Magazine Alternativa A Numero 2
Anno 2026
“Chi controlla il presente controlla il passato” [1]: la Storia prêt-à-porter
9 Giugno 2026

Ovvero, il brutto vizio di chi è al pote di riscrivere la storia a proprio uso e consumo

Breve storia di un brutto vizio… che non è neppure tra gli ultimi vizi contratti dai potenti, anzi, al contrario, è uno dei primi, dei più vetusti. Fin da quando un tale, capo sovrano o padrone che fosse di un territorio, ha avuto bisogno di dimostrare che quel suo potere, oltre che sui suoi sgherri o sulla panzana del volere divino (che già non tutti si bevevano), poteva vantare un ben più solido fondamento. Una vera legittimazione, scaturita dal mito, dalla tradizione, dal retaggio. In fondo, la storia è nata così: dal mito alla memoria, una narrazione in qualche modo attestata, ma comunque confezionata a uso del committente [2].

Storia e politica sono andati a lungo a braccetto, le grandi storiografie greca e romana questo erano: funzionali a chi deteneva il potere; cosa mirabilmente dimostrata da Caio Giulio Cesare che, diffidando della mano altrui, ci mise direttamente la sua nel De bello Gallico e nel De bello civili, inaugurando il corposo filone letterario della memorialistica politica, ancor oggi in buona salute.

Poi, più gli organismi politici si consolidavano con la nascita degli stati nazionali, più cresceva l’asservimento della storiografia alla politica. Solo nel XVIII secolo, con l’Illuminismo, il legame si è allentato con la nascita di una storiografia laica, sganciata dalla politica e concepita come attività critica di impianto scientifico, incardinato sull’analisi delle fonti. L’Ottocento e il Novecento hanno poi fatto il resto, anche se non sempre in modo lineare, per il riscatto dall’originaria subordinazione e la costituzione in autonoma disciplina con un proprio statuto etico e scientifico.

Ma il vizio non si è estinto, è rimasto latente, soprattutto nelle plaghe più refrattarie all’assetto democratico del contesto politico. Tutte le autocrazie del Novecento ne hanno dato conferma asservendo in materia di Storia Patria tutto l’asservibile, insegnamento scolastico in primo luogo. Quelle del Ventunesimo secolo non sono da meno, Russia e Cina docent e gli USA sono ben avviati tra antiwokismo e un neonazionalismo che anche in EU ha fatto la sua parte.

Anche laddove l’impianto democratico dello Stato è radicato, qualche residuo dell’antico vizio persiste, quanto meno nei disegni di improntare ideologicamente la formazione delle giovani generazioni agendo, in primo luogo, sull’insegnamento della storia. Rimanendo a casa nostra, non poche delle molteplici piccole e grandi “riforme” dei diversi ordini e gradi della scuola italiana rivelano quell’intento. Un solo esempio recente: chi ricorda la riforma Moratti del 2003? Quella delle tre I – Impresa Inglese Informatica – per una scuola che, per meglio orientarsi al mercato del lavoro, puntava su un lodevole rinnovamento e allargamento delle lingue e delle materie scientifiche, ma a spese dell’area umanistica e soprattutto dell’insegnamento della storia considerata di utilità residuale.

A ben vedere, a casa nostra, non sono neppure necessarie grandi riforme legislative per coltivare l’antico vizietto, bastano quegli indirizzi ministeriali, definiti Indicazioni Nazionali, periodicamente emanati per orientare la didattica delle discipline dell’ordinamento scolastico primario e secondario.

Le Indicazioni Nazionali per l’insegnamento della storia del 2025

Le Indicazioni Nazionali emesse nell’estate del 2025 dal Ministero dell’Istruzione e del Merito per i contenuti e la didattica riguardano l’insieme delle discipline presenti nei primi gradi del percorso scolastico: Infanzia, Primaria e Secondaria di primo grado. Nulla che ecceda il normale aggiornamento, si direbbe ordinaria amministrazione, per l’insieme del parco disciplinare, ma, giunti all’insegnamento della storia, un sobbalzo è inevitabile. Perché qui non può sfuggire che non si tratta di un semplice aggiornamento, ma di un vistoso ribaltamento dell’impostazione precedente, quella su cui si era assestata, più o meno da mezzo secolo, la didattica della disciplina, figlia delle riforme che a partire dagli anni Sessanta del Novecento [3] e, in particolare grazie alle elaborazioni e alle sperimentazioni scaturite dopo il biennio ’68-‘69, avevano consentito di superare le troppe inerzie della scuola di matrice gentiliana fin lì conservate. Però, ecco ora, con la nuova iniziativa ministeriale, la storia “torna al centro (ma) non come sapere critico: come strumento di costruzione identitaria[4].

