Magazine Alternativa A Numero 4
Anno 2025
Cinema, specchio e motore di cultura come collante sociale e crescita collettiva
6 Dicembre 2025

“Se la parola cultura viene dalla campagna, non v’è raccolta senza la conoscenza del coltivare. La raccolta nasce da un lungo viaggio, durante il quale si colgono le tracce di luce rimaste dalle diverse culture incontrate. Si annoda il fagotto e si ritorna da molto, molto lontano, dove si pensa sia arrivata l’arte. Si cerca il luogo, si apre il fagotto, si mostra e si dà in dono alla città, da dove proviene la parola civilizzazione”                                      

Antonio Trotta, scultore Stio 1937 – Milano 2008

Antonio Trotta, con queste parole descrisse una delle sue opere “La Raccolta” (vedi immagine) che lasciò in dono al mio (e suo) paese natale. La cultura non è un recinto, ma un campo aperto. È il gesto di chi semina parole, immagini, suoni, e di chi raccoglie emozioni, pensieri, visioni. 

In un tempo che separa, la cultura unisce. Non si impone: si propone. Non si consuma: si condivide. È il viaggio che ci trasforma, non la meta. È il sapere che si fa cura, il linguaggio che si fa ponte, la memoria che si fa futuro.

Il cinema, in questo campo aperto, ha tracciato solchi profondi. Prima che diventasse voce dei tanti, era uno specchio di pochi eletti. Con il Free Cinema inglese, la Nouvelle Vague, il Neorealismo, il Nuovo Cinema Tedesco, uomini e donne scesero nelle strade, scelsero la rabbia, la poesia, il silenzio. Da salotto borghese, il cinema divenne uno spazio collettivo di coscienza. Un cambiamento non solo stilistico, ma sociale e ideologico. Il cinema smette di rappresentare il potere e comincia a dare voce alle persone, diventando terreno di incontro e relazione, capace di coinvolgere ogni tipo di pubblico. Incontrarsi in una sala cinematografica diventa allora una sorta di rito, in cui ci si riconosce, ci si riappropria di quel senso profondo del conoscere, coltivare, raccogliere e condividere. È lì che la cultura si fa esperienza viva, e il cinema diventa strumento di emancipazione, di comunità, di crescita collettiva. Tra i tanti film, quelli che incarnano questa visione non si limitano a raccontare: accendono coscienze, danno voce all’invisibile, e seminano possibilità là dove il terreno non è ancora stato prosciugato dal cinismo. Sono opere che si radicano in spazi fertili di resistenza e immaginazione, dove l’urgenza pulsa e il motore della volontà ruggisce ancora. Non sono semplici narrazioni: sono atti di cura, di lotta, di rinascita.

Molti giovani docenti hanno dichiarato di aver scelto la professione dopo aver visto Keating in azione nel film L’ATTIMO FUGGENTE (1989) del regista australiano Peter Weir. Questo, infatti, non è solo un film: è un manifesto educativo, un inno alla libertà intellettuale e alla scoperta di sé. Il cuore pulsante della pellicola è il professor John Keating, interpretato da Robin Williams, che rompe gli schemi della didattica tradizionale. Le sue lezioni sono delle vere e proprie performance, provocatorie e piene di pathos. Invita i suoi studenti a salire sui banchi per vedere il mondo da una prospettiva diversa. Incoraggia il pensiero critico, la libertà di espressione. Il suo motto, Carpe Diem, è un invito a vivere pienamente e consapevolmente. Premiato con il Leone d’oro alla carriera, proprio lo scorso anno a Venezia, Peter Weir è, guarda caso, uno dei maggiori esponenti e fondatori del Australian New Wave Cinema che ha cambiato le regole del cinema.

Restiamo con i maestri e con IL MAESTRO CHE PROMISE IL MARE di Patricia Font. Antoni Benaiges arriva in un piccolo villaggio spagnolo e rivoluziona la didattica con metodi innovativi e inclusivi. Il maestro applica il “metodo naturale” di Célestin Freinet, basato sulla cooperazione, sull’espressione libera e sull’assenza di punizioni. La sua didattica è centrata sui bisogni degli alunni, sulla creatività e sull’inclusione. Questo film è un inno all’educazione come atto politico e poetico. La scuola diventa un luogo dove coltivare la memoria e la speranza attraverso un atto di libertà. il maestro Antoni Benaiges non insegna solo a leggere, ma a immaginare. 

