Magazine Alternativa A Numero 2
Anno 2026
A misura d’uomo
9 Giugno 2026
A cosa serve una casa  se non hai un pianeta decente in cui metterla?
Henry David Thoreau

«Che cos’è per voi casa?»: è la domanda-sollecitazione che apre il forum di questo numero di Alternativa, dedicato in buona parte al tema casa: luogo fisico e simbolico.

Indipendentemente dalle sue dimensioni e dalle sue forme, la casa può essere un’idea, un traguardo di stabilità, un rifugio, un luogo identitario, uno spazio da condividere ma, in ogni caso, ognuno di noi la visualizza, la immagina o la sogna come spazio accogliente, a misura d’uomo.

Mi piace immaginare che, se fosse stato presente al forum, l’architetto Le Corbusier avrebbe parlato del suo Cabanon: con una superficiedi15 metri quadrati, affacciato sul mare e inserito nella rigogliosa macchia mediterranea a Roquebrune Cap Martin, tra Mentone e Monaco, il Cabanon è uno dei simboli di un’architettura essenziale, sostenibile e funzionale, ma comunque accogliente. È Patrimonio dell’Umanità, ed è stato progettato nel 1951 da Le Corbusier come machine à habiter, “umile baracca”, dove avrebbe passato gli ultimi anni della sua vita: è stato concepito dall’architetto svizzero a partire dal Modulor, il sistema di proporzioni ottenuto combinando la sezione aurea con le misure e i movimenti di un uomo alto 1,83 m. e considerato come l’unità modulare minima per abitare: uno spazio a misura d’uomo, appunto. Nel Cabanon, in proporzioni ridottissime, «non serve molto più di un letto, servizi, un tetto e la vista del sole che risplende sul mare»: detto da un architetto di fama internazionale, abituato a lavorare su spazi anche monumentali, questo pensiero/provocazione colpisce e sembra anticipare lo spirito di molti tecnici dell’abitare dei nostri tempi.

Oggi infatti, anche di necessità, dati gli spesso proibitivi costi per metro quadro degli immobili, in particolare in zone turistiche come la nostra con un mercato immobiliare viziato dall’aumento degli affitti brevi, la tendenza abitativa predilige abitazioni ridotte, funzionali e adattabili negli spazi alle diverse esigenze dei suoi abitanti.

Ma, che si tratti di un monolocale o di un castello, in questo nostro tempo sempre più incerto, anche se sempre più connesso, animato da un crescente individualismo che spinge però anche alla ricerca di sicurezze, l’idea di casa rischia spesso di assumere troppo radicalmente la funzione di luogo protetto, che chiude le sue porte alla socialità e alla comunicazione. Si tratta di un rischio reale, che ha le sue manifestazioni più drammatiche nei casi di “ritiri sociali” di giovani e giovanissimi, ma che si respira un po’ dovunque. Contro la tentazione di isolamento, sentito come egoistico e controproducente da un punto di vista sociale, si era espresso già nel 1515 Thomas More che, nella sua Utopia immagina così, precorrendo i tempi, le abitazioni di una città cooperativa e solidale:

«Le case sono disposte una di fronte all’altra e separate da una strada larga venti piedi. Sul retro c’è un ampio giardino che confina con il retro delle altre case […] Le porte, tutte a due battenti, si aprono facilmente toccandole con una mano e poi si richiudono da sole; rendono così la casa accessibile a chiunque […] Ogni dieci anni le case sono scambiate tra gli abitanti in base a un sorteggio»[1].

Si parla di porte che si aprono a chi voglia entrare, ma anche le finestre, spazi aperti sul mondo, sono fondamentali in un’idea dell’abitare in una città a misura d’uomo. È responsabilità sociale accorgersi di quanto avviene nelle nostre città e, se possibile, cercare soluzioni al malessere di una parte dei nostri concittadini. E in questo numero di Alternativa scopriamo che nella nostra Provincia, spesso bistratta e accusata di immobilismo (se non di sonnolenta sopravvivenza) fioriscono anche diverse esperienze innovative, che la pongono a fianco delle maggiori città italiane, per quanto riguarda la cura e l’attenzione ai bisogni socialmente emergenti. Mi riferisco alle soluzioni abitative di social e co-housing, che cominciano a comparire anche nelle nostre città, esempi virtuosi per ora attivati in risposta a esigenze particolari, “macchine per abitare”, per usare l’espressione di Le Corbusier, per chi non è completamente autosufficiente, per chi non è in grado di gestirsi in autonomia o per chi vive in condizioni di marginalità, ma che si spera presto possano diventare una soluzione alla portata di tutti: penso soprattutto al co-housing intergenerazionale, e interculturale, in cui le esigenze di persone di età o di provenienza diversa trovano un completamento e una risposta, che attiva fiducia tra persone e generazioni, come avviene già da decenni in alcuni Paesi europei: nei paesi scandinavi dagli anni ’60, più tardi in Germania, Olanda e Francia.

Grazie a vari contributi e collaborazioni, ai fondi del PNRR con l’intervento di Comuni, di Fondazioni, dei Consorzi dei Servizi Sociali, di Cooperative Sociali, dell’ASL VCO, di Agenzie formative, di enti del Terzo Settore, sono stati realizzati nel Verbano progetti importanti, che funzionano sul nostro territorio:

  • Centro di accoglienza notturna temporanea e Stazione di Posta a Verbania Intra: accoglienza, orientamento e supporto per persone senza fissa dimora e in condizione di grave marginalità
  • Casa Mattazzi a Baveno: co-housing per anziani autosufficienti o parzialmente autosufficienti -12 alloggi
  • Casa di Piero a Verbania Suna: gruppo appartamento per persone con disabilità lieve con cinque posti per residenti e due per soggiorni temporanei
  • Housing Gruppo Abele a Verbania Intra “per rimettersi in pari con la vita”: offerta di alloggi e accompagnamento all’autonomia per 12 persone, soggetti fragili
  • Comunità Futura a Baveno: accoglienza 25 persone migranti richiedenti asilo, in particolare donne e famiglie con minori.

Anche di questi parliamo nelle pagine successive. E allora, adesso è il momento, per dirla con Calvino, di cominciare a leggere la rivista che hai in mano… “Bene, cosa aspetti? Distendi le gambe, allunga pure i piedi su un cuscino, sui braccioli del divano, sugli orecchioni della poltrona, sul tavolino da tè, sulla scrivania, sul pianoforte, sul mappamondo. Togliti le scarpe, prima. Se vuoi tenere i piedi sollevati; se no, rimettile. Regola la luce in modo che non ti stanchi la vista. Fallo adesso, perché appena sarai sprofondato nella lettura non ci sarà più verso di smuoverti…”


[1] Thomas More, Utopia, ed. Il Margine, Trento, p. 54.

Foto: Tangopaso / Wikimedia Commons. Il Cabanon progettato da Le Corbusier nel 1951 a Roquebrune-Cap-Martin. Un capolavoro di soli 15 metri quadri nato dal sistema di proporzioni del Modulor, simbolo di un’architettura essenziale, sostenibile e a misura d’uomo.