La cosa potrebbe stupire: come mai questo soprassalto e solo ora? Ma basta porre mente al colore politico dell’attuale governo, avere qualche infarinatura circa le preferenze in materia di concezione della Storia di quella parte, poi andarsi a leggere la sezione riguardante l’insegnamento della storia [5], magari dopo aver buttato un occhio alle sezioni introduttive, e l’arcano si svela nella sua ovvietà: l’idea di storia qui propugnata è tutta concentrata sulla tematica identitaria: “non c’è futuro senza Storia[6], “studiare più Storia significa studiare meglio l’identità italiana[7], scriveva il ministro.

E nemmeno è una novità, l’intero Novecento offre a piene mani esempi dell’esasperazione dell’idea identitaria da parte di autoritarismi e autocrazie. Ed è dall’inizio del nuovo secolo che ovunque, in Europa e nel mondo, la fronda identitaria delle destre politiche si propone come scudo contro la globalizzazione dominante e che il concetto di nazione è nuovamente piegato ad ammantarsi di questa connotazione: la terra, il sangue. Quale concreta utilità può avere oggi una formazione storica aggrappata alla nostalgia dello Stato-nazione in un mondo interconnesso e in un Paese che vive una crescente frammentazione identitaria? Le Indicazioni Nazionali per l’insegnamento della Storiaappaiono, perciò, quello che apertamente proclamano: un tentativo di correzione ideologica del processo formativo dei primi cicli scolastici, mediante l’uso esplicitamente strumentale della disciplina storica. D’altronde, quale altro campo di studio meglio si potrebbe prestare a questo scopo?

Breviario per una distrazione di massa

Come va orientato l’insegnamento della storia secondo le Indicazioni (forse prescrizioni?) ministeriali? Innanzi tutto, l’insegnante dei primi gradi scolastici proporrà la storia in chiave di “narrazione”, fluida, non troppo problematizzante, senza incepparsi in dettagli e particolari o in soverchi rovelli riguardanti l’impiego delle fonti. “Sul piano del metodo le Indicazioni propongono una contrapposizione netta tra narrazione e uso delle fonti (…) distinzione epistemologicamente fragile: la storia è narrazione, ma è una narrazione costruita su tracce, documenti, prove[8].

Quella raccomandazione contraddice pure quanto recita la stessa introduzione del documento ministeriale: la storia “non consiste nella raccolta dei fatti e nel metterli in ordine cronologico (…) la storia consiste nel pensare i fatti (…) nella loro origine, nei loro nessi, nelle loro conseguenze” [9]. E allora? Quale consapevolezza del percorso storico può dare il solo prodotto finito, cioè la narrazione, se non debitamente correlato dalla conoscenza del processo che l’ha generato?

È solo un retrocedere a quella cantilenante litania di nomi e date della narrazione che fu della mia maestra (madre-maestra, era una suora rosminiana) delle elementari negli anni Cinquanta. Il colpo di spugna alla miriade di micro-ricerche di storia familiare o locale venuta dopo che, correttamente, insegnava a capire come la storia sia, prima che racconto, ricerca e costruzione. Cui prodest? Le Indicazioni “propongono una visione della storia come racconto identitario, semplificato e pacificato, orientato a produrre riconoscimento e adesione piuttosto che interrogativi (…) Una storia che ambisca a essere formativa non può eludere il carattere problematico del passato[10]. Quindi adesione a una forma di pensiero, a una visione della realtà: per capirci, la chiamiamo ideologia?

