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Cosa sono le città? Perché sono nate? Cosa sono oggi e cosa vorremmo che fossero? Quale relazione avranno in futuro le città con le aree interne, rurali e alpine? Sono quesiti a cui non è facile rispondere e che, oggi più che mai, impegnano urbanisti, sociologi e antropologi.
La trasformazione urbanistica dal dopoguerra a oggi
Le città, intese come agglomerati urbani estesi e stabili, caratterizzati da elevata concentrazione di popolazione, attività e funzioni, si sono distinte storicamente da altre forme di insediamenti umani per la centralità di queste funzioni rispetto ai territori circostanti: le sedi delle istituzioni, i luoghi dell’arte e della cultura, gli ospedali, le fiere e così via, che svolgevano un ruolo di riferimento per le aree rurali esterne. Luoghi che, per la forte connotazione identitaria associata alla loro funzione, assumevano forme architettoniche prestigiose, uniche e riconoscibili, divenendo talvolta celebrazioni storiche o manifesti culturali.
Attorno a queste funzioni centrali si sono sviluppate nel tempo le città che oggi conosciamo, intessendo e arricchendo via via le relazioni sociali, culturali ed economiche che le animavano: una città viene oggi intesa, quindi, come un organismo unitario costituito dalle persone che la popolano, con le loro attività e relazioni, e dagli spazi e dalle infrastrutture che esse utilizzano.
Queste fisionomie marcatamente urbane si distinguevano, in passato, dagli insediamenti rurali e dai centri minori, dove le funzioni umane si potevano ricondurre alle piccole attività rurali e artigianali, alla residenza, ai negozi di vicinato e ai servizi minori, con differenze di scala immediatamente evidenti, non solo sotto il profilo dimensionale, ma, soprattutto, delle relazioni rispetto ai territori circostanti.
Con qualche semplificazione, il quadro descritto può costituire un’immagine verosimile del territorio italiano fino agli anni ‘30 e ‘40 del secolo scorso. Con il boom economico del dopoguerra, che in Italia si è rivolto innanzitutto verso il settore produttivo e industriale, lo scenario ha cominciato lentamente a modificarsi, innescando un processo di trasformazione delle città che prosegue fino ai giorni nostri.
Le grandi città hanno cominciato a divenire sede prima delle grandi fabbriche, poi dei grandi centri di servizi, attraendo moltitudini di persone che si avvicinavano ai loro posti di lavoro: migliaia di abitanti che hanno cominciato a frequentare e a vivere stabilmente nelle grandi città per poter essere vicini al proprio posto di lavoro. Da luoghi che ospitavano funzioni e servizi di riferimento, molte città si sono trasformate in enormi agglomerati residenziali e luoghi di lavoro, con la nascita di gravi problematiche ambientali – il traffico autoveicolare, l’inquinamento atmosferico, i consumi energetici, il surriscaldamento delle aree urbane e i conseguenti effetti a livello atmosferico – che ben poco si correlano oggi alle funzioni centrali per le quali quelle città sono nate e cresciute.
Al contempo, le aree di cintura esterne e via via territori sempre più estesi, sono diventati enormi quartieri-dormitorio rivolti ai pendolari che ogni giorno si recano al loro lavoro in città per tornare a casa la sera. Sotto il profilo urbanistico la conseguenza è stata lo sviluppo di vaste aree metropolitane senza soluzione di continuità, nelle quali le funzioni presenti si sono ridotte a quella residenziale e ai grandi centri commerciali, con la banalizzazione del paesaggio urbano di interi territori.
Negli stessi anni, le aree rurali e montane hanno vissuto pesanti processi di spopolamento, lasciando inutilizzate le abitazioni e gli edifici rurali di intere borgate e di piccoli insediamenti che un tempo vivevano in condizioni di autonomia e di equilibrio con le risorse locali e le attività contadine e artigianali del posto.
Come appare evidente, questo processo di trasformazione urbanistica è stato mosso innanzitutto dalle esigenze di carattere economico dei lavoratori e delle famiglie: la vicinanza al posto di lavoro, la riduzione dei tempi di viaggio, il costo dell’abitazione, e così via. Esigenze che hanno determinato un vero e proprio trend immobiliare ed economico, con enormi ripercussioni di carattere ambientale e territoriale.
Vivere in città oggi è una scelta consapevole?
