Per poter scrivere di cultura e città è necessaria un’introduzione, seppure molto sintetica, alle trasformazioni delle città in questi ultimi cinquant’anni.
Fino agli anni ’70 la città, nel periodo dello stato interventista keynesiano, è stato il luogo della redistribuzione della ricchezza e del reddito, attraverso lo sviluppo e la collettivizzazione dei servizi quali casa, trasporti, istruzione e quindi anche cultura; il luogo di attenuazione delle diseguaglianze (Manuel Castells).
La crisi dello stato interventista, iniziata negli anni ’70, e esplosa negli anni ’80 unitamente all’affermarsi del neoliberismo, ha cominciato a trasformare le città a partire dagli Stati Uniti per diffondersi prima in Occidente e in seguito in tutto il mondo.
La crisi fiscale che colpì in quegli anni i governi e le città, sotto la spinta delle rivendicazioni sociali provenienti sia dal basso che dalle élite socioeconomiche, spinse in particolare le élite politiche urbane verso una forte diminuzione dell’intervento pubblico e una progressiva privatizzazione delle città.
La città, da luogo di ridistribuzione di ricchezza, diventa luogo di accumulazione capitalistica, motore di sviluppo economico e di competizione globale (David Harvey). La città deve divenire competitiva per attrarre risorse e investimenti pubblici-privati, per accumulare ricchezza con una politica fiscale favorevole agli investimenti privati e una diminuzione della capacità di spesa pubblica. In questo contesto la rendita finanziaria e immobiliare diventa il faro dello sviluppo urbano; per aumentare la rendita la città deve continuare a crescere e attrarre ricchezza. La crescita economica diventa l’imperativo delle élite urbane al governo delle città.
La competitività delle città diventa la rappresentazione dello sviluppo economico dei paesi e sono soprattutto le grandi città ad affermarsi in questo ruolo. Quando si pensa ai paesi del mondo e al loro sviluppo, le città diventano la rappresentazione della loro forza economica; basta pensare a New York, Londra, Parigi per l’Occidente, a Shangai, Canton, Hong Kong, Tokyo, Seul, Mumbai e Dubai per l’Asia, a Kinshasa e Lagos per l’Africa, a Buenos Aires e Rio de Janeiro per il Sud America e a Sidney per l’Australia. La competizione non è più solo tra stati, ma anche fra città che assumono un rilievo politico, economico e sociale autonomo all’interno della competizione globale.
Questa trasformazione ha ripercussioni molto forti anche all’interno delle città con periferie che rischiano un’ulteriore marginalizzazione e impoverimento, e quartieri che si rigenerano e si arricchiscono.
Questi cambiamenti portano a cambiare anche il rapporto tra città e cultura.
La città, da diffusore di cultura, diventa utilizzatore della cultura per la sua crescita. La città, da polo di formazione e istruzione, diventa città dei grandi eventi, dei quartieri rigenerati per attrarre investimenti, flussi turistici e residenti a reddito elevato e a maggior consumo anche, se non soprattutto, attraverso la cultura, che diventa la leva economica per la crescita urbana.
Anche la ricerca accademica urbana risente di questi cambiamenti; dalla fine degli anni ’90 si afferma, in particolare con Richard Florida, la definizione di città creativa, in cui l’attrazione di investimenti privati e di residenti dediti a professioni creative (dalla ricerca scientifica all’ingegneria, al giornalismo, alle arti, al design, all’architettura, alla comunicazione, al marketing e oggi anche ai social media e al digitale) diventa l’obiettivo dell’élite urbane al governo delle città.
La cultura diventa così il modo di attrarre investimenti e valorizzare la rendita immobiliare e la città.
I grandi eventi culturali e sportivi diventano gli attrattori: dai grandi concerti alle settimane di moda e design, alle grandi mostre, alle expo, alle olimpiadi.
La cultura si trasforma in marketing territoriale e mercificazione. Basta pensare a cosa ha significato e significa per esempio per Bilbao il Museo Guggenheim, per Oslo l’Opera House, per Abu Dhabi il Louvre Abu Dhabi e per Shanghai l’Expo.
Interi quartieri vengono rigenerati ma, allo stesso tempo, cambiati socialmente con l’espulsione dei precedenti abitanti e l’insediamento di nuovi residenti, a più alto reddito e a maggior consumo.
Per questi interventi sono necessari grossi investimenti, sia pubblici che privati, in grado di far diventare redditizi per l’intera città eventi e infrastrutture. La spettacolarizzazione della cultura sostituisce così il valore formativo, civico e di inclusione sociale con quello commerciale.
Accanto a questi cambiamenti si sono avuti e si hanno momenti di resistenza verso questa evoluzione della città e della sua cultura. Basta pensare ad alcuni quartieri di Amsterdam, Berlino e Zurigo di aggregazione e cultura alternativa che, in qualche caso, sono stati “cooptati” dai governi della città facendoli diventare parte del marketing urbano come Christiania a Copenaghen; in altri casi, invece, sono considerati come spazi da normalizzare o da reprimere, perché ritenuti dannosi per il marketing della città.
