Magazine Alternativa A Numero 1
Anno 2026
C'è un libro giusto per tutti
17 Marzo 2026

Manuela Bertinato ci racconta l’evoluzione dei lettori tra crisi dell’e-book, resistenza ad Amazon e il ritorno inaspettato dei classici tra i giovani

Non è solo una questione di scaffali e copertine. Per Manuela Bertinato, la libreria è una bussola per orientarsi nei cambiamenti di un’epoca che corre veloce, ma che ancora cerca rifugio tra le pagine. Verbanese di origine e omegnese d’adozione, Manuela ha attraversato quarant’anni di trasformazioni del settore: dall’epoca d’oro delle grandi tirature alla sfida contro i giganti dell’e-commerce, fino alla riscoperta del libro come legame sociale e atto di resistenza culturale. In questa intervista ci racconta come sono cambiati i gusti, perché le donne restano il motore della lettura e quella sottile magia che scatta quando un “non lettore” trova, finalmente, la sua storia.

«Ho iniziato a lavorare in mezzo ai libri che avevo 14 anni – ci racconta Manuela Bertinato – mi occupavo della scolastica, che non era proprio una cosa stimolante da un punto di vista culturale, ma vabbè, questo è stato e la libreria è sempre stata il mio mondo. Tanti anni come dipendente, prima da Margaroli a Verbania e poi come ultima esperienza alla Ubik qui a Omegna. Oggi a 62 anni ho, dal 2011, una libreria mia che mi sono ritrovata, non tanto per scelta, ma perché si sono verificate tutta una serie di condizioni che mi hanno portato qui. La vita è un po’ anche quello che ci capita».

Tu verbanese di nascita, perché a Omegna?

Quando la realtà libraria per cui lavoravo ha chiuso, l’idea era dire: “Bene, apriamo a Verbania, apriamo un’altra libreria a Verbania”, perché Mondadori non era ancora stata aperta, c’era uno spazio economico-commerciale per poter aprire a Verbania e, essendo di Arizzano, era molto più comodo per me. Ma, passami il termine, mi sono sentita legata a questo territorio e mi sembrava che potesse essere deprivato di una cosa così importante. Mi sono sentita un po’ in dovere di non lasciare – non vorrei peccare di presunzione –  la città senza una libreria. Davvero c’è stato un sentimento di… non so come dire, di sociale, no? Sì, anche affezionale al territorio. E poi soprattutto la dimensione omegnese è una dimensione estremamente di paese, cioè è proprio una nicchia, un nido più protetto, che forse era quello di cui avevo bisogno.

Detto questo, presa la libreria c’è stata una crisi pazzesca dal punto di vista del libro, perché c’è stata un’impennata della vendita degli e-book; il momento topico è stato il 2010-2011, proprio il periodo in cui c’era stata la scalata di questo arnese che poi è rientrato. No, non ha attecchito, non è quello il nostro competitor. Il nostro competitor è Amazon, è la vendita online, come tutte le sezioni commerciali ormai. Noi siamo stati i primi probabilmente a subire questa cosa perché è facilissimo: tu devi comprarti un libro, vai su internet e in 24 ore ce l’hai.

In più la gente esce sempre meno volentieri. Omegna ha la forza del paesone e quindi questa cosa qui aiuta: c’è il cineforum e noi siamo quelli che vendiamo i biglietti, gli abbonamenti, vendiamo i biglietti del teatro. Quindi la libreria non è solo un luogo che vende libri, ma un punto di riferimento che aiuta a sostenere la cultura.

Da 14 a 62 anni di libri e di lettori ne hai conosciuti molti. Com’è cambiato il settore?

La vendita del libro è cambiata tantissimo. Ricordo che a fine anni ’90 e nei primi anni 2000 si vendevano, che ne so, 40 copie di Wilbur Smith, adesso se ne vendono 7.

Perché questo cambiamento?

Perché c’è l’e-commerce, il supermercato che li vende e la gente sceglie la comodità e il prezzo. Fortunatamente, da quando c’è stata la manovra Franceschini, c’è stata questa legge di tutela delle librerie e della cultura: hanno abbassato lo sconto al 5% anche sui canali e-commerce eccetera e questa cosa è stata la nostra salvezza. Perché comunque anche noi facciamo una tessera che dà il diritto al 5% di sconto e quindi fidelizza il cliente, ma quando gli altri canali di vendita facevano fino al 15%, la consulenza in più che come libraio offrivi non era sufficiente a garantirti il ritorno del cliente. Il prezzo faceva la differenza.

Oggi com’è quindi la situazione?

