Mi stava davanti. Ad ogni tentativo di superarlo, deviava deciso al centro del tornante come se, con buon anticipo, intuisse le mie nervose intenzioni. Tutti e due sulla via del lavoro. Di buonora, almeno per me. Lui, di sicuro in ritardo: improbabile la sua sedia ancora fredda alle sei della mattina. Era ormai giorno chiaro e il sudore prendeva a luccicargli sulle braccia e sulle gambe un po’ tozze, ma potenti e resistenti come un diesel. La pelata della testa, uno specchio. Con la mia jeeppettina gli stavo appiccicato, nell’intenzione di passarlo: cercavo di non prenderlo sotto, distratto com’ero da quei cuori pulsanti messi sotto le ginocchia che, ad ogni colpo di pedale, si contraevano e rilasciavano a ritmo serrato e regolare. Polpacci lisci, lucidi e senza un pelo. Cosa non si fa per l’aerodinamica, pensavo … Che il problema non fosse la resistenza all’aria lo capii in seguito: la deforestazione doveva favorire il deflusso, incontrastato, di un certo liquido corporeo.
Compresi la disperazione del ciclista.
Quella mattina lasciato il vecchio Land Rover, aveva deciso di farsi la valle in bici: alto un metro e un tot, ne aveva una a sua misura che pareva scomparirgli sotto il sedere. Piegato sul manubrio diventava tutt’uno con le ruote. Fasciato in un completino a due colori sembrava un professionista. Maglia e calzoncini gialli, tagliati dal blu di una fascia che, a caratteri grandi sulla schiena e più piccoli sulle chiappe, riportava la scritta VELO CLUB BRIANZA. Senza cedere alla noia di quell’andatura, rassegnato a stargli in scia, riflettevo su pregi e difetti delle due ruote e sulla sensazione di avere davanti un mostro di forza fisica, testardaggine e intelligenza. Un extraterrestre? Forse.
Curva dopo curva, giorno dopo giorno, cadde ogni dubbio che quegli incontri fossero casuali: mi convinsi di essere diventato non solo il suo pubblico ma anche, e soprattutto, il suo osservatore. Innegabile il gradimento: amava quel mio stargli dietro a ruota, sicuro che analizzassi ogni movimento o qualunque sforzo la salita avesse richiesto. Ogni tanto, a mezza curva, torceva lo sguardo con l’occhio da gatto, anche se, in quanto a gatto, mi ci sentivo più io. Col topo .Colpi di gas o mie rapide sterzate, decidevano scatti e sue brusche virate sulla carreggiata mangiata dal gelo. Non voleva che lo staccassi. La conferma arrivò una mattina di inizio inverno quando mi obbligò ad un interrogatorio tecnico. Come mi era sembrata la postura? Rigida o sciolta e flessibile? Quanto potente la pedalata? Avevo notato una soglia lattica preoccupante?
Non avevo risposte esaustive, tantomeno tecniche. Ero uno sprovveduto, sapevo solo quanto Gimondi fosse amato da mio padre, in quanto a ciclisti. Avevo avuto anch’io una bicicletta: la vecchia Bianchi di mia madre del 1951 coi freni a bacchetta.
Mi sforzai, allora, di immaginare le finalità di quel voler sapere a tutti i costi: desiderava che dessi soddisfazione alle sue performance. In termini di assoluta eccellenza, però.
Non lo delusi. Sapeva che vivevo nel mito del mio amico ciclista: il bambino cresciuto con me in riva al lago che, in gioventù, sulle salite più dure avrebbe dato la birra ad un giovane Saronni.
Lo gratificai tanto che, nell’entusiasmo del momento, mi offrì il caffè, quello prima del lavoro. Il giro di molla mattutino. Una bella spinta per affrontare il resto della valle con il giusto entusiasmo. La tazzina dell’oste, dio lupone il soprannome, era bollente, incandescente. A Napoli, diceva lui che aveva viaggiato, veniva servito così. Anche se, particolare trascurabile per un uomo di mondo della sua portata, a Napoli non ci fosse mai stato. Fu durante quel cerimoniale – interrogatorio, caffè, ustione labbra – che la Pierina trafelata arrivò ad interrompere l’inattesa incoronazione del Mauro a Eddy Merckx della Valle Cannobina: per mano del marito che un po’ dio si sentiva, anche se lupone. Il nomignolo, frutto dell’intercalare che arricchiva ogni affermazione importante, gli dava una certa autorità. Portava il messaggio di una chiamata d’emergenza per quelli del Soccorso Alpino, arrivata al posto di telefono pubblico. Quelli, che poi eravamo noi. I samaritani delle nostre montagne. Si viveva in un microcosmo dove tutto stava a portata di mano: il mio ambulatorio, la sede della Comunità Montana, l’osteria e la Stazione del Soccorso. Facile organizzarsi.