Questa evoluzione ha portato a una polarizzazione degli investimenti; come già accennato prima sono state e sono soprattutto le grandi città ad attrarre investimenti pubblici e privati, penalizzando le periferie e i centri minori che restano ai margini dei flussi di capitale.
Anche i tentativi istituzionali di attenuare questa polarizzazione spesso non hanno successo e il divario tra i grandi poli e i centri minori rimane profondo. Iniziative come le “Capitali europee della cultura”, iniziate nel 1985, che hanno interessato in particolare dal 2000 anche città di minori dimensioni, hanno avuto un successo parziale. Soltanto poche città, in particolare quelle scandinave, olandesi e belghe, ad esempio Bruges, Stavanger, Umea e Leeuwarden, hanno investito una parte consistente delle risorse disponibili per l’evento in progetti di inclusione sociale.
I centri minori si trovano quindi in condizioni difficili di fronte a un bivio identitario cruciale.
Da un alto vi è la tentazione di inseguire il modello della metropoli promuovendo eventi “mercificati” e spettacolari che, tuttavia, finiscono spesso per produrre risultati modesti per scarsità di risorse. Dall’altro lato rimane la scelta di una cultura legata alle identità esistenti e in divenire, che non cerca il profitto ma la coesione sociale affidandosi, considerata la scarsità di risorse, soprattutto al volontariato e all’associazionismo.
Dopo queste considerazioni ad ampio orizzonte possiamo provare a vedere come questa evoluzione è avvenuta e avviene “a casa nostra”, in Italia e nel Verbano Cusio Ossola anche con alcuni esempi emblematici.
Anche in Italia, seppure con ritardo rispetto ad altri contesti occidentali, le città hanno subito trasformazioni profonde. A partire dagli anni ’90, ma con una accelerazione decisa nel nuovo secolo sotto la spinta della globalizzazione, i centri urbani italiani hanno puntato con forza sulla competitività e sull’attrazione di investimenti e di residenti ad alto reddito. In questo scenario Milano rappresenta un caso esemplare. La Milano degli anni ’50, ’60 e ’70, caratterizzata dalle grandi rivendicazioni sociali collettive, si è trasformata in una metropoli che fa della crescita e dell’accumulazione di ricchezza l’obiettivo prioritario.
Si può prendere come esemplare l’EXPO del 2015 mirata a innovare e valorizzare la creatività nel settore alimentare con una forte accezione culturale legata al marketing (Ugo Rossi – Alberto Vanolo). Già a partire dal 2008, anno di designazione, il capoluogo lombardo aveva dato un forte impulso ai progetti edilizi, una spinta ulteriormente cresciuta dopo la crisi finanziaria, che ha portato la città a trasformare radicalmente la propria immagine. Basta pensare al cambiamento di aree come Porta Garibaldi per percepire l’entità dell’evoluzione in atto. Il successo di EXPO 2015 ha inoltre generato un incremento significativo di flussi turistici, alimentato da piattaforme digitali come Airbnb. Questi fenomeni hanno determinato una crescita rilevante della rendita immobiliare e, di riflesso, un aumento ugualmente significativo dei costi per la casa, sia per l’acquisto che per l’affitto.
La designazione della città per le Olimpiadi Invernali 2026 ha dato un’ulteriore accelerata a questa evoluzione. A questi eventi di rilevanza mondiale si aggiungono altre iniziative ugualmente di grande impatto come concerti, grandi mostre, settimane della moda e del design, che confermano l’uso della cultura come marketing territoriale e attrattore di investimenti, flussi turistici e residenti a reddito elevato. A tutto questo si è unita l’introduzione della Flat Tax per gli stranieri, che ha favorito l’insediamento di residenti stranieri ad alto reddito nelle zone centrali e nei quartieri riqualificati, che hanno subito le trasformazioni a cui abbiamo accennato prima.
Un recente rapporto sul numero dei milionari nelle città, ripreso dal Sole 24 Ore, che peraltro ha suscitato polemiche e commenti contrastanti, indica Milano con la più alta proporzione di milionari: 1 ogni 12 residenti, contro 1 ogni 14 di Parigi e 1 ogni 22 di New York. Al di là di questo dato particolare, è comunque evidente l’accumulazione di ricchezza in città e la crescente difficoltà a trovare alloggio a costi sostenibili per studenti e per persone a minor reddito.
