Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2026
Cinema e vita in tempo di guerra
24 Settembre 2026

In un tempo in cui la complessità viene spesso semplificata, il cinema torna a essere un luogo dove le domande non vengono eluse, ma accolte

Il cinema continua a essere lo specchio più sensibile del mondo che abitiamo. Lo ha dimostrato con chiarezza l’ultimo Festival di Cannes 2026: dei ventidue film in concorso per la Palma d’oro, una parte sorprendentemente ampia ha scelto di raccontare guerre del passato, alcuni in modo diretto, altri attraverso metafore e trasposizioni. È un segnale preciso: per comprendere il presente, il cinema torna a interrogare la storia, usando il passato come lente per leggere le fratture, le paure e le tensioni del nostro tempo. Il filo rosso che attraversa questi film è la consapevolezza che la Storia non è mai un territorio neutro. Ogni epoca, quando viene raccontata, parla sempre anche del tempo presente in cui avviene tale osservazione.

Tra i film al Festival che hanno a che fare più direttamente con l’ambientazione bellica: Coward di Lukas Dhont, che racconta una storia d’amore tra due giovani soldati durante la Grande Guerra. Anche il cinema spagnolo presente con La Bola Negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi, liberamente tratto dall’omonimo romanzo incompiuto di Federico García Lorca, che attraversa l’era franchista e ne mostra le tensioni politiche e sociali, fino alle soglie della Seconda Guerra Mondiale. La Francia ha presentato due film storici, Notre Salut di Emmanuel Marre, ambientato durante il governo di Vichy, che indaga le contraddizioni morali e politiche della Francia occupata, e Moulin, film diretto da László Nemes, dedicato a uno degli eroi della Resistenza francese, che restituisce la complessità del movimento clandestino e il suo ruolo nella liberazione del Paese. A raccontare un’Europa divisa tra passato e presente Pawel Pawlikowski ha presentato il film Fatherland, un’opera potente che mette in dialogo le fratture del Novecento con quelle dell’Europa contemporanea, mostrando come certe linee di conflitto continuino a riemergere. Più recente è invece l’ambientazione di Minotaur, di Andrey Zvyagintsev, che segue il crollo emotivo e materiale di una famiglia russa durante l’invasione dell’Ucraina nel 2022, intrecciando la tragedia privata con quella politica.

Vorrei soffermarmi, in questo breve articolo, sul film francese Notre Salut (Un uomo del suo tempo) del regista Emmanuel Marre e il film Minotaur del regista russo Andrey Zvyagintsev che appartengono a tradizioni cinematografiche lontane, ma condividono un’urgenza comune: nel primo caso, interrogare il passato per capire il presente; nel secondo, mostrare come i conflitti, che siano quelli della Francia occupata o quelli della Russia contemporanea, continuino a proiettarsi nelle vite private. Sono film che non cercano la ricostruzione storica fine a sé stessa, ma usano la memoria come strumento critico, come lente per leggere le fragilità delle democrazie, le derive autoritarie, le tensioni che attraversano il mondo di oggi. È in questo dialogo tra epoche e sensibilità che il cinema dimostra ancora una volta la sua capacità di essere un osservatorio privilegiato del mondo.

Notre Salut è ambientato in Francia durante uno dei periodi più controversi e dolorosi della sua storia: il governo di Vichy, instaurato dopo la sconfitta del 1940 e collaboratore del regime nazista. Racconta la storia di una piccola comunità francese costretta a confrontarsi con la collaborazione, la paura e le zone grigie della sopravvivenza quotidiana. Al centro c’è un giovane funzionario locale Henri, che si muove in un territorio scivoloso: proteggere i propri cari significa accettare compromessi? Henri non è un eroe, ma nemmeno un cattivo. È un uomo comune, che cerca di proteggere la propria famiglia e di mantenere una certa stabilità in un periodo in cui tutto sembra crollare. Ma proprio questa normalità rende la sua figura così interessante: le sue scelte, i suoi silenzi, i suoi piccoli cedimenti mostrano come la complicità possa nascere non da un’adesione convinta al potere, ma dalla paura, dall’abitudine, dal desiderio di sopravvivere. E fino a che punto la responsabilità individuale può essere sospesa in nome della Storia? Emmanuel Marre fa un film profondamente personale ed è abilissimo, anche grazie al rapporto epistolare tra Henri e la moglie, a far emergere dettaglio dopo dettaglio la “banalità del male”. Uno degli aspetti più affascinanti del progetto nasce dalla sua origine intima: Marre ha dichiarato di essersi ispirato alla figura del proprio bisnonno e alla sua corrispondenza privata scritta durante la guerra. Nel film Henri ha lo stesso cognome del regista, Marre. Questa scelta conferisce al film una dimensione quasi documentaria che attraversa tutta la narrazione. Il film sembra sospeso tra finzione cinematografica e ricostruzione storica, grazie anche all’uso della macchina a mano e a uno stile volutamente realistico. La sensazione non è quella di assistere a un affresco storico, ma a un’osservazione ravvicinata di un uomo moralmente sfuggente che cerca disperatamente di adattarsi al potere. Non è da poco la prova attoriale di Swann Arlaud, che costruisce un protagonista difficile da amare ma impossibile da ignorare. Henri Marre è un personaggio pieno di contraddizioni: colto, manipolatore, fragile, ossessionato dalla propria sopravvivenza politica. L’attore riesce a renderlo umano senza mai assolverlo, lavorando su esitazioni, silenzi e ambiguità morali. È probabilmente la performance più matura e interessante della sua carriera, capace di sostenere quasi interamente il peso di un film lungo (155 minuti) e stratificato. Il montaggio si caratterizza per gli stacchi improvvisi che sottolineano come le parole della complicità – adeguarsi, cedere, tacere – si adattino anche al presente. Emmanuel Marre non cerca di ricostruire la Storia, ma usa Vichy come specchio deformante del nostro tempo, mostrando come le derive autoritarie non nascano mai all’improvviso, ma si insinuino nella vita comune attraverso piccoli cedimenti, silenzi, accomodamenti. La forza dell’opera sta proprio nella capacità di raccontare la banalità della complicità restituendo un mondo in cui nessuno è innocente e nessuno è del tutto colpevole. Il realismo sobrio, le scene d’interno, spesso claustrofobiche, costruiscono un senso di pressione morale costante. Il ritmo è misurato, ma la tensione cresce in modo sotterraneo fino a un finale che non offre catarsi, bensì una domanda: che cosa avremmo fatto noi al posto di Henri?