Alla luce di questa consapevolezza, le domande che possiamo – e dobbiamo – farci oggi sono quindi: le cause che hanno determinato questi profondi cambiamenti sono ancora presenti? Si tratta di processi ineluttabili che accompagnano necessariamente lo sviluppo economico, oppure qualcosa è cambiato e oggi possiamo fare scelte diverse rispetto al passato? Le città del futuro sono destinate a svolgere il ruolo appena descritto, oppure possono tornare a essere luoghi rivolti innanzitutto alle funzioni centrali, per le quali sono nate e sono cresciute, alleggerendosi di masse di persone che oggi sono libere di scegliere di vivere altrove, magari tornando a ripopolare proprio le zone rurali, le valli e le montagne, utilizzando edifici già esistenti? L’uomo è necessariamente un “animale urbano”, o questo suo affollarsi nelle città è stata un’esigenza che ha accompagnato un determinato periodo storico e che oggi, in gran parte, è venuta meno, rispetto alla quale sono disponibili soluzioni alternative? Un atteggiamento nato in altre epoche, che oggi andrebbe soppesato alla luce delle diverse possibilità e della maggiore libertà di cui oggi disponiamo?
Un aspetto non secondario che accompagna questa riflessione è certamente quello relativo alla sostenibilità ambientale. Ci troviamo infatti in una fase storica di profondo ripensamento sulle nostre scelte e sulle nostre responsabilità verso l’ambiente in cui viviamo. Responsabilità che non possono essere declinate unicamente alla scala delle tematiche a scala globale, né, all’opposto, ai soli aspetti marginali delle scelte individuali, ma che coinvolgono anche le decisioni importanti di ciascuno relative al luogo in cui vivere. E dunque, in un’epoca nella quale ci troviamo ad affrontare problematiche ambientali, climatiche, energetiche, enormi, siamo consapevoli degli effetti che hanno sull’ambiente i grandi agglomerati urbani quando decidiamo di voler vivere in una città? La maggior parte delle persone, quando considera gli aspetti negativi del vivere in città, soppesa più che altro i disagi che si trova ad affrontare nella propria vita quotidiana: la mobilità congestionata, l’inquinamento atmosferico, il rumore, la progressiva riduzione degli spazi verdi e così via. Quasi nessuno, invece, considera gli enormi impatti che le grandi città hanno sull’ambiente e a cui i loro abitanti contribuiscono direttamente per il semplice fatto di vivere in quelle città, magari avendo concrete alternative a disposizione.
Già negli anni ’70 i sociologi teorizzavano che lo sviluppo della tecnologia avrebbe portato a uno sgretolamento delle centralità urbane, con un progressivo allontanamento delle persone verso le aree periferiche, dove avrebbero potuto rimanere in comunicazione remota. Tutto questo fino ad ora non è avvenuto, e le città hanno continuato – e continuano – ad allargarsi. Ma davvero tutto questo è avvenuto per una libera scelta o semplicemente non eravamo consapevoli, fino a ieri, della reale potenzialità di cui oggi disponiamo? Non tutta l’Italia è connessa. Non tutti lavorano al pc o possono permettersi di allontanarsi dalle città per molti motivi. Non tutti, quindi, potranno decidere di allontanarsi dalle città. Ma per chi vuole, le possibilità oggi certamente esistono, sono concrete, e il lockdown ci ha mostrato che se tutti stanno a casa, o dove preferiscono essere, la produttività può continuare.
Dunque, possiamo scegliere: continuare ad accalcarci nelle strade di Milano, di Torino, di Genova, di Roma, oppure dare vita a comunità diffuse che tornino a popolare le nostre colline, campagne, montagne. Comunità avanzate che, da una parte, scelgono un contatto più diretto con l’ambiente e la natura, dall’altra, vivono la città per i valori più alti che essa può esprimere. Una nuova e diffusa consapevolezza rispetto al consumo di beni lascia pensare (e sperare) che se i centri commerciali hanno rappresentato per quasi vent’anni un riferimento anche sociale, veri e propri luoghi di aggregazione per la popolazione urbana, il futuro della nostra vita sociale non si giocherà attorno a parcheggi e vetrine, quanto piuttosto attorno a spazi a contatto con la natura, luoghi collettivi dove torneremo a investire nel nostro corpo, nella ricerca di sensazioni di benessere psicofisico e di luoghi di scambio culturale che rimettano in primo piano le nostre sensazioni di abitanti di un ecosistema, piuttosto che le nostre preferenze di consumatori. Il benessere fisico e interiore conterà più del possesso di beni, i nuovi luoghi del consumo saranno quelli dove raccoglieremo sensazioni e benessere, dove porteremo il nostro corpo e la nostra mente ad acquisire forza ed energia.