Altro nodo critico è la contrapposizione tra storia nazionale e storia globale. Scontata l’ovvietà che nessun insegnamento scolastico della storia potrà mai essere la summa delle storie di tutti i popoli e di tutte le culture apparse sulla faccia della Terra, altrettanto insensato è pensare di chiudersi nel cortile di casa, soprattutto vivendo tempi in cui gli altri mondi già ci sono venuti in casa. Ma anche considerando che la storia globale “è un cambio di prospettiva che consente di leggere le vicende locali e nazionali all’interno di reti, di connessioni, scambi, conflitti e circolazioni che esistono almeno dal medioevo” e che “una storia chiusa entro confini identitari rigidi non è solo storiograficamente debole: è pedagogicamente miope[11].

Altra plateale dimenticanza è la dimensione di genere, la cui assenza inibisce un ambito prioritario di comprensione delle disuguaglianze presenti nella società. Le omissioni nelle Indicazioni ministeriali sono però molteplici: lavoro, economia, migrazioni, ambiente: esclusioni gravi, anche perché includerle “non significa ‘fare politica’ a scuola, ma riconoscere che ogni società è attraversata da rapporti di potere e da asimmetrie che la storia aiuta a rendere visibili. Privare gli studenti di questi strumenti significa renderli meno capaci di orientarsi criticamente nella realtà che vivono[12].

Le Indicazioni Nazionali avranno attuazione a partire dal prossimo settembre, per l’anno scolastico 2026-27 [13]. Malgrado il profilo che paiono disegnare sia quello dell’insegnante esecutore, poco rispettoso dell’indispensabile libertà e autonomia professionale, rimane comunque a lei o a lui il compito di interpretare queste “Indicazioni” in modo che dignità professionale e diritto degli allievi siano salvaguardati [14]. Anche perché “la rinuncia a interrogare i grandi temi, a misurarsi con la lunga durata, è una delle conseguenze del riflusso politico che accompagna la cultura presentista, e una delle ragioni della marginalità crescente della storia nel dibattito pubblico[15].


[1] George Orwell, 1984, Mondadori, Milano, 2013. Più precisamente, “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”, così è costretto a recitare Winston, il protagonista, su ordine di O’Brien, il suo persecutore, p. 255.

[2] Ricorrendo più all’omissione che alla manomissione: damnatio memoriae e cancel culture insegnano.

[3] Ricordiamo come emblematico inizio la nascita della nuova Scuola Media Unica nell’anno scolastico1963-64.

[4] Giorgio Caravale, Le indicazioni nazionali per l’insegnamento della storia, in Il Mulino, 4 febbraio 2026.

[5] Ministero dell’Istruzione e del Merito, DM 221/2025, Indicazioni Nazionali per il curricolo Scuola dell’infanzia e Scuole del Primo ciclo di istruzione, pp. 53-60.

[6] Si rilegga la nota 1.

[7] Citato in Giorgio Caravale, Chi controlla il passato – La storia nelle mani del potere, Laterza, Bari, 2026, p. 27.

[8] Giorgio Caravale, Le indicazioni nazionali, cit.

[9] Indicazioni Nazionali, cit., p. 54.

[10] Giorgio Caravale, Le indicazioni nazionali, cit.

[11] Ibidem.

[12] Ibidem. Poi, un’amenità: chi ha voglia di dare un’occhiata al testo delle Indicazioni (cfr. nota 4), a p. 57, potrà provare a capire cosa c’entri tra i personaggi storici, esempi di eroismo e di virtù civile, suggeriti per la scuola primaria, la “piccola vedetta lombarda”, che, come tutti sappiamo, è personaggio letterario del Cuore di De Amicis.

[13] Lo scorso 22 aprile il ministero ha reso pubbliche anche le Indicazioni Nazionali per i Licei, che è il necessario completamento per l’intero ordine secondario, ma che qui possiamo tralasciare, perché ciò di cui ci siamo qui occupati, l’insegnamento della storia nei primi gradi dell’istruzione, deve affrontare questioni che hanno un diverso e più incisivo impatto sul processo formativo degli allievi. Detto in modo sbrigativo, quella dei licei è tutta un’altra storia.

[14] Sempre in tema di raccontarla giusta ai bambini, qualche consiglio

[15] Giorgio Caravale, Chi controlla il passato, cit., p. 99.

Foto generata con Gemini AI