Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2026
Bosnia
24 Settembre 2026

“Questa è la terra dei sogni”

A volte la bellezza ti colpisce inaspettata, lasciandoti quasi inebetito, ma incredibilmente vivo. È il caso della strada che, partendo da Banja Luka, sfiora prima il canyon del fiume Vrbas e la sua spettacolare ansa a 360°, per poi continuare verso sud salendo fino a uno sconfinato altopiano dove si ha la sensazione di essere in cima al mondo. Un dolce saliscendi tra prati verdi, boschi e angoli resi ancor più magici dalla luce del pomeriggio che va sfumando nel crepuscolo.

Altre volte il fascino è strettamente correlato alla Storia, quella con la esse maiuscola, come nel caso dello Stari Most, il ponte di Mostar: ricordo ancora nitidamente quando, la mattina del 9 novembre 1993, venne distrutto dalle forze croato-bosniache, diventando l’icona delle guerre iugoslave. Oggi, questo ponte ottomano del XVI secolo, ricostruito nel 2004, è un fluire ininterrotto di turisti che, con il loro passeggiare, ne hanno levigato la pavimentazione a rilievi. Dalla sua arcata, alta ventiquattro metri, si tengono gare di tuffi riprendendo una tradizione secolare, oggi vietata visto che, a causa dell’altezza e della temperatura delle acque del Narenta, è pericoloso lanciarsi senza un’opportuna preparazione. Sembrerebbe una bellissima storia quella di un ponte distrutto da una guerra, ricostruito e ora divenuto attrazione turistica e pieno di vita, ma la realtà racconta che le due parti della città, i musulmani a est e i cattolici a ovest, sono ancora separate e l’auspicata integrazione rimane, per ora, un sogno.

Sarebbe riduttivo limitare lo splendore bosniaco a questi due luoghi. Tutto il paese è ricco di storia: con fortezze, come ad esempio quella di Stari Grad nel villaggio di Bosanska Krupa, o luoghi di culto come Blagaj Tekke, un monastero sufi del XVI secolo, incastonato sotto una parete di roccia e affacciato sulla sorgente del fiume Buna. Ma ciò che più mi ha colpito è il cuore verde di questa terra, gli ampi spazi selvaggi, la quantità di fiumi, laghi e cascate.

Spettacolari le cascate di Štrbački Buk dove, camminando su passerelle, si può ammirare lo scorrere tumultuoso del fiume Una, meta degli appassionati di rafting. Quelle di Bliha, alte cinquantasei metri, generano un corso d’acqua completamente immerso nel bosco: purtroppo c’era poca acqua, ma l’atmosfera era davvero incantevole.

Iconici e imperdibili i mulini sul Lago di Pliva: questa ventina di piccoli impianti del XVI secolo, interamente costruiti in legno senza l’ausilio di chiodi, graffette o quant’altro, formano un complesso di straordinaria bellezza. Piccoli, per sfruttare al meglio la portata limitata dell’acqua, appartenevano ognuno a una famiglia che li usava per macinare il grano.

Un capitolo a parte merita Sarajevo, la capitale, anche lei nei miei ricordi legata a doppio filo alle guerre iugoslave e, nel caso qualcuno se ne scordasse, le Rose di Sarajevo sono lì a risvegliare la memoria. Sparse nel centro, sono piccoli crateri dei bombardamenti riempiti con resina rossa, a imperitura memoria di quanto è accaduto. A dimostrazione di quanto sia ancora forte il ricordo, sono gli stessi cittadini che provvedono a rinnovarle, quando si sbiadiscono per il calpestio o per lo scorrere del tempo.

La memoria è un filo conduttore. Musei degli orrori della guerra: il Tunel Spasa, scavato durante l’assedio del 1993 e ora museo storico, ma anche la copia dell’automobile su cui, il 28 giugno 1914 l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia vennero uccisi da Gavrilo Princip, dando inizio alla serie di eventi che portò alla Prima guerra mondiale.

Sarajevo è anche definita la Gerusalemme d’Europa: un luogo dove, in poche centinaia di metri, si incontrano moschee, chiese, sinagoghe e dove la convivenza religiosa ha permesso a fedi diverse di condividere spazi comuni.

Naturalmente questo non ha impedito ai quartieri cittadini di avere impronte ben precise. Baščaršija è il centro storico più antico, di epoca ottomana. Un dedalo di vicoli dove risuona, senza soluzione di continuità, il martellare dei ramai, l’odore del caffè, la confusione dei turisti, il vociare delle botteghe, il caos dei ristorantini, in un’atmosfera che, pur nel suo essere turistica e commerciale, mantiene un fascino senza tempo. Un angolo di tranquillità lo si può trovare nella Moschea Gazi Husrev-beg, il più grande edificio islamico bosniaco.

Usciti da Baščaršija è sufficiente attraversare il Ponte Latino – di fronte al museo dove è conservata la macchina originale dell’attentato – per trovarsi nell’architettura tipica di qualunque città che appartenne all’Impero austro-ungarico, dimostrando ancor più la poliedricità di questa città.

Sarajevo è una pausa culturale, storica, culinaria nella quale si concentrano le diverse anime di questo paese dove è bello abbandonarsi.

Agli occhi di noi due su una moto, la Bosnia è apparsa come una meravigliosa scoperta, un mondo da ammirare da un nastro d’asfalto o da scoprire immergendoci nella sua natura, ma anche un paese in cui la stoltezza umana ha saputo dare il peggio di sé, come Borislav Mitrović ha saputo sintetizzare con la sua arguzia: «Ovo je zemlja snova. Noćne more postale su stvarnost.» (Questa è la terra dei sogni. Gli incubi diventano realtà.)