Dall’altra parte, con Minotaur, Zvyagintsev torna dopo anni di silenzio e sceglie di raccontare il crollo di una famiglia russa mentre, fuori dalla loro casa, esplode l’invasione dell’Ucraina del 2022. Il titolo rimanda subito all’idea di un labirinto. La casa, i corridoi, gli spazi quotidiani diventano un luogo in cui i personaggi si muovono come intrappolati, incapaci di vedere una via d’uscita. La famiglia sembra solida, quasi imperturbabile, ma gli eventi politici iniziano a incrinare tutto: il padre si lascia trascinare da un crescente fanatismo, la madre cerca una via di fuga da un clima sempre più soffocante e il figlio adolescente diventa il punto in cui si scontrano due visioni opposte del mondo. Il minotauro è il mostro che abita il labirinto di Cnosso, sull’isola di Creta, e che essendo figlio di Zeus riceve ritualmente vittime sacrificali. Se Galina e Gleb, i due protagonisti del film, non casualmente vanno in vacanza proprio a Creta, il Minotauro ovviamente abita in Russia ed è Vladimir Putin, entità che tiene prigioniero un intero Paese e che ha conformato una società nel segno dell’omicidio e del terrore. I protagonisti vivono immersi nel privilegio e non mettono mai davvero in discussione il proprio ruolo. Non c’è un vero conflitto morale: la guerra non li tocca, non li scuote, non li mette davanti a scelte difficili. A soffrire sono gli altri, i poveri mandati al fronte e le madri che li piangono in anticipo. La moglie non lascia il marito, il marito obbedisce alle autorità e conserva i suoi vantaggi. Galina e Gleb sono figure immobili: lei concentrata sulla cura della casa, lui sul potere e sul mantenimento del proprio status. Zvyagintsev aveva già affrontato temi simili nei suoi film precedenti. In Leviathan mostrava l’ingiustizia e la corruzione della Russia putiniana; in Loveless raccontava una società che aveva perso ogni capacità di empatia. Minotaur prosegue su questa strada, ma si concentra soprattutto sul modo in cui il potere schiaccia chi non appartiene all’élite. La regia è sempre di altissimo livello. Una delle scene più riuscite è quella al ristorante, con tre coppie sedute insieme: un momento che rivela, con grande precisione, i rapporti di forza e le insicurezze che attraversano quel mondo.

Guardando insieme Notre Salut e Minotaur, si ha la sensazione che il cinema europeo stia vivendo un momento di particolare lucidità. Non si limita a registrare gli eventi, ma li interpreta, li mette in scena, li trasforma in domande che riguardano tutti noi. Il passato di Vichy e il trauma recente dell’invasione dell’Ucraina diventano due specchi che riflettono la stessa inquietudine: cosa accade alle persone quando la Storia irrompe nelle loro case? Come si ridefiniscono i legami, le responsabilità, le scelte morali quando il mondo intorno si incrina?

Questi film ci ricordano che la guerra non è mai un fatto lontano e che, anche quando sembra confinata altrove, produce onde d’urto che attraversano confini, generazioni, immaginari. Ci ricordano che la memoria non è un esercizio commemorativo, ma un atto politico: un modo per non ripetere gli stessi errori, per riconoscere le zone d’ombra, per interrogare le nostre fragilità.

Quando arriveranno nelle sale italiane, probabilmente in autunno, Notre Salut e Minotaur offriranno al pubblico non solo due esperienze cinematografiche intense, ma anche due occasioni di riflessione collettiva. In un tempo in cui la complessità viene spesso semplificata, il cinema torna a essere un luogo dove le domande non vengono eluse, ma accolte. E forse è proprio questo il suo compito più prezioso oggi: aiutarci a guardare il presente con occhi più attenti, più critici, più umani.