Intanto, arrivavano particolari sempre più precisi e inquietanti. Preso un secondo caffè, su richiesta un po’ meno bollente, ci attaccammo alla ricetrasmittente. La rete dei radioamatori, con le loro due metri, era la risorsa. L’allarme, che giungeva da più canali, trovava riscontri oggettivi e sovrapponibili: sul fare del giorno, o forse dalla sera precedente, urla indistinte sarebbero arrivate con insistenza da un costone roccioso. A precipizio sulla valle. Uno sperone di granito su cui poggiava sonnolente uno dei paesi staccati dalla provinciale. Grida che sarebbero andate via via affievolendosi fino a farsi rare e a cadenza irregolare. In due non si faceva certo la squadra, ma l’urgenza chiedeva di fare per tre, o forse più.
Tutt’e due avevamo una buona esperienza alpinistica. Lui, di sicuro più tecnico e maniaco della sicurezza: prima di ogni movimento sette verifiche. Quel sette dava tranquillità. Quando mi faceva sicurezza, abbandonavo ogni pensiero o timore. Appeso alle sue mani sapevo che mai mi avrebbe mollato.
Non ci volle molto per raggiungere quel pezzo di bosco, messo un centinaio di metri a sbalzo sulla valle. Qualcuno ci stava aspettando, non sorpreso di vederci: la Rosetta, che da due giorni era in cerca di una pecora scomparsa. Col suo bel costume nero e anche un po’ liso, tipico della valle, si muoveva leggera tra piante e sassi sollevandolo per i lembi della gonna, come se danzasse. Aveva la convinzione di aver riconosciuto, in quelle grida, la voce del suo animale in pericolo. Se lo sentiva.
Una strana tensione sembrò bloccare i nostri sguardi tesi a terra. Mettersi in gioco, coi rischi del caso, per una pecora? Attaccare la propria pelle ad un chiodo per un animale che aveva molte probabilità di essere già cadavere? Dubbi legittimi, ma la Rosetta, con semplicità e un po’ della sua astuzia, giocò l’asso.
E se giü inveci d‘na peura a ghé un crisctian? Più chiaro di così …
Un bel castagno, almeno due volte più vecchio di me, dava fiducia nell’assicurare il primo tiro di doppia. Imbrago, zaino medico appiccicato alla schiena, discensore agganciato e via. Non una parola. Il copione quello di sempre, anche se la parete strapiombante era molto friabile. Ad ogni tentativo di appoggio dei piedi qualche masso lasciava il suo posto per un volo che finiva diversi secondi dopo, con uno schianto. Avevo la preoccupazione che il malcapitato in mia attesa potesse beccarsene uno in testa. Bastarono una decina di metri perché la situazione si chiarisse. Sotto di me, ad altrettanta distanza, una piccola cengia era rotta da una betulla messa anche lei a sbalzo. Alla pianta stava praticamente appesa una grossa pecora, rotta dallo sfinimento ma ancora in vita. Col walkie talkie comunicai perplessità e incertezze sulla necessità del recupero, ma svanirono in un lampo quando raggiunsi il terrazzino. Tra la parete e il corpo dell’animale stava incastrato un agnellino che, nonostante la posizione e il trambusto, non mollava la mammella della madre. L’ipotesi più probabile, quindi, era che la pecora gravida se ne fosse andata a cercare un luogo tranquillo dove partorire e nel muoversi, probabilmente agitata dal travaglio e dal buio, fosse finita nel baratro. L’albero, tuttavia, l’aveva salvata da schianto sicuro,venti metri più sotto. Da lì a perdermi in divagazioni di filosofia spiccia e popolare fu un attimo. Chissà perché, mi venne in mente il Giuanin che, ad ogni passaggio in ambulatorio, chiudeva il colloquio con una raccomandazione. Fatta col cuore, diceva. Dutor, us regorda che per diventaa vecc bisögna duma aveec un gran cü. Davanti agli occhi avevo la dimostrazione di come un colpo di fortuna avesse dato una mano alla vita: perché vincesse. Dovevo solo darmi da fare per riportare su in cima quella famiglia.
