Magazine Alternativa A Numero 2
Anno 2026
Attorno al tavolo
9 Giugno 2026

Intervista a un residente in comunità

Quando si parla di casa, è immediato pensare alle persone. Le case accolgono, proteggono, rispecchiano e narrano i loro abitanti. Una casa, senza di essi, non può essere definita tale. La differenza sta nella distanza che esiste fra le parole “casa” ed “edificio”. Quando si parla di casa abitata, viene naturale pensare al tavolo da pranzo, presenza silenziosa e universale nelle abitazioni, che accomoda attorno a sé conversazioni, pensieri, pasti, risate e litigi.

L’abitare in comunità: tra vita quotidiana e regolamento sanitario

Oggi, sono questi i nostri punti di partenza: un tavolo e sei persone. Seduti assieme, Daniele, Rosa, Negromante, Umberto, Guerriera e Dambo (questi i nomi da loro scelti per questa intervista) ci raccontano che cos’è la casa. Ci troviamo in una struttura comunitaria, un luogo dove le mura che ospitano i pazienti sono un ibrido fra il quotidiano e il temporaneo, tra il domestico e l’ospedaliero. Una casa corredata di lavatrici che lavano, divani che accomodano, fiori alle finestre e, alle volte, piatti da lavare nel lavello.

Una casa che però è corredata anche di tabelle, diligentemente appese sulle bacheche, che ricordano quando lavare i piatti, quando cucinare, quando fare la spesa. Che strutturano e regolamentano l’abitare. In questo ibrido fra casa e ospedale, ospiti e operatori si affaccendano fra le stanze, mischiandosi in una danza che si ferma per poche ore al giorno. Una casa di cura, di passaggio, un luogo transitorio, dove si condivide il pasto al tavolo con persone familiari, ma con cui non si è scelto di vivere. Un luogo intimo, che non si può sentire proprio fino in fondo.

I primi gesti per personalizzare lo spazio: Daniele e Rosa

Daniele, quando gli viene chiesto quale è stato il primo gesto che ha fatto per sentire propria la stanza a lui assegnata, mi parla del nonno. Racconta di aver tirato fuori la sua foto, mettendola vicina al letto: “il nonno per me è stato un simbolo”. Si interrompe nel parlare, fa una lunga pausa e poi,庞apparentemente, cambia discorso: “fare il letto, gli orari, svegliarsi presto la mattina…”. Daniele tira fuori i ricordi, gli insegnamenti ricevuti. Poi, racconta della quotidianità vissuta con lui, nella casa d’infanzia: “mangiavamo il bollito, con il sale a parte al piatto e il bagnetto verde”. Quando chiedo se ricordasse un oggetto o un mobile in particolare di quella casa, mi risponde di no: “un giorno è volato tutto fuori dalla finestra, anche il televisore. Non c’è più niente”.

Rosa, quando le chiedo cosa avesse fatto per rendere sua la stanza qui in struttura, parla di vestiti: “ho svuotato la valigia, ho sistemato gli abiti nell’armadio”. La osservo, indossa un grosso maglione di pile e calze spesse nonostante la giornata di sole d’aprile. Quando racconta della sua casa d’infanzia, narra di una casa serena, della famiglia, del calore dei pasti attorno al tavolo. “Adesso, la casa della mia infanzia è fredda, i termosifoni sono rotti”, aggiunge subito.

Dipinge poi la casa delle sue fantasie, quella che potrebbe creare con la bacchetta magica. Descrive una casa dalle pareti rosa, “come i fiori”. Una casa piccola, grande abbastanza per potervi portare le sue cose, ma intima. Le chiedo di immaginare un grande quadro nel salotto, sopra il camino: “vorrei che ci fosse dipinta la mia famiglia”.

Le case della fantasia: i desideri e i sogni dei residenti

Persone e tavoli, nei loro racconti, si richiamano l’un l’altro.

È poi Negromante a descrivere la casa delle sue fantasie: “vorrei la facciata dipinta di nero, con disegnati sopra dei teschi. Le pareti interne sarebbero nere anche quelle e il cancello di casa grosso e nero, con le punte acuminate. Vorrei un letto a forma di bara e al posto delle luci i candelabri”. Passa subito dopo a narrare delle feste che ospiterebbe in casa: “vorrei un tavolo pieno di pozioni fumanti, da bere. Vorrei fare le feste stregate con i miei amici stregoni”. In questa fantasia, tra i fumi densi delle pozioni, ai miei occhi appaiono di nuovo le persone e appare nuovamente un tavolo.

Dal laboratorio creativo al disegno dei sentimenti: Dambo e Umberto

Quando chiedo a Dambo di narrare della sua casa d’infanzia, la prima immagine che viene descritta è quella di una scimmietta. Un cucciolo, comprato a Roma in un negozio di animali esotici. Un compagno affettuoso e fumettistico: “mangiava a tavola con noi, usava la forchetta e beveva anche un goccio di vino”. Prosegue: “con me era molto rispettosa, era ben educata, con gli altri però giocava e quando non voleva più giocare diventava dispettosa”. Dignitoso, seduto dritto sulla sedia, Dambo giustifica i suoi occhi lucidi: “ha passato gli ultimi anni della vita in una gabbia, poveretto”. Quando gli chiedo di raccontarmi della casa delle sue fantasie, descrive un laboratorio: “vorrei spazio per i miei macchinari, i miei strumenti, per le mie macchine fotografiche”. Dambo narra di una casa che è a metà fra un’officina e un laboratorio artistico, un luogo per poter creare “in libertà”.