La città, nonostante questa evoluzione neoliberista, ha continuato in questi anni a vedere la presenza di movimenti di resistenza. Emblematica, da questo punto di vista, è l’esperienza del Centro Sociale Leoncavallo, con la sua forte aggregazione giovanile legata ad una cultura alternativa e ad un diverso modo di vivere la città. Purtroppo, in questi ultimi anni questi spazi alternativi si stanno riducendo: si sta assistendo oggi alla volontà, soprattutto da parte del governo, di normalizzare e reprimere tali realtà, come dimostrano gli sgomberi del Leoncavallo a Milano, di Askatasuna a Torino e la possibile chiusura nei prossimi mesi di Spintime a Roma.
Coerentemente con quanto accade a livello internazionale, anche in Italia si assiste a una polarizzazione degli investimenti, sia pubblici che privati, non solo in generale, ma in particolare anche per la cultura che penalizza le periferie e i centri minori a favore delle grandi città. Da questo punto vista può essere emblematica un’analisi sintetica di quello che è accaduto e accade in un territorio periferico come il Verbano Cusio Ossola e nei suoi centri urbani.
A un periodo felice di risorse rilevanti che aveva portato, ad esempio, all’istituzione del Lago Maggiore Festival Jazz di rilievo internazionale, poi interrotto nei primi anni 2000, e ad una crescita qualitativa dello Stresa Festival, purtroppo non confermata in questi ultimi anni, si sta ora assistendo ad una diminuzione di risorse disponibili ed a un’evoluzione contrastante delle iniziative culturali. Il territorio ha provato a rispondere a questa diminuzione di risorse con un attivismo significativo di alcuni enti locali e di alcune associazioni culturali. Basta pensare a iniziative come la costruzione del Teatro Maggiore a Verbania e l’apertura dello spazio per mostre San Francesco a Domodossola per rilevare lo sforzo delle amministrazioni locali a questo proposito; iniziative che però non sono sempre seguite da scelte convincenti e di livello, anche per la scarsità di risorse disponibili, scegliendo a volte il modello delle città maggiori.
Accanto alle iniziative istituzionali di ampio respiro che purtroppo a volte, spentasi la spinta iniziale, si interrompono per mancanza di risorse come è successo ad esempio a Domosofia a Domodossola, festival culturale multidisciplinare iniziato nel 2017, ma interrotto nel 2025, si assiste ad un proliferare di iniziative private, legate quasi sempre all’associazionismo e al volontariato, in qualche caso frammentarie ed effimere, che testimoniano la volontà di valorizzare identità esistenti e in divenire, aperte anche a contaminazioni interessanti. Senz’altro dimenticando altre iniziative ugualmente interessanti possiamo citare, a solo titolo di esempio, quattro iniziative di taglio diverso che ci sembrano emblematiche di questa evoluzione, a volte contraddittoria, nel Verbano Cusio Ossola: il Kantiere, Tones on the Stones, LetterAltura e Fondazione Poscio.
Il Kantiere, centro culturale di aggregazione giovanile nato nel 2002 a Verbania, su iniziativa dell’amministrazione comunale, gestito fino al 2012 da cooperative che si sono alternate e in seguito dall’Associazione 21 Marzo, è diventato sempre più uno spazio di aggregazione giovanile davvero importante non solo per la città.
Tones on the Stones, nata nel 2007 con l’intento di coniugare musica, cultura e luoghi emblematici del territorio come le cave di pietra, attraversata anche da momenti difficili, ha visto nel 2018 la costituzione della fondazione omonima che ha portato alla riqualificazione ambientale di un’ex cava, Cava Roncino, che è diventa Tones Teatro Natura, uno spazio dedicato alle arti, alla formazione, alla conoscenza e valorizzazione del territorio.
LetterAltura, nata nel 2007 con l’obiettivo di conciliare promozione della letteratura di montagna e promozione del territorio, ha visto col passare degli anni una diminuzione delle risorse disponibili, ma è stata capace di resistere a queste difficoltà, ridimensionando in parte i propri obiettivi, caratterizzandosi comunque per un forte legame con l’identità territoriale.
La Fondazione Poscio, a partire dal 2014, rappresenta a Domodossola un’iniziativa privata rilevante di valorizzazione di una collezione privata, a cui si aggiungono mostre temporanee di artisti del territorio, o che hanno avuto a che fare con il territorio.
Le realtà, pubbliche e private, istituzionali e associative, a cui abbiamo accennato sono indicative di un’evoluzione culturale del territorio diversificata e a volte contradditoria.
Se da un lato esiste la tentazione di inseguire il modello delle grandi città, dall’altro emerge la scelta di una cultura legata alle identità esistenti e in divenire che non cerca il profitto ma la coesione sociale, affidandosi quasi interamente al volontariato e all’associazionismo con iniziative che a volte risultano però frammentarie.
Rimane comunque fondamentale la volontà espressa da queste ultime realtà di resistere alla logica del consumo e della mercificazione culturale, per fare in modo che le città e il territorio rimangano luoghi di autentica cittadinanza e di coesione sociale.
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