Magazine Alternativa A Numero 1
Anno 2026
Chi l’avrebbe detto …
17 Marzo 2026

Ero un bravo bambino.

Né brutto né bello, né piccolo né grande: giusto, per la sua età, diceva la nonna Gina.

A scuola non davo fastidio. Nei giudizi della maestra, l’essere “rispettoso nei riguardi di insegnanti e compagni” faceva felice tutta la famiglia. La mia mamma, con un po’ di magone, sussurrava spesso che ero la sua consolazione. Un anno prima, nonostante la casa già stretta per quattro, un’ospite si piazzò lì senza chiedere niente a nessuno. Sentivo che la chiamavano poliomielite. Mi feci l’idea di una strega: da quando dicevano fosse arrivata, la Teresa sembrava trasformata in una bambola, immobile. Paralizzata per il medico, irriconoscibile per me. Aveva due anni.

Nella mia autonomia di bambino grande per forza, non mi pareva, comunque, di fare una brutta vita. Avevo abbastanza fantasia per inventarmi scappatoie e trovare nicchie affettuose dove nascondermi a spiare il mondo. Stavo talmente bene dentro quell’universo, tutto illusioni e colori, da farmi la morosa in prima elementare.

Ogni giorno un appuntamento. Un ritrovarsi. Mi piaceva da matti andare a scuola.

Ci andavo a piedi e, lungo muri vestiti di muschio, raccoglievo i pochi fiori messi lì tra i sassi per affidarli, poi, a mani che adoravo. In cambio di un sorriso. Tant’è che di giovedì e di domenica, quando si stava a casa, il mio arcobaleno sembrava spegnersi e tutto odorava come di nebbia.

In ogni cosa andavo a cercare la dolcezza e l’abbraccio di quella voce che m’incantava e apriva la porta di un sogno bambino. Chiuso nel mio segreto vivevo un amore a senso unico.

Ero cotto della maestra.

Una ragazza bionda, minuta. Al primo anno di insegnamento. Già vederla coi capelli svolazzanti era una meraviglia. Per tre anni di scuola materna, dalle suore, mi ero fatto l’idea che le maestre fossero tutte pelate: non ce n’era una senza cuffia o velo.

Mi imbambolavo quando raccontava di sé. Di quel suo vivere in un cascinale ai bordi dell’abitato, là dove il bosco finiva nel piano. Coltivava ortaggi che il padre, ogni giovedì, portava a vendere per il paese. Spingeva un carretto sgangherato, con ruote alte e ferrate. Faceva un gran rumore.

Badava anche a quattro mucche.

Io, non avevo neanche il gatto.

La mia bisnonna, però, aveva una bella vacca. La Carolina. Dava latte per tutta la famiglia e pareva adorarmi quando facevo aria per liberarle il naso dalle mosche.

Veniva facile fantasticare e immaginarmi tutta una vita insieme alla maestra.

Felice con quattro bestie più una.

Giorni, mesi in cui non fu difficile convincermi che la scuola fosse quanto stessi vivendo: imparare sognando ad occhi aperti. Un idillio. Lungo solo tre stagioni. L’estate, volata nell’attesa di tornare a quel bel vivere, mi lasciò il primo pesante insegnamento: la vita non è sempre quello che si sogna.

A ottobre, nell’aula della seconda, non trovai la mia maestra.

Una specie di gigante, coi capelli neri tirati a palla in cima alla testa e un grembiulone scuro lungo fino ai piedi, stava impettita a fianco della cattedra. Con lo sguardo sembrava frugare nei nostri. Tra le mani, girava e rigirava una lunga bacchetta di legno. Nera. Aveva la medesima posa del soldatino di cartapesta, armato di spada, che un cugino mi aveva regalato. Minaccioso e inflessibile.

Non raccontava niente di sé, né voleva sapere molto di noi. Refrattaria alla dolcezza, trasformò la mia gioia di imparare, nella fatica di imparare: impegno gravoso, con regole ferree e disciplina rigida.

Preoccupato che la velocità nella scrittura non fosse il mio forte, una mattina cercai di giocare d’anticipo e prima che lo ordinasse, piazzai una bella scritta Dettato in testa alla pagina. Giusto per sopperire alla lentezza. Accortasi del misfatto, «qui le mani» urlò di botto. Gliele misi davanti, palmo in su, convinto cercasse macchie d’inchiostro. Il bidello lo aveva da poco rabboccato nei calamai. Mentre chiedeva di rivoltarle sul dorso, continuavo a pensare fosse attenta alla pulizia, magari delle unghie. Quando la bacchetta nera cominciò a girare per l’aria fu chiaro che l’igiene non c’entrasse nulla e che presto le nocche delle mie dita avrebbero avvertito quel legno poco amico.

Tanto fu il dolore, ma più grande la delusione nel rassegnarmi all’idea che la maestra non ci volesse bene e che la punizione, qualora ci fosse, dovesse fare male.

Un’infinita tristezza.

