“Quando eravamo a Phnom-Penh gli abitanti cambogiani e vietnamiti ci chiamavano gli indiani, mentre i cinesi semplicemente Aukuì che significa i diavoli neri. Aukuì, Aukuì colonna sonora della nostra vita quotidiana”.
Fatima, protagonista e voce narrante, che nel libro assume il nome di Ayan, sta viaggiando su un treno che dal lago Maggiore la condurrà a Milano per incontrare un editore che forse pubblicherà il suo libro. Una musica degli anni sessanta che si sta diffondendo nella carrozza la riporta a ricordi lontani, ai suoi 18 anni, alla vita trascorsa a Phnom-Penh, dove è nata e vissuta con i suoi genitori e con i fratelli fino all’età di 18 anni.
Quelle note fanno esplodere in Ayan la memoria del suo passato, dapprima in Cambogia, poi in Somalia e infine in Italia, attraverso una peregrinazione che sembra infinita. Cinquant’ anni di vita, durante i quali si alternano guerre, povertà, dolori, attese, nostalgie e sogni, e le sue tante azioni dettate dalla continua ricerca di un luogo che sia realmente ospitale per lei, uno spazio nel quale potere finalmente emanciparsi dalla bambina che è stata e riconoscersi in una donna libera e responsabile di sé.
Ai ricordi familiari e personali fanno eco sensazioni ed emozioni legate ai luoghi nei quali ha vissuto, ambienti fatti di popoli e di culture, in grado di plasmarne gli abitanti. Così, nonostante una guerra civile in atto in Cambogia, quella stessa terra è molto generosa con la famiglia di Ayan, consentendole una vita quotidiana serena e all’interno di un contesto di valori umani profondi.
Altrettanto importante l’influenza dell’ambiente somalo sulla famiglia e sulla stessa Ayan. Più cupa è però la descrizione della loro vita in Somalia, dove la famiglia è afflitta da difficoltà economiche e la protagonista sembra affrontare esperienze più difficili. Eppure la Somalia è un terreno fertile per Ayan, un terreno dove la stessa, divenuta maggiorenne, può sperimentare che cosa sono le aspirazioni, riconoscere gli obiettivi realmente importanti per lei e applicarsi fortemente per perseguirli. A Mogadiscio, la sua prima situazione lavorativa presso un’emittente radio, dove Ayan cura, in lingua francese, un programma sulla vita culturale del Paese, rappresenta per lei un’occasione importante di crescita personale.
Il sogno di Fatima, studiare in Europa, o partire per l’Italia dove c’è un lavoro che l’attende, dovrà scontrarsi con le intenzioni di un padre, estremamente protettivo, che in lei vede soltanto una giovane figlia disarmata e portatrice di disabilità.
Questo padre onnipresente sembra essere il personaggio chiave nella vita di Ayan: autoritario e fortemente legato alle tradizioni, ma molto amorevole, per anni condiziona il destino della figlia, rendendosi responsabile dei frequenti contrasti tra di loro. Eppure questo rapporto, pur nella sua complessità, è stato necessario per Ayan, che vi ha attinto la forza per diventare la donna che è ora.
Soltanto dopo la morte del padre, Ayan riesce a partire e sceglie la destinazione Italia, in cerca di lavoro e di una nuova vita. L’Italia, per chi arriva dal “terzo mondo”, viene vista come un “altro pianeta”, dove per una straniera sopravvivere è più facile che vivere. Quando Ayan ritorna a Mogadiscio per trovare la famiglia, la sua riflessione “L’immigrato che ritorna a casa per ritrovare i famigliari racconta solo cose belle del paese che lo ospita. I problemi dalla sopravvivenza, la ricerca della casa, il lavoro, la terribile nostalgia, la solitudine, sono già dimenticati, sepolti in fondo alla memoria. E così il miraggio della vita facile in Europa continua a coltivare i sogni nella mente di chi desidera partire.” non può essere più appropriata.
Nei primi tempi in Italia la sua vita è difficile, Ayan non ha un’abitazione e fortunatamente viene ospitata in casa di amici, in una soffitta spoglia e priva di riscaldamento, ma piena di voci e canti.
Lo scenario cambia di nuovo e l’ultimo capitolo ritrae una Ayan serena, in vacanza a Creta, in compagnia del marito italiano e dei tre figli.
Le pagine finali del libro ci riportano all’ultimo periodo di vita raccontato, quando il passato di Ayan sembra lontanissimo, e lei è pronta a girare un’altra pagina del proprio libro, perché sta per diventare nonna. Si chiude così un cerchio apertosi nel primo capitolo quando, sul treno, la protagonista riceve una telefonata inattesa.
Ecco le parole che celebrano la nascita di Thomas: “La calma interiore si trasforma in ali, centinaia di ali giganti, mi alzo con leggerezza pronta a volare, intorno a me non ci sono più pareti, né sedie di ferro, spuntano da chissà dove spazi immensi, colline dietro colline e ancora sagome di colline in lontananza, ed in cima a tutto ci sono io, io granellino di sabbia della Cambogia che il mare ha depositato in Italia, io che ho pagato i miei debiti a questa vita, malgrado tutto meravigliosa e piena di sorprese, io che vado incontro ad una nuova generazione”.
