Magazine Alternativa A Numero 4
Anno 2025
Ai piedi del faro non c’è luce
6 Dicembre 2025


In questo tempo di transizione costruiamo una nuova casa per la sapienza

Oramai è chiaro. Un nuovo paradigma culturale è possibile solo a condizione di annientarci nel crepuscolo. L’Occidente vive il suo tramonto e sferra i suoi colpi di coda più devastanti, soffiando sul fuoco dell’apocalisse atomica e facendo schizzare gli atomi più voraci di un capitalismo finanziario sfrenato, che ha rotto gli argini fino a inondare, con la sua cupidigia “armata”, quel che resta dello sterminio di massa di un popolo, annientato, annichilito, devastato dal cinismo e dalla violenza prevaricatrice. 

Aveva ragione Heidegger quando invocava l’avvento di un dio possibile, unica istanza in grado di salvarci dal tramonto. Heidegger aveva visto bene. Era il 1976 e l’Occidente viveva la sua ubriacatura consumistica. Pier Paolo Pasolini aveva lanciato l’allarme sul rischio di una omologazione culturale, indotta dall’avvento dei mass media. Eppure, il sistema stava già preparando la struttura portante del nuovo capitalismo occidentale, quello del business finanziario, dello sfruttamento della terra, dell’informatizzazione, del digitale, dell’intelligenza artificiale, della sorveglianza e della manipolazione della verità. Un sistema implacabile, che attraversa inconsciamente le nostre vite, anzi, vi entra dentro imprigionando perfino i nostri corpi. 

La studiosa americana Soshana Zuboff lo ha spiegato bene nel suo libro Il capitalismo della sorveglianza. Al centro del ciclo di produzione ci sono i nostri corpi, le nostre emozioni, le nostre esistenze tutte, trasformate in “surplus comportamentale”: «Il capitalismo della sorveglianza, appropriandosi di libertà e conoscenza, e distaccandosi dalle persone, con le sue ambizioni collettiviste e la sua indifferenza radicale, ci spinge verso una società nella quale il capitalismo non è sottoposto a istituzioni politiche o economiche inclusive. Dobbiamo considerarlo una forza profondamente antidemocratica». Il disumano si fa razionale. La morte si affaccia sui monitor come fosse un gioco lontano, gli individui si depersonalizzano e la società si frantuma. L’Occidente ha perso il suo afflato ideale, la sua spinta universalistica, la luce di una ragione illuminata dalla necessità del bene. 

In pochi anni è tornata la nebbia, si sono ridestati i fantasmi dell’etnonazionalismo, delle democrazie illiberali, degli autocrati pronti a tutto pur di sfidare la sorte e imporre i loro progetti di dominio già a cose fatte. Inevitabilmente torna la guerra con tutto l’apparato propagandistico e con la polarizzazione delle menti, fra chi vede la minaccia e quasi la invoca giustificando l’investimento in armi e chi scende in piazza ricordando il monito di chi la guerra l’ha vissuta per davvero. Così il futurista e crepuscolare Aldo Palazzeschi inveiva contro i “suoi” amici scrittori e poeti che andavano fischiando a guerreggiare facendo proseliti fra i giovani. 

Scriveva Palazzeschi in Due imperi…mancati nel 1919: «Quelli che stimavo ed amavo, coi quali avevo avuto dimestichezza fino al dì prima, e avevamo respirato insieme tanto al di sopra dell’eterna pozzanghera, avevamo sorriso di compassione del circolo vizioso dal quale i nostri poveri simili non sarebbero mai usciti, erano proprio quelli che ci si volevano tuffare fino in fondo, impantanarcisi bene, inzaccherarsi fino ai capelli, come per una fatalità». La stessa cosa accade oggi, ma con la differenza che l’umanità non ha più una tenuta “naturale”, anche per quanto riguarda la devastazione della guerra, ma sovrannaturale, se così possiamo dire, perché la soglia atomica ci scaglia contro la parete dell’anticreazione, della mistica bestiale apocalittica, della fine di questa meravigliosa magia che si chiama vita, nata da un Big bang originario o da un interruttore incautamente acceso e che potrebbe finire impietosamente così, con l’interruttore che improvvisamente si spegne facendo tenebra al cosmo.  