Essere previdenti era una delle premesse del nostro lavoro e, a volte, aveva i suoi vantaggi. Non per caso, nello zaino medico oltre al necessario per tenere in vita, ci stava anche il sacco porta cadaveri che avrebbe risolto un sacco di problemi. Il recuperato o recuperata che fosse, non avrebbe potuto essere calata sul fondo di quel buco. Impensabile l’elicottero: troppi i rischi legati ad ambiente e logistica. Non rimaneva che riportarla da dove era venuta. L’impresa di cacciarla nel sacco durò una bella mezz’ora. Se di testa non ci voleva entrare, imbustarla dal retro non era facile. Ogni volta che cercavo di infilarla per le gambe, rilasciava gli sfinteri e una pioggia di palline puzzolenti mi rimbalzavano addosso e volavano giù, nel vuoto. Il Giuanin avrebbe sentenziato: una fin de merda …Provavo una sensazione strana, simile a quando, di fretta, si cerca di indossare un calzino su piede e gamba ancora bagnati, dopo la doccia: claustrofobia che ti manda in ansia e fa decidere che quel mattino esci senza calze. Stavolta, però, non erano calzette ma una bella bestia da riportare a casa. Riuscito finalmente l’insaccamento del non cadavere, rimaneva il piccolino. Lo zaino, pieno di materiale prezioso, inutilizzabile. Avevo, però, la giacca. Acquistata per corrispondenza e vissuta sempre come troppo abbondante, stavolta andava a pennello per infilarci la creatura: ci stava comoda, non schiacciata e in sicurezza. Non sarebbe sgusciata in alcun modo né sopra né sotto. Lentamente, per non andare a sbattere contro la parete, l’argano recuperò me e la puerpera. Ci volle tempo e fatica per tornare a veder le stelle, ma quel calore che si muoveva sotto la giacca dava la certezza di aver fatto una cosa buona e che la vita avesse voluto farsi viva con me ancora una volta. Arrivati in cima, tirata fuori la bestiolina dall’improvvisato marsupio, la Rosetta si piegò in ginocchio davanti a me e stringendo al petto l’agnellino scoppiò in lacrime. Mentre il campanile del paese di fronte suonava il mezzogiorno, ebbi la sensazione di trovarmi dentro un quadro. Di quelli che raccontavano la vita in montagna a metà 800. Non mi veniva un titolo. Ricordo, però, la risata che mi regalò il Maurino. Abituato a concludere buona parte dei nostri interventi con funerali, era divertito dall’uso improprio del sacco cadaveri per far trionfare la vita. Ci ritrovammo a ridere come matti, abbracciati, nella consapevolezza che l’uno avrebbe sempre potuto mettere la propria vita nelle mani dell’altro. Anche per salvare una pecora col suo pecorino.
Passò qualche tempo e un giorno mi ritrovai la Rosetta in sala d’attesa nell’ambulatorio di fondovalle. Pensai a qualche controllo prima delle feste, visto che il Natale era vicino. Entrò come per farsi visitare ma, invece di togliere lo scialle di lana nera come faceva di solito, mi si avvicinò e sottovoce, per evitare che fuori la sentissero disse: Us regorda quel bestiin che l’ha salvàa? La so mama la l’ha tirat sü insci ben che l’è bel in carne. Ho pensà, alora, che a ghel daghi per mangial a Natal. D’improvviso mi tornò vivo quel calore morbido sotto la giacca, quel tepore che, qualche mese prima, mi aveva accarezzato l’anima. Non ci stava proprio l’idea che finisse in forno quello che era stato, per un momento, il nostro inno alla vita. Nemmeno per il pranzo di Natale.
Sul subito mi venne un ossequioso:“grazie Rosetta per il gentile pensiero”.
Ma, poi per convincerla, aggiunsi: “… anche no, sono vegetariano”.
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