Nel racconto appassionato di quegli anni vissuti in famiglia, protagonisti sono gli affetti, le gioie, i dolori, le avversità, le relazioni umane, spesso complesse, i diversi modelli culturali, che si intrecciano con i gravi eventi della storia, così come con avvenimenti personali e quotidiani. A questi temi si aggiunge la malattia che affligge Fatima fin da piccola, la poliomielite, complicata da un pessimo intervento chirurgico subito in Cambogia. Malattia che pur essendo causa di frustrazione e di ostacoli sia nell’età infantile che in quella adulta, resta sullo sfondo, come un argomento trascurabile.
La disposizione narrativa si sviluppa attraverso continui flash back che intrecciano presente e passato in un collage vivace e brillante, rendendo la lettura leggera e facile.
La scrittura, spontanea e urgente, di questa autobiografia è dettata dalla necessità dell’autrice di liberarsi di un fardello impegnativo e risponde ad una vocazione sfidante, quella di liberare il suo tesoro personale, il suo vissuto, perché altri ne possano beneficiare. Un vissuto da trasmettere ai suoi fratelli e sorelle, per mantenere viva la memoria di una cultura comune, per sentirli vicini anche se lontani, per offrire speranza e consolazione alle loro sofferenze. Un patrimonio di sapere e di fare che ha voluto condividere anche con quel mondo, ancora troppo affollato, di persone fragili, senza risorse, vittime di pregiudizi, di guerre e povertà, tutte in fuga dalle proprie prigioni.
Dentro questa scrittura apparentemente semplice c’è anche altro, c’è la voce di chi, in esilio, vuole e deve essere ascoltato, c’è l’urgenza di parlare dei sentimenti, delle emozioni, c’è una profonda riflessione sulla propria identità, c’è la lotta per ritrovare o costruire un nuovo sé, per riempire un vuoto, un’assenza della terra di appartenenza. Per l’esiliato scrivere può essere liberazione e strumento di resilienza, ma anche il tentativo di ristabilire un legame con il mondo e con se stesso. Comunicare poi attraverso la lingua del Paese che accoglie, può essere una forma di fiducia in quello stesso Paese e di affidamento alla sua gente.
Fatima Ahmed, giunta in Italia nel 1973, dopo qualche anno inizia a scrivere, cimentandosi per la prima volta nel campo letterario. Vent’anni di lavoro prima di concludere il libro come lo leggiamo noi oggi, vent’anni perché, essendo la prima stesura in francese, lingua che non le avrebbe garantito l’interesse di un editore, né la pubblicazione, Fatima deve ripartire da zero, adottando l’italiano.
È stata Fatima stessa, che ho conosciuto subito dopo aver letto il suo libro, a parlarmi di sé con grande sincerità. Il nostro incontro mi ha aiutato a comprendere meglio il suo profilo e il suo percorso, il processo creativo e le sue prospettive. Conoscerla, nella sua casa isolata in mezzo al bosco, tra numerose piante di banano che le ricordano la sua Cambogia, è stata per me un’esperienza importante e speciale. Ascoltandola ho percepito la sua parte più profonda, quella capace di attribuirsi l’esercizio di un diritto, di controllare attivamente la sua esistenza per costruirsi il destino desiderato. Attraverso Fatima ho riconosciuto l’autentica complessità della vita di un “migrante”, l’intensità dei sentimenti, la solitudine nelle battaglie.
Ho anche scoperto che, ancora oggi, è una donna pragmatica e positiva, impegnata nella “cura” dei figli e dei nipoti, e nel mantenimento del legame profondo che la lega ai suoi fratelli.
Sulla copertina del libro, Fatima con Thomas, figlio di sua figlia.
Nata a Phnom-Penh, in Cambogia, da madre indo-vietnamita e padre somalo, Fatima Ahmed (la pronuncia del nome Fatima cade sulla “i”) parla fluentemente cinque lingue: cambogiano, vietnamita, italiano, francese e inglese. Attualmente vive in prossimità del Lago Maggiore.
“Aukuì”, è stato pubblicato nel 2008 da Eks&Tra.
Fatima Ahmed, con questo testo, è apparsa per la prima volta sulla scena della letteratura della migrazione.
Scrittrice e mediatrice culturale, ha collaborato con la stessa l’associazione EKS&TRA, che si occupa di letteratura e migrazione.
Il libro “Aukuì” ha ottenuto il premio speciale al concorso Gente in Cammino, 2009.Ha pubblicato inoltre i racconti Il Ritorno, Shanti (per cui ha ricevuto la Medaglia della Presidenza della Repubblica italiana), Il passaporto[ e Gocce di ricordi, vincitori di premi letterari. Aukuí è il suo primo romanzo.

Titolo Aukuì
Autore Fatima Ahmed
Data di pubblicazione 2008 da Eks&Tra