Il concetto di “casa” è spesso dato per scontato. Per molti è un indirizzo, un insieme di pareti, un investimento. Ma cosa succede quando la vita sterza bruscamente? Cosa significa abitare per chi ha vissuto lo strappo della dipendenza, il trauma della migrazione o la fragilità della salute mentale? A Verbania, l’Housing Sociale di via Simonetta, gestito dal Gruppo Abele, cerca di rispondere a queste domande ponendosi non solo come un tetto, ma come un “ponte” verso l’autonomia. Ne abbiamo parlato con chi questo progetto lo vive e lo gestisce ogni giorno.
Barberis Negra: Cosa significa per una persona fragile, la parola “casa”?
Laura Badà (Presidente Gruppo Abele Verbania): “Casa” è innanzitutto un posto dove non ci si sente in pericolo. Per la mia esperienza e per le persone che ho incontrato, è un luogo sicuro dove senti che la tua vita, almeno in quell’istante, non è a rischio. È uno spazio dove poter riposare, fermare i pensieri e prendersi cura di sé. Penso alle donne incontrate tramite il lavoro con i Serd: per chi dorme ogni notte in un posto diverso, la casa è il luogo dove potersi fare una doccia e, finalmente, smettere di sentirsi costantemente minacciate.
Barberis Negra: Quindi la casa come presidio di sicurezza, un luogo dove “stare”. Ma chi sono oggi i senza casa nel nostro territorio? Spesso pensiamo siano solo persone con gravi patologie, ma la realtà sembra più sfumata.
Badà: Esattamente. Ci sono persone che hanno semplicemente perso il lavoro o che sono schiacciate dai debiti e hanno finito per rompere i legami familiari. Poi ci sono i nostri utenti diretti: persone con problemi di dipendenza o disturbi mentali che, non riuscendo a lavorare o a mantenere relazioni stabili, iniziano a vagabondare. Non dimentichiamo i giovani stranieri: finita l’accoglienza nei centri, anche se hanno un lavoro, spesso non riescono ad accedere a un alloggio autonomo.
Barberis Negra: Di che numeri parliamo? Quanti sono i “senza fissa dimora” nel VCO?
Maria Zanotti (Responsabile Progetti Gruppo Abele): I dati della co-progettazione del 2024 parlano di circa 76 persone censite come senza dimora o in situazione precaria, magari sotto sfratto. Ma la mia percezione è che il numero reale sia più alto. C’è una fetta di persone “invisibili” che non vogliono accedere ai servizi per vergogna o che vivono in un “sottobosco” abitativo, appoggiandosi ad amici o pagando per ospitalità non censite. Spesso i più deboli rimangono nella rete dei servizi, mentre altri si arrangiano in situazioni temporanee che noi non riusciamo nemmeno a intercettare.
Barberis Negra: Il Gruppo Abele si occupa di abitare da anni, ma sembra che oggi il tema sia diventato esplosivo. Perché proprio ora?
Graziano Occhetta (Direttore Gruppo Abele): Quello della casa è un tema che come Gruppo Abele affrontiamo da sempre, è sempre stato una priorità legata, in particolare, a chi ha concluso un percorso in comunità, e cerca una prima casa e poi lavoro. Dal 2020, dopo il Covid, il problema è esploso. Ci sono tre fattori scatenanti. Primo: il turismo che cresce, trasformando le case in Bed & Breakfast o in affitti brevi, togliendo offerta ai residenti. Secondo: la vicinanza con la Svizzera, che aumenta i costi degli affitti in tutta l’area. Terzo, e più grave: la risposta pubblica in calo da vent’anni. Nel solo Verbano si stimano circa 13 alloggi di edilizia pubblica rimasti sfitti perché mancano i fondi per ristrutturarli. Non c’è nuova offerta e quella che c’è diminuisce.
Barberis Negra: Per una persona in difficoltà la casa, da sola, a volte non basta. Anzi, può diventare un luogo di sofferenza. Perché?
Zanotti: Per chi arriva dalla strada, la casa, senza il supporto di un operatore, può diventare un luogo di abbruttimento. Abbiamo visto persone entrare in alloggi bellissimi e restare con la valigia aperta, incapaci di sentirsi a casa, quasi che la bellezza ricordasse loro il proprio fallimento.
Occhetta: Alcuni trasformano la casa in una “spelonca”, accumulando oggetti, ricreando una sorta di grotta. La bellezza non è per tutti sinonimo di benessere, se non c’è un percorso interiore. Per questo il nostro housing non è un punto d’arrivo, ma un passaggio assistito.
Barberis Negra: Entriamo nel vivo dell’Housing Sociale di via Simonetta. A febbraio sono entrati i primi ospiti. Chi sono?
Badà: Al momento ospitiamo tre ragazzi e una ragazza al secondo piano, provenienti dall’area migrazione. Sono giovani lavoratori, perfettamente inseriti e con i documenti in regola, che però non trovavano casa nel mercato privato. Il nostro supporto qui è aiutarli nel rinnovo dei documenti e, soprattutto, nella ricerca di una soluzione abitativa definitiva. Sanno che questo è un ponte, non una sistemazione permanente.
Barberis Negra: State però lavorando anche con SERD e CSM per inserimenti di persone con problemi legati alla salute mentale e alle dipendenze?
Badà: Sì, stiamo attivando inserimenti per persone in carico al Centro Salute Mentale e al Serd. Sono i casi più complessi, quelli in cui la fragilità è maggiore e la convivenza va gestita con cura estrema. In un housing, inserire la persona “sbagliata” può vanificare il lavoro fatto con tutti gli altri. Stiamo lavorando anche con i Consorzi dei Servizi sociali, in particolare con quello di Verbania, che monitorano e si occupano delle aree in cui c’è più bisogno e che corrispondono a quelle in cui fai più fatica, per la loro complessità e il loro carattere emergenziale.
Barberis Negra: Cosa serve oggi al VCO per affrontare davvero l’emergenza casa?
Occhetta: Serve una regia forte. Noi sappiamo prenderci cura delle persone, ma non siamo esperti di mercato immobiliare. Guardiamo con interesse al modello “Home for All”, lanciato a Torino e ora presentato anche a Verbania, su iniziativa dell’Amministrazione comunale, che mette attorno a un tavolo proprietari privati, istituzioni e terzo settore. Bisogna smettere di pensare che la casa sia un tema da affrontare a compartimenti stagni.
Zanotti: E bisogna superare i “provincialismi”. Dobbiamo creare collegamenti più veloci tra i vari enti, dalle Caritas ai servizi sociali, per evitare che le persone rimangano intrappolate nel sistema delle “porte girevoli”. Se un utente ha un conflitto in una struttura, dovremmo essere in grado di spostarlo rapidamente in un’altra più idonea, senza lungaggini burocratiche.
Barberis Negra: In conclusione, chiedete un ruolo più attivo al pubblico?
Zanotti: Chiediamo al pubblico di facilitare la rete. Dopo il PNRR c’è bisogno di rimettere in funzione il sistema in modo efficace. Anche noi organizzazioni dobbiamo essere meno chiuse nei nostri singoli enti. La sfida della casa non si vince da soli, si vince creando un’identità territoriale di accoglienza che sia, appunto, “Insieme”.


Le foto sono state trattate con Ai. Le persone e gli accessori inseriti non sono reali per non violare la privacy dei residenti