Magazine Alternativa A Numero 2
Anno 2025
Bello dolce, ma non troppo
3 Giugno 2025

Per entrare, chinavo la testa. L’ingresso era angusto e tanto basso perché l’inverno se ne rimanesse fuori. Arrivata sulle spalle del vento, una bella carica di neve stava lì appiccicata al vecchio portone: assi di larice appena sgrossate, lisciate dal tempo e dall’uso. La scala, coi gradini tutti scompagnati, scricchiolava ad ogni passo. Facevo quelle balze due per volta, tranne una, per non sentirle cantare. In cima ai tredici scalini, un portico basso. Aperto su tre lati dava aria e copertura a poche pannocchie di granturco, appese alle travi tarlate, nell’attesa di essere consumate. Una cucina e una stanza di un certo respiro erano la casa dove la Rosa e la sua zia vivevano: da quando erano venute al mondo. Il camino, con la grande cappa appesa al soffitto annerito, dava alloggio a due panche, una per lato, dove piazzarsi per rubare un po’ di caldo al fuoco. Tutto, lì dentro, era diventato famigliare, anche se qualche preferenza l’avevo: la piccola sveglia delle “Caramelle Monte Zeda” con l’ora ferma a chissà quale anno, una gondola di Venezia col gondoliere senza testa, e un Padre Pio benedicente che, a fianco della bottiglia di Marsala all’uovo, sembrava controllare ogni mio movimento. Da tempo ci andavo un giorno sì e l’altro no: la Giovanna, 97 anni e un pezzo trascorsi lassù in cima alla valle, aveva una superazione in una chiappa. Erano tempi in cui la terapia iniettiva richiedeva un rituale ben preciso che prevedesse la bollitura. Siringhe in vetro bianco satinato e aghi, testa in ottone lucido e stelo d’acciaio, andavano sterilizzati ad ogni uso. Riposti in una scatoletta di alluminio colma d’acqua e messa sul fuoco, stavano lì a borbottare e tintinnare per un po’. Era quel po’ a fare la differenza. Fretta, abitudine o scarse conoscenze, andavano a compromettere un’operazione che, invece, avrebbe richiesto tempi precisi: la sterilità aveva le sue pretese. L’idea che alla vecchietta, oltre a un farmaco, fosse stata iniettata qualche bestia microscopica sfuggita alla cottura era più che plausibile. L’evidente raccolta ascessuale e la temperatura, alterata da giorni, non lasciavano dubbi o permettevano indugi: c’era da bonificare al più presto. La soluzione era pronta e a portata di mano: l’ospedale di fondovalle. Ipotesi semplice, fattibile ed efficace. Così sembrava e, con un dialetto bello forbito e l’aria di quello che le cose le sapeva, spiegai il da farsi. Aperto lo zaino, mi attaccai al radiotelefono. 

Sì, il radiotelefono, non il cellulare. Di mobile o smartphone non si parlava ancora. C’era quel prodigio della tecnica. Acquistato in Svizzera, e portato in Italia di contrabbando al prezzo di un brivido alla dogana, sparava nell’etere le mie telefonate. Fino a quindici chilometri. L’elettronica “in divenire”: un ponte radio collegava il ricevitore al telefono di casa dove, sul tetto, campeggiava un’antenna alta quattro metri. Ben in vista, purtroppo, ma la bufala di poter ricevere RAITRE, che nei dintorni non vedeva nessuno, resse finché non me ne andai dal paese. 

Neppure il tempo di mettere assieme, sulla grossa tastiera, il numero breve della Croce Rossa che la voce, solitamente dimessa e un po’ stridula della Gio’, esplose in un NOOO tanto profondo quanto fermo e volitivo. Poi, con due lacrime che per la prima volta vidi scivolarle tra le rughe, prese a raccontarmi uno scampolo della sua vita. Senza mollare un attimo di guardarmi fissa negli occhi.

Non aveva mai lasciato quella casa se non per andare all’alpe ogni primavera, quando la neve, diceva, “lasciava respirare l’erba”. Alpe da cui il padre, in una stagione magra, non fece ritorno. Se lo portò via un’appendicite a quarant’anni compiuti da poco. Il medico ci andò, ma non per tempo. “E io – disse – vecchia come sono dovrei lasciare il mio letto per andare chissà dove? Non ho paura di morire. Pu vess l’è anca gnü al me mument” (Forse è anche venuto il mio momento).

Mai salita su un mezzo a ruote, che fossero due o quattro, a trazione animale o meccanica, aveva fatto conto, per tutta la vita, solo sui suoi piedi: affidabili e compatibili con gli orizzonti di quel mondo. Un’infinità di chilometri e pedü consumati per portare nei mercati, da una valle all’altra, gerle di castagne e mirtilli o panetti di burro. Tra i ricordi di quand’era ragazza, aveva ben presente la corriera: ma la memoria era limitata all’autista. Un giovane biondo, il Berto, che si era preso qualche confidenza con lei nei momenti di sosta, là sul piccolo piazzale in fondo alla strada.