Dalla pianificazione urbanistica al governo delle funzioni
Le città sono luoghi sempre più veloci, dinamici, con esigenze che si modificano a ritmi che l’urbanistica e l’architettura non sono più in grado di mantenere. Pianificare le città e progettare gli spazi urbani sono attività, oggi, molto diverse che in passato. A differenza del passato, gli spazi, i “contenitori” quasi sempre esistono già, e vanno adattati a nuovi contenuti. L’oggetto della pianificazione si sposta dagli spazi liberi a quelli già costruiti, nel tentativo di trovare soluzioni in grado di soddisfare le esigenze presenti con quelle che potranno venirsi a creare nel futuro, o almeno di non ostacolarle. La città del futuro, la città smart è dunque quel luogo in grado di adattarsi ai cambiamenti, di fornire risposte in tempo reale a bisogni ed esigenze che, mai come ora, l’urbanistica e l’architettura non sono in grado di prevedere. In tutto questo, la tecnologia svolge un ruolo chiave rispetto alla capacità di un luogo di attrarre, governare, adeguarsi alle funzioni, alle attività che in esso prendono vita. Una tecnologia che veicola relazioni, opportunità, qualità degli urbani, ed è diventata essa stessa driver dello sviluppo di una città, tanto quanto, in passato, le strade, le piazze, le connessioni fisiche: città sempre più dinamiche, veloci, in cui le attività dell’uomo sembrano trovare assonanze più nella dimensione virtuale che in quella degli spazi fisici e del costruito.
Questo approccio nuovo agli spazi urbani vede un ruolo chiave nei progetti e nelle iniziative rivolti alla sfera culturale, che in molti esempi di rigenerazione urbana ha dimostrato di poter essere il fulcro attorno al quale riattivare comunità e processi virtuosi, mettendo al centro il sistema delle attività e dei servizi. Una dimensione nella quale sono oggi possibili nuove economie e nuove dinamiche nel rapporto tra il settore pubblico e il privato, e in particolare con il terzo settore, soggetto che sta assumendo una posizione sempre più di primo piano nei modelli innovativi di gestione degli spazi urbani: progetti che possono essere realizzati e gestiti da soggetti privati, ai quali il soggetto pubblico partecipa quale garante dell’interesse generale, ma che devono essere in grado di soddisfare esigenze collettive e come tali necessitano di una capacità aggregativa e motivazionale diversa da quella prettamente imprenditoriale.
Rispetto alle potenzialità dei progetti a partecipazione mista pubblico-privato, l’efficacia dei nuovi modelli di sviluppo urbano trae vantaggio proprio dalla sinergia positiva che si può sviluppare tra la parte pubblica e il privato, ciascuno con i propri interessi in gioco. Un esempio tra tutti, la possibilità di sviluppare servizi privati all’interno di immobili pubblici che vengono acquisiti dal privato a costi calmierati, ma vincolati a usi di interesse collettivo. L’obiettivo, che alcune città europee stanno perseguendo in maniera decisa, è quello di tornare a valorizzare le città con funzioni di interesse collettivo di cui il pubblico non può farsi carico, ma rispetto alle quali può mantenere un ruolo di indirizzo e controllo, attraverso una negoziazione positiva e fertile con il privato.
Gli stessi modelli di cooperazione pubblico-privato possono essere applicati non solo alle città, che lottano contro il problema della banalizzazione degli spazi urbani, ma alle realtà rurali e montane che, all’opposto, necessitano di soluzioni urgenti per contrastare lo spopolamento e portare sul proprio territorio nuove attività e servizi. Si tratta di progetti e soluzioni che necessitano di un confronto aperto e una partecipazione attiva da parte delle comunità locali e delle loro organizzazioni attive sul territorio, al fine di innestare processi di rivitalizzazione sociale ed economica incentrati sulle caratteristiche peculiari di questi territori e sulle persone che li vivono quotidianamente, tutto l’anno, prima che su chi li frequenta solo per svago o turismo.
Nelle città come nei piccoli borghi rurali e alpini sono le relazioni tra le persone, le energie invisibili tra chi condivide un luogo e i suoi valori a generare vitalità economica e sociale. Occorre allora abbandonare la presunzione di poter pianificare le città per il futuro, collocando funzioni e attività all’interno di spazi progettati a tavolino, e ripartire dall’uomo, dalle funzioni che si svolgono in armonia e sinergia con l’ambiente e il territorio: agire sulle relazioni tra le persone per dare forma e vita a una città, lavorando sull’ascolto dei valori condivisi e sulla comunicazione. Comunicare la cultura e la conoscenza, all’interno di luoghi che le promuovano e le diffondano.
Da queste relazioni hanno preso inizio le città, il senso del loro esistere. Da queste è possibile ripartire per dare nuova vita alle città e alle aree interne.
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