Non ci resta che vivere decorosamente la transizione al tramonto (Abendland/Land des Abends) e trovare la luce di un altro modello possibile che possa rimescolare le carte e rilanciare la speranza. Essere consapevoli, come scriveva Ernst Bloch, che ai piedi del faro non c’è luce, ma che intorno il fascio illumina territori ancora inesplorati. 

Uscire dal paradigma, dunque, significa entrare in questi territori inesplorati. Provare a fare quello che Dante ha fatto col suo viaggio alla scoperta dell’ignoto, con il suo cammino di consapevolezza dai gironi del male radicale alla gioia infinita del bene. Entrare, insomma, nella deriva del disumano, cercare di capire come è stato possibile che ci abbiano divorato i sogni che abbiamo cullato in decenni di lavoro insonne per trovare vie di pace e nonviolenza, per erigere un regno di legalità e giustizia che fosse al di sopra dei confini dei singoli stati sovrani, per declamare il valore della resistenza e della fedeltà alla coscienza. Riconoscere l’altro nella sua irriducibile alterità, che significa non soltanto una differenza fisica e culturale, ma una visione mitico-simbolica che si orienti a nuovi orizzonti e imponga una “conversione” obbligata a chi è abituato a convergere solo su un modo di stare al mondo. 

Raimon Panikkar ci ha sollecitati ad edificare una nuova “casa per la saggezza”. Un compito immane ma ricco di suggestioni e motivazioni. Rifare un habitat non è una cosa da poco, ma forse è la via per trovare il pertugio possibile a questa transizione. Casa, Heimat, ambiente, spazio del cuore e della nostalgia dell’uomo per l’uomo e dell’uomo per gli altri esseri animati e inanimati. Luogo di vita piena, autentica, innocente. Spazio per pensare il mondo nella sua rappresentazione reale, senza spinte all’omologazione e alla manipolazione. Territorio di un potere nuovo, non incentrato sulla dialettica amico-nemico, ma sulla solidarietà trasversale dei popoli. Centro di irradiazione di una pace non solo pensata come “assenza di guerra”, ma come disarmo intellettuale, come rinuncia a imporre un sistema di pensiero codificato e polarizzato. Un mondo simile a una cattedrale senza navate e senza altari, tempio del dialogo e di muta fecondazione fra le fedi. L’isola che non solo c’è, ma è una rappresentazione del possibile perché essa è la terra promessa su cui nessun progetto fondamentalista può presumere di vantare primogeniture. Perché qui si vive, non si sopravvive, qui si respira e non si è forzati a respirare, qui si incanta perfino la luna, come solo uno zingaro può fare. Qui si comprende il significato della libertà, che non è la risposta predeterminata dal dovere, ma un desiderio di felicità che passa oltre ogni anello effimero della contraddizione e del “peccato”. Perché c’è un’innocenza nel divenire, che è propria del puer, del fanciullo, ossia di chi, anche adulto, sa riconoscere la trama poetica dell’esistenza e risponde con un atto d’amore, infinitamente superiore ad ogni condizionamento esteriore. Perché l’amore, come un fanciullino, sovverte l’ordine stabilito della reiterazione antica del vecchio, del senex. 

L’amore, se è amore, non può mai essere represso, ma va accolto come si accoglie un fiore appena sorto nel giardino. Così, almeno, lo aveva interpretato Ernesto Balducci nel suo La terra del tramonto: «Il senex, alza i muri e il puer li abbatte, il senex, come i reggitori della città di Platone vorrebbe regolare perfino gli accoppiamenti fra uomo e donna, il puer tesse trame perniciose perché l’arbitrio dell’amore abbia la meglio su qualsiasi altra legge (Cupido, con l’arco e le frecce fatali, non è forse un bambino?)». 

Un nuovo paradigma, forse può nascere da qui, da questo immane progetto panikkariano di ricostruire questa casa per la saggezza, poggiata su queste fondamenta etiche, culturali e politiche, che sappia radicarsi su una nuova antropologia della pace, del diritto e dell’ambiente.