Dopo anni di crisi c’è stata una leggera ripresa. Per me, sembra assurdo, il momento più ricco della mia carriera da imprenditrice è stato durante il Covid, perché in quel momento la gente ha espresso un atteggiamento solidale nei confronti delle piccole realtà e della realtà cittadina. Quell’anno ho fatturato il 25% in più, nonostante abbia chiuso per quasi un mese la libreria.

Quindi le persone hanno letto di più?

È stato un periodo strano da tanti punti di vista, anche per la lettura. Ci sono state molte persone che si sono paralizzate: tanti clienti che erano forti lettori si sono bloccati. Molti altri invece hanno iniziato a leggere e sono diventati nuovi fruitori della libreria.

Nella quotidianità com’è il ménage di una piccola libreria di provincia? Si vive di cultura?

Abbiamo qualche colonna portante: primi fra tutti alcuni forti lettori che acquistano una media di un libro a settimana; in più ci siamo fatti una clientela di “gente di via” che, per esempio, d’estate viene da noi a scegliere i tre libri da leggere durante le vacanze, perché l’anno prima l’abbiamo consigliata bene. Insomma, c’è una buona fidelizzazione legata anche all’esperienza che mi sono fatta in questi 40 anni di libreria e che mi fa intercettare e comprendere i gusti dei miei clienti.

Un altro ambito con cui lavoriamo molto bene sono i bambini, soprattutto con gli albi illustrati. Si è sviluppata nel tempo, in genitori e insegnanti, una grande attenzione per i più piccoli, sin dalla primissima fascia di età.

A proposito di età, chi sono i peggiori lettori?

Secondo me — ma è proprio una statistica nazionale — la fascia tra i 9 e i 12 anni. Sono cambiati tantissimo anche i gusti e le esigenze. A 12 anni, ad esempio, soprattutto le ragazzine cominciano a leggere i Romance. Fortunatamente questi testi, che possiamo definire discutibili, hanno portato anche alla conoscenza di tantissimi classici perché all’interno delle loro trame (forse scritte con l’intelligenza artificiale) vengono citati grandi capolavori quali Orgoglio e pregiudizio, Jane Eyre, ecc.

E i lettori migliori?

La fascia più forte in assoluto è quella dai 2 ai 7 anni e poi si passa ai tredicenni, quasi esclusivamente donne.

Le donne fanno la differenza anche nelle altre fasce d’età?

Assolutamente sì. La maggior parte dei lettori forti della mia libreria sono donne, ma è un dato nazionale, non si scappa. Su dieci lettori otto sono donne, se non addirittura nove.

Ma i “non lettori” sono recuperabili?

Sì. Una cosa che dico sempre, e che è stata sicuramente avvalorata dalla mia esperienza, è che c’è un libro giusto per tutti, anche per chi non legge. Quando un non lettore torna a dirmi “mi è piaciuto tantissimo, mi dia qualcos’altro”, quella è la più grande soddisfazione per un libraio. È facile consigliare un libro a uno che legge, che è onnivoro, che legge 10 libri al mese; ma se tu riesci a cogliere un interesse in chi non legge, lì senti che hai fatto bene il tuo lavoro.

Penso ad alcune mamme che un po’ infastidite mi dicono: “Eh, ma mio figlio legge solo i manga”. Va benissimo! La lettura è un processo difficoltoso perché implica un impegno che non è naturale, è una fatica. È importante che nei più giovani si instilli l’abitudine, che tutti i giorni abbiano voglia di andare avanti per quelle dieci pagine per vedere come va a finire… poco per volta si appassioneranno ad altro e saranno sempre più voraci e curiosi. E in quel momento potrai — genitore, insegnante o libraio — proporgli altro. Oggi abbiamo autori per ragazzi meravigliosi: Galliano, Bussola, Geda, solo per nominarne alcuni.

Torniamo ai lettori adulti. Come fai a consigliare un libro a un cliente che non conosci e qual è il libro che hai consigliato di più?

Una domanda che faccio sempre a chi mi dice “mi consiglia un bel libro?” è: “mi dica gli ultimi tre libri che ha letto e che le sono piaciuti”. Questo mi aiuta a contestualizzare il lettore.

Per quel che riguarda i più consigliati, di sicuro, primo fra tutti c’è Follia di McGrath. Però anche Dentro soffia il vento di Francesca Diotallevi, che è una bellissima narrazione, delicatissima, tratta da una storia vera; o Le luci nelle case degli altri di Chiara Gamberale, che ho amato tantissimo, uno dei suoi libri più belli.

La gente è condizionata dai premi letterari?