Portate a casa le dritte di un collega esperto, e ben rifornito di materiale chirurgico, decisi di operare. Con la Rosa al fianco travestita da infermiera e tanto agitata da non smettere di parlare un minuto, mi sentivo sicuro e pieno d’orgoglio per la fiducia che le due donne riponevano in me. L’intervento riuscì, comunque, senza troppi disagi o imprevisti. Non potendo disporre di un servizio infermieristico, mi toccarono tutte le medicazioni: metri di garza iodoformica da infilare in quella caverna, a cadenza regolare, con la Giovanna che non diceva un beh … La vita l’aveva addestrata a ben altro. Era un inverno pesante ma, nonostante quel vincolo complicasse giornate già incasinate, amavo ritornare per quei controlli. Mi metteva di buon umore pensare all’odore del disinfettante, misto a quello del caffè, che ogni volta mi veniva incontro. Se la nipote, terrorizzata dalle mie storie sui microbi, spandeva alcool denaturato per ogni dove, con altrettanta esagerata abbondanza preparava un caffè così gustoso e forte da premiare ogni fatica. Il caffè dul pariulin. Un metodo, una tradizione. L’abitudine di fare il caffè senza la moka: di sicuro qualcuno la usava, ma di caffettiera, su per quelle montagne e per un certo tempo, se ne parlava solo in certe case. Un modo democratico, accessibile a tutti, per preparare una bevanda che desse calore all’ospitalità e alla convivialità. Accanto alla brace del camino, ul pariulin – il pentolino – era sempre pronto. La Rosa, con orgoglio, e “un po’ di superbia” aggiungeva la Gio’, puntualizzava che fosse tutto caffè: niente cicoria o polvere di ghiande come capitava in casa di chi non poteva. In più, arricchiva la mia tazza con un bel po’ di grappa: per “combattere l’urto della caffeina”, diceva con una certa retorica. Chissà dove l’avesse sentita ‘sta cosa. Forse alla radio, colonna sonora di quelle vite. 

Il buon caffè che, con saponetta Palmolive sempre nuova, catino d’acqua calda sulla tavola e asciugamano di canapa filata, chiudeva, in quella casa, la liturgia di ogni visita. Il rituale prevedeva che fossi obbligato a gustarlo comodo seduto sul letto, a fianco della Giovanna che, scettica sul mio desiderarlo amaro, non capiva perché “uno giovane aveva paura della diabete”. La sua tazzina, invece, era sempre ben zuccherata.

Ci vollero un mese e diciotto giorni perché la chiappa tornasse come nuova e lei riprendesse la sana abitudine di tirarsi in cucina a cercare gianduiotti nella credenza. Ne mangiava due ogni notte, “per dormire più meglio”, diceva.  Giunse il momento per l’ultimo di quei controlli, diventati tanto consueti che anche lo sguardo del Padre Pio benedicente sembrava avere un’aria più compiaciuta e meno sospettosa. Al momento del commiato, dopo le ultime raccomandazioni alla nipote, passai ai saluti e ai complimenti per la Giovanna, finalmente guarita. Come sempre, prima di lasciarci, chiese che mi sedessi sul letto e che prendessi un caffè con lei. Era sera e l’idea che sarebbe stato il settimo della giornata, uno per ogni domiciliare, non mi prendeva bene. Cercai di svicolare con la promessa di una visita l’indomani. “No no – disse – domani sarà tardi”. Non capivo: tardi perché? “Domani – aggiunse – non ci sarò”. E dove sarebbe andata visto che non aveva voluto spostarsi nemmeno per l’ospedale? Continuavo a non capire. 

“Non ci sarò perché domani sarò morta, voglio morire” – concluse con un sorriso luminoso e pieno di affetto. Pensai ai farmaci e a qualche effetto collaterale sulla sua lucidità: antibiotici ne avevamo usati in abbondanza. Ci stava. La misi sul ridere, facendole presente che, dopo tutto il lavoro fatto e quell’andirivieni, finirla così non sarebbe stata una bella storia. E poi, perché? 

Appoggiate entrambe le mani al materasso e, tese le braccia, con una spinta sorprendente si mise, bella diritta e quasi impettita, appoggiata ai due cuscini. Dopo aver lisciato per bene il lenzuolo rimboccato sulle gambe e sistemato con calma il bordo di pizzo, continuò: “Il caffè della Rosa non è più buono come una volta; anche se dolce sembra acqua fresca. Con una broda così, tanto vale morire. Prendiamone ancora uno insieme e poi tanti saluti”. 

Con insistenza, quasi pregando, mi fece mettere lo zucchero: cinque cucchiaini perché fosse “bello dolce, ma non troppo”. Con un abbraccio, e un “grazie” sussurrato, mi regalò una carezza. 

Lo squillo del telefono fece da sveglia. Fuori, ancora buio.

Era la Rosa.

La Giovanna da pochi minuti aveva chiuso gli occhi, senza più riaprirli.

Dopo un caffè.

Questa volta, amaro.