E ancora FREEDOM WRITERS, un film di Richard LaGravenese del 2007, tratto dal libro The Freedom Writers Diary, racconta di una giovane insegnante che decide di iniziare la sua carriera di docente di inglese presso una scuola superiore californiana. In quella scuola è stato istituito il corso di riabilitazione sociale con lo scopo di educare giovani di diverse etnie, criminali e ragazzi a rischio. L’insegnante riesce a ottenere la fiducia dei ragazzi con un progetto di scrittura consegnando a ogni studente un diario su cui scrivere, giorno dopo giorno, la propria storia e i propri pensieri. In un ambiente difficile, con diverse personalità e solitudini, attraverso la parola scritta, si crea un ponte tra mondi divisi, apparentemente lontani. In questo caso la cultura, la coltivazione della parola, diventa strumento di inclusione e riscatto e la scrittura restituisce voce e dignità a chi è stato escluso.

Un altro film che si colloca perfettamente accanto quelli citati fino ad ora, dove l’arte e l’educazione diventano strumenti di trasformazione sociale è il film di Marco Pontecorvo nel suo film PA-RA-DA LA CITTA’ DEI BAMBINI INVISIBILI del 2008. Il film racconta la storia vera di Miloud Oukili, un giovane clown franco-algerino che arriva a Bucarest nel 1992, poco dopo la caduta del regime di Ceaușescu. Sconvolto dalle condizioni dei bambini che vivono nei sotterranei della città, tra droga, abusi e abbandono, Miloud decide di avvicinarli attraverso l’arte circense. Con pazienza e dedizione, riesce a guadagnarsi la loro fiducia e fonda la compagnia Parada, offrendo loro un rifugio, dignità e un futuro. 

Il cinema poi si fa documento vivo di integrazione con LA MIA CLASSE (2014) di Daniele Gaglianone. Il film mescola finzione e realtà: un attore interpreta un insegnante in una classe di immigrati reali. Le lezioni di italiano diventano occasione di scambio culturale. Un film molto amato da insegnanti e studenti ha stimolato riflessioni sull’educazione musicale come strumento di inclusione e crescita. come Christophe Barratier racconta nel film del 2004 LES CHORISTES. In un istituto per ragazzi disagiati arriva un tranquillo insegnate di musica a fare il custode. Ma il suo sogno è quello di insegnare a cantare a quei ragazzi abbandonati a loro stessi. Ed è così che poco alla volta i ragazzi cominciano ad ascoltare, imitare il loro custode fino a trasformarsi in un vero e proprio coro di voci angeliche. 

Un film all’altezza dei bambini e degli educatori gli uni dipendenti ed attratti dalla passione dell’insegnante. CRESCENDO, opera prima del regista Dror Zahavi, originario di Tel Aviv e da anni residente in Germania, si ispira alla vera storia della West-Eastern Divan Orchestra, creata dal maestro Daniel Barenboim. Il film racconta come l’arte, e in particolare la musica, possa diventare un ponte capace di superare barriere ideologiche e culturali. In un contesto segnato da tensioni e conflitti, la musica si fa spazio neutro, terreno comune dove riconoscersi semplicemente come esseri umani. La trama ruota attorno a un direttore d’orchestra incaricato di formare un ensemble di giovani musicisti israeliani e palestinesi, chiamati a esibirsi insieme in un unico evento. Zahavi sottolinea con delicatezza e forza che, attraverso una passione condivisa, è possibile fermarsi, ascoltarsi, e provare a mettersi nei panni dell’altro. È un invito a sospendere il giudizio, a riconoscere l’altro non come nemico, ma come persona. Eppure, oggi, il cammino verso la comprensione reciproca sembra essersi allungato. Siamo tornati al punto di partenza, come in un crudele gioco di dadi, dove ogni sforzo fatto sembra essere stato annullato.

Concludo con le parole del direttore artistico della 82a Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera, dal suo comunicato stampa «il cinema non propone soluzioni, non fornisce risposte, non mira a renderci la vita più facile: per dirla con Borges, offre solo perplessità, semina dubbi, nutre interrogativi. A suo modo è una forma di violenza che ci allontana a forza dalla routine quotidiana, ci costringe a uscire dalla comfort zone che ci siamo affannosamente costruiti, ci investe con immagini e racconti disturbanti che ci interrogano…» che non posso che condividere. 

E concluderei proprio con un film presentato fuori concorso quest’anno a Venezia IL MAESTRO di Andrea Di Stefano, con Pierfrancesco Favino che alla conferenza stampa dice, «raramente ho interpretato un personaggio così apertamente perdente, ritrovando nel personaggio più di quanto immaginassi…». Favino, nelle sue parole, richiama l’urgenza del presente: la libertà di espressione, la necessità che il cinema torni a risvegliare coscienze, non a compiacere narcisismi. È questo il senso ultimo di un’opera che sceglie di raccontare la vita senza falsi eroi, restituendo dignità a chi non vince. Andrea Di Stefano firma un film che rifiuta la retorica della vittoria e preferisce la poesia della sconfitta. Un omaggio ai mentori imperfetti, a coloro che non insegnano la tecnica, ma il coraggio di perdersi.

La cultura non salva il mondo. Ma salva le persone. E sono le persone che possono cambiare il mondo.” 

Alessandro Baricco