Sì, tantissimo. I premi letterari stimolano molto i lettori. Poi c’è un altro “influencer” nelle scelte di chi legge: i social network. Spesso vengono chiesti titoli insoliti suggeriti da qualche personaggio più o meno noto sul web. Tra questi ci sono molte autopubblicazioni che personalmente non apprezzo molto. Ritengo che essere selezionati da una casa editrice sia fondamentale. Poi, sappiamo che ci sono autori famosissimi che sono stati scartati da celebri editori – per tutti cito Calvino e Moravia – per essere poi “scoperti” anni dopo.

Per chiudere la riflessione, va anche detto che ci sono libri autoprodotti che non vendono una copia e altri che ne vendono tantissime, così come alcuni pubblicati da grandi editori vendono 10 copie in tutta Italia. Ci sono però case editrici che sono una garanzia, ad esempio Einaudi e Adelphi: aziende serie che non sbagliano una selezione e scoprono autori nuovi e interessanti. Cito per tutte Coco Mellors e il suo splendido Le sorelle Blue.

In questo tempo in cui siamo bombardati da una TV che propina ogni giorno “storie vere” come se fossero fiction, questo gusto per “gli affari degli altri” c’è anche nei lettori?

Purtroppo, sì. Ci sono tante persone che vogliono la storia vera, dicendo che si immedesimano di più. A mio avviso, invece, è proprio la magia della storia, anche se di fantasia, che ti aggancia e ti fa domandare “ma sarà vero?”. Per fare un esempio, provate a leggere L’avversario di Carrère e poi ne riparliamo.

A proposito di “verità e conoscenza”, la saggistica che spazio ha fra i lettori?

Rispetto alla saggistica che si vendeva negli anni ’70-’80, quando il movimento politico era più vivace, oggi si vende pochissimo. Ci sono persone “più impegnate” che fanno qualche richiesta particolare; i più chiedono Nicola Gratteri, Federico Rampini, Enrico Deaglio: personaggi più noti e televisivi.

Cos’è che si legge tanto?

Il settore in assoluto più venduto è il giallo. Abbiamo lettori di gialli molto raffinati che amano autori come il francese Olivier Norek. Poi ci sono autori italiani molto amati: Donato Carrisi, Davide Longo, Cristina Cassar Scalia.

Questa scelta vale sia per gli uomini sia per le donne?

Il giallo piace a tutti. Il pubblico femminile è anche molto attratto dalle saghe familiari. I fenomeni più eclatanti degli ultimi anni sono stati Elena Ferrante con il ciclo iniziato con L’amica geniale e Stefania Auci con I leoni di Sicilia. Poi ci sono letture come La levatrice di Bibbiana Cau o Come l’arancio amaro di Milena Palminteri, che stanno raccogliendo molti apprezzamenti. Le storie al femminile piacciono sempre molto alle donne, anche in versione giallo. Maurizio De Giovanni, ad esempio, ha scritto una serie di noir con protagonista Sara Morozzi, ex poliziotta dei Servizi segreti, che piace molto anche per la sua connotazione psicologica, che li rende diversi dai classici gialli.

Il mondo delle fiction attrae verso il libro? Mi vengono in mente personaggi come Rocco Schiavone…

Antonio Manzini è in assoluto uno degli autori più venduti degli ultimi 15 anni. Da quando è uscita la serie è letteralmente esploso: se prima vendevamo 7-8 copie, oggi ne vendiamo 25-30. Al contrario, quando propongono dei film tratti da libri che magari ripubblicano con la copertina del film, quello non funziona molto in termini di vendite.

Quanto la letteratura contemporanea è specchio del momento che si vive?

Molto! Oggi è tutto molto velocizzato. Il contenuto del racconto deve essere ricco, deve sempre accadere qualcosa. Siamo lontanissimi dalle descrizioni dei classici dell’800, ma anche da tanta letteratura del ‘900. Siamo una società ad altissimo consumo e lo siamo anche nel ritmo che devono avere le storie. Ma non si può generalizzare, anche perché se guardiamo alcune ultime uscite di nomi celebri come Dan Brown o Ken Follett, sono volumi di 700/800 pagine. Quindi il lettore ha voglia di “starci dentro”. Mi fa molto piacere, però, il ritorno ai classici delle nuove generazioni. Ci sono tanti ventenni che mi chiedono Dostoevskij o Sciascia.

Quindi il libro ha sempre una speranza, non passerà mai di moda?

Io sono convinta di no, perché il libro ha qualcosa che tutto il resto non ha e soprattutto che non hanno il computer o lo smartphone. È chiaro che la tecnologia ci ha distratto molto, ci ha portato via il tempo libero, ma quella sensazione di sdraiarsi all’ombra di una pianta a leggere fra le righe di un libro quello che hai bisogno di sentirti dire, quella vibrazione, quell’emozione lì, non la trovi da nessun’altra parte.