Un articolo del settimanale di Borgomanero, “Il Nord” del 5 giugno 1969, titolava “Necessario riabilitare la linea Arona-Santhià”. In effetti, così è poi successo e chi, come il sottoscritto, è arrivato dopo alcuni anni a usufruirne ha pensato che potesse essere un’alternativa utile e necessaria all’uso esclusivo dell’automobile. Una convinzione personale, che mi ha spinto nei primi anni ’80 a provare a convincere i funzionari della nostra Camera del lavoro dell’Alto novarese (così si chiamava allora) che a Torino si dovesse, appunto, andare in treno (minori costi, minore fatica fisica, migliore utilizzo del proprio tempo).

È pur vero che gli orari non erano esattamente ottimali rispetto a quelli delle riunioni sindacali nelle nostre strutture regionali. Si partiva molto presto la mattina e si doveva ripartire molto presto al pomeriggio, altrimenti non si arrivava a casa. Come usavo dire allora “arriviamo in sede a Torino e accendiamo la luce. I torinesi arrivano dopo, con molta calma. Quando dobbiamo rientrare, i torinesi continuano la riunione (tanto loro non hanno premura di rincasare)”. Ma confidavo (ahimè) che anche amministratori, funzionari e attivisti di partito, membri di associazioni varie, studenti universitari nonché lavoratori più o meno pendolari di aziende pubbliche e private avessero questo genere di necessità e che, di conseguenza, la domanda per l’utilizzo del treno da Domodossola a Torino (senza alcun cambio) sarebbe cresciuta e avrebbe convinto le Ferrovie dello Stato e la Regione ad aumentare le corse e a rendere più adeguati alla bisogna altrui gli orari. Ma così, purtroppo, non è stato e ho dovuto arrendermi all’evidenza dei fatti, salvo casi particolari. Non ho mai fatto i conti in tasca ad altri, mi è bastato farlo nelle tasche della mia organizzazione, e vi assicuro che è stato un salasso significativo, ma non ci è stata offerta alcuna alternativa.
Va ricordato che non c’era neppure un servizio autobus sulla stessa tratta; al massimo (e solo per un breve periodo) si poteva arrivare all’uscita dell’autostrada a Greggio e prendere il pullman, cosiddetto autostradale, per Torino. Il tempo è trascorso invano nella speranza di “soluzioni ferroviarie logiche”. Ma non è cambiato nulla; se non in peggio, perché sono state soppresse le corse del sabato. Quasi che il sabato dovesse per forza di cose essere un giorno di riposo per tutti e sempre (pensa un po’!). E di male in peggio si è arrivati al fatidico 17 giugno 2012, quando la Regione Piemonte, in evidente affanno con il suo ennesimo bilancio in forte perdita, ha dismesso diverse linee secondarie un po’ ovunque.
Da allora fine della trasmissione. Non ne avremmo più parlato, se Mario Matto e Michele Cimelli, membri della AFITS (Associazione Ferroviaria Internazionale Torino Svizzera) con la consulenza tecnica di Achille Chiari, non avessero deciso di metterci il naso, e così hanno raccolto informazioni e dati, scattato fotografie, raccontato e illustrato la storia passata e lo stato dell’arte di una linea dismessa (ma non esattamente del tutto, anche se preda di furti e vandalismi gratuiti). Perché lo hanno fatto? Essenzialmente per tre buoni motivi. Il primo: consentire un traffico merci importante, alternativo ed economico dal porto di Genova verso la Svizzera, la Germania e l’Europa. Vale a dire buona parte dei significati per cui era nato lo scalo di Domo due. Il secondo: collegare la stessa Torino con l’Europa, cosa che non può che fare del bene al nostro capoluogo regionale e alla nostra vocazione turistica. Terzo, e non ultimo, offrire un servizio passeggeri utile, necessario e dignitoso non solo agli abitanti della nostra provincia, ma anche ai novaresi e ai vercellesi che vivono sul percorso da Arona a Santhià. Sono poche persone con esigenze così limitate da non valerne la pena? Non credo proprio, tanto è vero che il libro da loro scritto “La ferrovia Santhià-Arona: storia, esercizio, sospensione e nuove potenzialità” sta sollecitando curiosità e interesse e persino la scoperta di una linea ancora parzialmente utilizzata (seppure per scopi diversi dalla sua origine), nonché della sua condizione non così disastrata come si sarebbe potuto pensare.
Quando siamo stati invitati a discutere di questa particolare vicenda, siamo andati molto volentieri a Torino (ovviamente, in macchina) nella sede regionale del PSI e abbiamo ascoltato una relazione ben dettagliata e molto interessante, che ci ha indotto a riproporla a Verbania. Grazie alla disponibilità di Michele Cimelli (il co-autore aronese del libro) ciò è stato possibile al Circolo di Trobaso in prima battuta il 24 maggio scorso e in seconda questo venerdì 31 gennaio. E’ stata l’occasione per sapere, capire, convincersi della bontà del tentativo in corso di realizzazione e anche di ritrovarsi in gruppo in una cena conviviale prima della discussione. Come dire: unire l’utile al dilettevole.
Ora (direte voi), ma quali probabilità di successo può avere un’iniziativa simile? Innanzitutto, vanno chiarite due condizioni importanti ed essenziali al ragionamento. Prima: la nostra è l’unica provincia del Piemonte che non ha un collegamento ferroviario diretto con Torino; in verità, come ho già detto, non ce l’ha neppure tramite autobus. E’ vero che siamo “ai confini dell’impero”, ma essere così tanto isolati da tanti anni mi pare davvero una totale esagerazione. Per andare a Torino in treno (orari e puntualità permettendo) si deve andare ad Arona, cambiare treno per Novara e, giunti colà, nuovamente cambiare per Torino. Oppure si deve “espatriare” in Lombardia, alla nuova stazione di Rho Fiera, e magari salire su un Frecciarossa con costi decisamente molto alti. Seconda: la Regione sta pensando alla riattivazione di alcune di quelle tratte secondarie dismesse nel 2012. Già a settembre 2023 ha inaugurato la linea Asti-Alba (provata di persona); alla stessa data si è realizzata la pulizia integrale e la rimessa in ordine della linea Asti-Chivasso (vista di persona); si sta seriamente pensando anche alla Novara-Varallo; notizie di stampa danno per certo l’incremento del numero delle corse tra Biella e Torino; sempre la stampa (non solo locale) ci ha informati della concessione avuta dalla società Arenaways, che venerdì 24 gennaio ha inaugurato con nuovi treni e un confortevole servizio il tratto Cuneo-Saluzzo-Savigliano. Non solo. Il primo indispensabile traguardo è stato il benestare – da parte di Rfi (Rete ferroviaria italiana, cioè Ferrovie dello Stato) – di uno studio di fattibilità per il ripristino proprio della Santhià-Arona.
E, allora, sognare si può…. E si deve!
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