Umberto, quando gli chiedo di raccontarmi della casa dei sogni, fatica a trovare le parole. Perciò disegna su cartoncino la casa delle sue fantasie. Sceglie un cartoncino rosso fragola, e con pochi tratti raffigura una casetta con il comignolo e fumo che sale. A fianco, due omini stilizzati si tengono per mano. Racconta che nella casa dei suoi sogni vivrebbe con il suo amore.

Ricordi d’infanzia e relazioni: le testimonianze di Negromante e Guerriera

Quando chiedo a Negromante cosa gli manchi della sua casa d’infanzia, descrive subito la cameretta dove dormiva: “avevo ricoperto le pareti con le pagine di un fumetto a colori, un topolino. Raffiguravano per me tutti i bambini del mondo”. Quando chiedo di che colore sarebbe la casa d’infanzia, mi risponde bianca e nera: “come il Tau. Luce e ombra, che si completano, nel male c’è un po’ di bene e nel bene c’è un po’ di male”.

Per Guerriera, la casa d’infanzia è rappresentata dal colore viola: “il mio colore del cuore, il mio preferito”. “La mia casa era un bel posto, dotato di tutti i comfort. I miei genitori erano delle brave persone e non ci hanno mai fatto mancare niente…per me hanno dato il massimo. Ora ogni tanto torno nella casa, ma loro sono morti e non è un bel posto ora”. Racconta che la prima cosa che ha fatto entrando in questa struttura è stato salire in ufficio a conoscere gli operatori. Le persone, nella narrazione di Guerriera, sono una presenza vivida e importante. Nel quadro in salotto, lei vorrebbe lasciare una tela bianca con un pennarello a fianco: “così chi viene a farmi visita può lasciare scritta una dedica sulla tela”.

Daniele, descrivendo la sua casa di fantasia, parla di Ferrari, di Jacuzzi, di piscine: “la farei con un garage gigante, pieno di macchine. Vorrei una piscina bella fresca e quattro bionde al mio fianco”. Per Daniele, in questa casa si farebbero feste grandiose. Per descriverle, cita il famoso sketch: “gente che entra, gente che esce”.

L’intreccio tra sogni radiosi e vissuti complessi

I ragazzi raccontano di case popolate, di feste e amici, di spazi intimi e di libertà d’espressione. Ci restituiscono una visione dell’abitare che è fatta di spazi personali ma anche di condivisione. Rosa racconta della poltrona davanti alla finestra della sua casa d’infanzia, un piccolo rifugio da cui osservare il mondo. Guerriera confida che la prima cosa che farebbe nella sua casa di fantasia sarebbe guardare un film d’amore: “romantico, come Via col Vento”. Umberto lascia fare alle proprie mani quello che la bocca non riesce a fare, disegnando il suo desiderio più intimo, un desiderio che parla di serenità e d’amore.

Queste fantasie radiose si intrecciano nei racconti dei ragazzi con ricordi dolorosi: molti di loro descrivono l’infanzia come un momento sereno ma perduto. Seduti attorno al tavolo, qui in struttura, la stanza si riempie man mano dei loro racconti. Negromante racconta del suo “diario dei sogni”: “scrivevo ogni mattina i sogni che facevo di notte nella mia cameretta, da bambino. Ne avevo scritti più di millecinquecento”. Sogni, racconta, popolati da maghi e alieni.

Conclusioni: la simbologia del Tau tra luce, ombra e intimità

Ma maghi e alieni non sono forse persone? Figure alle volte benefiche alle volte malefiche, ma che nel bene e nel male tengono compagnia e accolgono i nostri bisogni. Ed è questa la visione di casa che emerge dai racconti dei ragazzi. Fatiche relazionali, ma anche calore umano. Un calore che alcuni di loro faticano a ritrovare con gli altri ospiti della struttura: “non direi che c’è sentimento di fratellanza. Vicinanza sì…con alcuni. Ma dipende da chi ti trovi davanti.”.

Per Guerriera questa struttura è rappresentata dal colore nero: “non mi trovo bene qua”. Per Rosa, dal colore bianco: “come la luce, leggera”. Visioni contrastanti. O forse complementari, come suggerisce saggiamente Negromante parlandomi della simbologia del Tau, dove luce e ombra si compenetrano e si bilanciano.

Negromante e Daniele oggi vivono in una casa propria. Quando è stato chiesto loro quale fosse stato il primo gesto che li ha aiutati a rendere la loro camera qui in struttura un luogo intimo e “proprio”, le risposte sono state vaghe, faticose. Al contrario, hanno descritto i particolari di arredamento delle loro attuali case private con un racconto vivido e dettagliato. Questo è un contrasto che lascia spazio alle fantasie di interpretazione di noi lettori. Fantasie che vi lascio esplorare in libertà.