Giorno dopo giorno, il mio universo tutto a colori andava virando verso un bianco e nero sbiadito, spento come il desiderio di andare a scuola. I fiori sui muri sembravano inutili, malinconici, persi lì tra il muschio verde. Anche il fiocco bianco, messo al collo della blusa, mi venne in odio. Cominciai a tenerlo floscio e trasandato. Fino a qualche mese prima era il mio orgoglio. La nonna l’aveva conservato per me da quando uno zio, poco più grande, era passato alle medie. Un fiocco, una storia. Col ferro da stiro, sempre caldo sui cerchi della stufa economica, mia mamma lo lisciava ogni sera.

Un mattino, bianco della neve di gennaio, la mia pancia, con cui condividevo qualche borbottio innocuo, cominciò a rumoreggiare in modo imbarazzante. Un baccano impossibile, accompagnato da crampi che non conoscevo.

Temevo che le budella, come diceva lo zio Berto per le galline, si stessero ingroppando.

Nemmeno immaginabile riuscire a stare composto sul piccolo sedile del banco di legno. Avrei anche pianto per quelle fitte, ma non era concesso. Qualche tempo prima, dopo l’ennesima bacchettata, il mio compagno di banco accennò qualche singhiozzo.

«Le bambine piangono» – tuonò la maestra – «non i maschi».

Finii dietro la lavagna a far sbollire la mia poco diligente irrequietezza, impegnato, fino alla prima campanella, nello sforzo di non farmela addosso. Fu l’inizio di un incubo che si sarebbe ripresentato puntuale ogni mattina. Non lasciava scampo: strappare alla maestra il permesso di correre in bagno o scapparci comunque. Per evitare il disastro.

A scuola scoppiò il caso: un bambino, tutti i giorni, rischiava di farsela sotto.

La direttrice, mio padre, la maestra, il medico condotto, tutti a dire la loro. Ipotesi, supposizioni, diagnosi: non se ne veniva fuori. Anche l’anziano bidello, che seguiva i momenti di ricreazione e mal sopportava i modi della nostra insegnante, volle dire la sua. Sentenziò trattarsi di apprensione.

Sufficiente per appiccicarmi l’etichetta di bambino timido. Emotivamente fragile.

La diagnosi e l’autore della stessa procurarono un certo scompiglio, tuttavia qualcosa di inatteso accadde. La maestra prese a improvvisare qualche sorriso. Cominciò a farsi partecipe delle nostre storie di casa o di strada. Anche la bacchetta, poggiata sulla cattedra tra quaderni e matite colorate, sembrava fare muffa. Tanto inutile che un giorno sparì. Le giornate tornarono ad essere fotografie colorate, di gioia e allegria. Il mio piccolo universo riprendeva a splendere di quella serenità che avevo conosciuto ma che temevo fosse stata rubata.

Tutto riprendeva a brillare. Tutto, tranne la mia pancia. Un chiasso di rumori sconcertanti continuava ad accompagnarsi alla solita, quanto esigente, impellenza. Se di timidezza si trattava, doveva avere colonizzato ogni cellula… soprattutto quelle dell’intestino.

Intanto la maga, che ormai con una certa confidenza era diventata la Polio, giocava pesante.

Mia sorella e la mamma partirono per un ospedale di Milano: un nome misterioso, Neurologico. Per qualche mese fui piazzato dai nonni. Scorrazzavo in Lambretta con gli zii, giovani e intraprendenti con le prime turiste, e cominciavo la giornata in modo nuovo, grazie ai gusti curiosi e golosi del nonno Pepino. Presi a fare colazione con un’abbondante scodella di tè. Ci nuotava una bella fetta di limone e i biscotti alle noci, fatti dalla nonna, si inzuppavano che era un piacere. Qualcosa di speciale. Una bevanda fino ad allora sconosciuta, per me che andavo sempre di caffelatte. Col pane messo a zuppa. Una bustina di polvere per ogni tazza, un lusso e un consumo che la nonna Gina mal tollerava. Provvedeva, allora, a farle asciugare dopo l’uso: una sfilata di bustine stavano appese lungo la mensola del camino. Per l’indomani.

In breve tempo, dall’inizio di quel vivere fuori casa, si compì la metamorfosi. Giorno dopo giorno, il subbuglio nel ventre andò spegnendosi, insieme al fastidioso corredo, lasciando spazio ad una nuova e rilassante sensazione di benessere. Con buona pace della maestra, svanirono anche irrequietezza e difficoltà a rimanere composto nel banco.

Che si stesse ridimensionando la timidezza?

Trascorsi due mesi, fu chiaro a tutti che non fossi più un bambino timido.

Ero guarito?

Nella soddisfazione generale della famiglia, qualcuno, che diceva di sapere di vino e di scienza, arrivò a confermare che il tè fosse un ottimo rimedio per curare il mal di timidezza.

Io ne incarnavo la riprova.

Passato un quarto di secolo, test allergologici dimostrarono una mia importante intolleranza a latte e derivati.

Chi l’avrebbe detto allora?