Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2026
Appunti di guerra al Brunitoio di Ghiffa
24 Settembre 2026

Intervista a Ubaldo Rodari

Appunti di guerra è il titolo della mostra ospitata nel mese di agosto negli spazi del Brunitoio di Ghiffa: si tratta di una raccolta di opere di grafica della collezione di Enrico Sesana. Ne parliamo con Ubaldo Rodari, curatore della mostra.

Come nasce l’idea di questa mostra?

Il filo conduttore delle esposizioni di quest’anno al Brunitoio è “Fare luce. Proposte concrete per tempi instabili”. Ci è sembrato quindi significativo inserire nella parte centrale della nostra programmazione questa mostra, che vuole puntare l’attenzione sugli effetti delle guerre, sui loro disastri, purtroppo sempre gli stessi, in una visione che attraversa i secoli: sono appunti di guerra, indipendentemente dal periodo in cui si è combattuto o si combatte, in una prospettiva universale che trascende il momento storico delle guerre narrate. Fare luce significa dare risalto a ciò che non si vede e anche scegliere il punto di osservazione: seguendo la traccia proposta da Michele Tavola, che ha scritto i testi di accompagnamento alla mostra contenuti nel catalogo (DIEMME, Ghiffa), vorremmo portare i visitatori a una riflessione sulla tragedia di tutte le guerre e su come essa sia stata denunciata dagli artisti, in un percorso che è cambiato nel corso di due secoli.

Va detto che la mostra, concepita già anni fa da Enrico Sesana, sta viaggiando in Italia, è stata in diverse città italiane e qui a Ghiffa non sarà presentata integralmente, ma verranno selezionate le opere in relazione ai nostri spazi.

Vuoi spiegarci come è costruito il suo percorso espositivo?

Come dicevo, la mostra parte dall’idea di dare una narrazione della guerra attraverso gli occhi di chi la subisce, non attraverso la propaganda del vincitore. Così, è parso doveroso partire dall’innovativo lavoro di Goya che nella Spagna di Ferdinando VII ha realizzato tra il 1810 e il 1820 una cartella di 80 incisioni all’acquaforte dedicate a questo tema, intitolandola Disastri di guerra. È stato il primo, in questi fogli incredibili di incisioni, a parlare della efferatezza della guerra, senza filtri né sentimentalismi.

Per il Brunitoio l’aspetto tecnico di questi fogli non è trascurabile: si tratta di incisioni attraverso cui Goya scopre anche una tecnica che poi sarà adottata diffusamente, la tecnica dell’acquatinta, che permette di fare delle campiture di colore con varie sfumature di grigio, che successivamente verranno utilizzate per dare le coloriture là dove è necessario.

Quindi, partendo dal racconto doloroso di Goya delle barbarie della guerra franco-spagnola, il percorso espositivo attraversa l’Ottocento e il Novecento, presentando l’opera di artisti che attraverso il mezzo grafico, prevalentemente l’incisione, sentono l’urgenza di denunciare l’assurda crudeltà bellica, nel racconto grafico di episodi storici vissuti: dalla guerra franco-prussiana del 1870, con il conseguente massacro della Comune di Parigi, rivisitati nelle caricature satiriche – ma non per questo meno drammatiche – di Honoré Daumier e di Cham, alle guerre del Novecento, la guerra civile spagnola, le due guerre mondiali, l’Olocausto, fino al Vietnam.

Nel percorso presentato, entrando nel Novecento si supera quindi l’intento di una narrazione puramente cronachistica

Dopo lo sviluppo della fotografia si supera l’intenzione di fare cronaca, si utilizza il mezzo grafico per rendere, attraverso un discorso più astratto e simbolico, la tragedia dei civili, la loro inaudita sofferenza. Gli artisti non sono più solo “cronisti di guerra”, ma trasformano gli episodi drammatici in immagini trasfigurate dal loro sguardo, in grado di trasmettere sempre più lucidamente un messaggio universale. Lo vediamo espresso in modo evidente nelle due tavole Sueño y mentira de Franco in cui Pablo Picasso, partendo da disegni mossi da un intento caricaturale di stampo popolare, di dileggio al generalissimo Franco, dopo la tragica aggressione di Guernica trasfigura in un nuovo linguaggio la mostruosa violenza del bombardamento. Anche dal punto di vista tecnico, tra le due tavole si può notare una differenza significativa: Picasso abbandona l’acquatinta per utilizzare il segno più incisivo dell’acquaforte.

Il mezzo dell’incisione ha come forza la capacità di raggiungere, grazie alla riproduzione, un maggior numero di destinatari e diventa così un messaggio estremamente potente. Non a caso, queste lastre di Picasso erano state concepite come matrici per realizzare cartoline propagandistiche da vendere per sostenere la causa repubblicana.

Un altro tema che ricorre nelle opere in mostra è la denuncia della sofferenza causata dalla guerra nella rappresentazione delle madri straziate per la morte violenta dei figli. Vuoi dirci qualcosa al riguardo?

Sì, il tema già trattato da Goya compare in diverse opere di artisti del Novecento e come simbolo si carica di significati sempre attuali, al di là del fatto bellico che l’ha ispirato.

Käthe Kollwitz ci introduce a un nuovo linguaggio artistico, di stampo espressionista con “Campo di battaglia”, una delle sette stampe sulla “Guerra dei contadini” che l’artista berlinese ha realizzato tra 1903 e 1907 per denunciare la perenne attualità della guerra, ancor prima che il figlio Peter, partito come volontario morisse sul campo di battaglia nel 1914. In questa stampa Kollwitz esprime con toni drammatici, in un’atmosfera cupa, di morte, la disperata ricerca da parte di una madre del corpo del figlio nella notte, dopo la battaglia, tra i corpi irriconoscibili. “Il pacifismo non è un tranquillo stare a guardare, ma lavoro, duro lavoro”, ha scritto l’artista, decisamente impegnata nella lotta per istanze sociali e contro tutte le guerre.

Anche l’artista messicano Leopoldo Méndez si è speso nella denuncia delle violenze contro i contadini che lottavano per una società più giusta: è presente in mostra con El fusilado, linoleografia che rappresenta due donne che piangono, una di loro è china sul corpo senza vita di un campesino.

La guerra, variante IV, una litografia di Giacomo Manzù, presenta questo tema quasi come un’immagine sacra: il partigiano ucciso, appeso per i piedi, rimanda al sacrificio innocente del Crocifisso e la madre, come Maria impietrita dal dolore al suo fianco, incarna il dolore di tutte le madri che assistono alla straziante crudeltà della guerra.

Un’ultima domanda: le opere esposte appartengono tutte a una collezione privata?

Sì, alla collezione di Enrico Sesana, un collezionista di Lecco grande appassionato d’arte, autodidatta che ha scelto di avvicinarsi alle opere di artisti incisori negli anni Settanta, il momento d’oro di questa tecnica. Dopo un lungo percorso di approfondimento e di studio, ha creato una sua raccolta di opere collezionate con lo sguardo dello specialista, formatosi per passione. Tengo a sottolineare che il suo obiettivo non è l’accumulo di opere d’arte, ma la loro ricerca, il conseguente studio e la messa in circolazione della raccolta, attraverso mostre come questa.

Questo percorso tra stampe d’arte che da Goya in poi denunciano i “Desastres de la guerra” è un’occasione per riflettere su un tema purtroppo sempre attuale: cambiano le divise, le armi si fanno sempre più micidiali, ma la sofferenza dei civili è sempre la stessa.