piccola scala, in molti casi basate su un approccio biodinamico e poco meccanizzato alla produzione e caratterizzate da una profonda ricerca storico/culturale sui saperi agricoli delle loro aree di insediamento: per potersi sviluppare le CSA ricercano dunque una relazione costante e diretta con la comunità locale, desiderose di applicarne gli insegnamenti e i suggerimenti facendosi in tal modo custodi di memorie collettive, che diventano pratiche produttive e prodotti alimentari.
Le CSA agiscono come soggetti attivi sul territorio, riscoprendo e ridefinendo storie e tradizioni capaci di dare vita a riletture del patrimonio locale e inserendosi attivamente in esso: fra i casi che ho potuto osservare direttamente, si possono citare i “mercoledì di lavoro collettivo” organizzati dalla CSA Cresco4, radicata nell’area di Melle (CN) la quale ha saputo dare vita ad un ecosistema lavorativo comunitario, intrecciando il suo percorso con l’attività ristorativa e di accoglienza del gruppo degli Antagonisti Melle5, generando opportunità di lavoro e impegno sul territorio per più di 50 persone; in questo modo, l’arrivo di poche decine di residenti in un paese che conta appena 300 anime ha di fatto modificato radicalmente la struttura demografica e le opportunità del territorio stesso, che grazie a questa presenza ha potuto preservare alcuni servizi essenziali (l’ufficio postale, l’unico bar del paese) che altrimenti sarebbero stati costretti a chiudere.
In Italia non esiste ancora un dispositivo giuridico specifico per codificare l’attività delle CSA: in quanto reti relazionali, esse si caratterizzano più come comunità di pratica che come soggetti giuridici, sviluppando un sistema che vede al centro un’azienda agricola, spesso in forma di cooperativa. Queste organizzazioni si occupano di individuare, recuperare e lavorare i terreni sui quali si svilupperà il lavoro della comunità, secondo formule di utilizzo e usufrutto collettivo che non prevedono la proprietà privata della terra da parte dei singoli soci: in tal modo sviluppano il loro approccio critico al lavoro agricolo, alle reti di produzione e di distribuzione alimentare e al rapporto con il territorio, che diventa parte integrante di un processo economico basato sulla circolarità e sulla socialità più che sul profitto.
In Italia il modello CSA ha iniziato a svilupparsi intensamente a partire dal 2010; molte delle esperienze presenti sul suolo nazionale sono radicate lungo l’arco alpino e nel versante settentrionale della catena degli Appennini, seguendo in maniera speculare la linea geografica delle aree agricole interne dismesse6. Comparando le due mappe appare evidente il potenziale di sviluppo del modello, che per i suoi aspetti salienti – la critica al modello di produzione basato su un rapporto estrattivista con i territori e le comunità, la possibilità di generare spazi di vita, relazione e lavoro, la costruzione di modelli produttivi e abitativi di matrice comunitaria – può attrarre nelle aree in via di abbandono nuove competenze, nuove persone e costituire un faro attrattivo per il ritorno di giovani residenti allontanatisi per motivi di studio o professionali.
Dalla terra al cielo: sperimentare dal basso, guardando al futuro
Gli esempi costituiti dagli esperimenti delle CSA evidenziano come, a date condizioni, le aree interne possano caratterizzarsi non solo come spazi in abbandono, ma come un laboratorio del possibile, all’interno del quale provare ad inserire elementi di sperimentazione che si armonizzino con i saperi, i valori e la vita quotidiana della comunità locale.
La perdita di abitanti (dunque di spazi di rappresentanza, in sintesi di potere politico) determinerà un minor interesse da parte delle istituzioni centrali nel dialogare con i territori marginali, posizionandoli ai limiti delle decisioni pubbliche, privandoli di servizi e opportunità nel nome del risparmio e relegandoli sempre più al confine della vita della collettività, sia culturalmente che geograficamente (Teti, 2022): stimolare un dialogo tra nuovi abitanti e residenti autoctoni potrebbe consentire di sviluppare dei processi territoriali in grado di limitare l’abbandono e la dimenticanza di aree che non si trovano nella condizione di sviluppare una qualche forma di attrattiva turistica mainstream, rovesciando la narrazione della rassegnazione e dell’abbandono a favore di processi di costruzione di nuove identità basate sull’ibridazione dei saperi e delle pratiche.
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