Associazione Onlus

Un complesso paradosso

“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorgono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere ‘superato’.
Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. Lo sbaglio delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.”
Albert Einstein

Probabilmente molti di voi avranno già sentito o letto in più occasioni queste parole, che mai come ora evidenziano la loro sorprendente forza e verità.
Da alcuni anni, ma soprattutto negli ultimi mesi, ci troviamo a fronteggiare trasformazioni che ridisegnano, ma ancora non ne delineano gli argini, la società intera e soprattutto lo spazio del mondo del lavoro e della formazione.
Precarizzazione dei rapporti lavorativi, destrutturazione dei percorsi professionali e formativi, identificazione problematica con l’attività professionale, sono alcuni degli effetti più rilevanti di un’evoluzione che interpella, come mai prima d’ora, il quadro e le istituzioni di riferimento tradizionali, in limiti e confini.
Gli accordi speciali finalizzati a proteggere i lavoratori dipendenti durante la crisi, si applicano solamente alla “manodopera” a tempo indeterminato, lasciando i lavoratori precari completamente privi di protezione.
In ogni parte del mondo, i lavoratori precari (usati come crudi paraurti) stanno subendo le conseguenze del fatto che le imprese scaricano i rischi sulle loro spalle, abusando di cangianti strategie contrattuali, al posto di assunzioni permanenti, effettuate direttamente dal datore di lavoro principale.
La qualità del processo lavorativo e la soddisfazione dei lavoratori sono un elemento determinante, cosa che ognuno di noi, nel suo campo, sperimenta quotidianamente. Ma nei servizi relazionali (sociali, socio-educativi, socio-sanitari), diventano elementi strategici, su cui poggia in gran parte l’efficacia del “prodotto”. Per questo motivo, oltre che per ovvie considerazioni etiche, imprese sociali ed organizzazioni che erogano servizi alla persona non dovrebbero in nessun caso, forse in misura maggiore che in altri settori, trascurare i costi umani della precarietà lavorativa, del turn over, di una flessibilità non governata: un lavoratore insoddisfatto, non valorizzato, angosciato dalle incertezze e dall’instabilità della sua posizione, sarà forse in grado di avvitare alla perfezione un bullone o di immettere dati in un computer, ma non potrà sostenere troppo a lungo una relazione soddisfacente con anziane persone in difficoltà, bimbi disabili, tossici di periferia o adolescenti “incazzati”.
Il lavoro rappresenta non solo lo strumento essenziale dell’autosufficienza ed il tramite primario della socializzazione, ma anche l’elemento fondamentale della realizzazione di se stessi, della risoluzione delle problematiche dell’autostima e dell’identità.
Il lavoro rappresenta la logica conclusione di tutta l’attività di formazione svolta nelle età precedenti, al fine dell’integrazione nel mondo, intesa nel suo più alto grado di senso.
Per chi lavora con il lavoro altrui, tali riflessioni sono all’ordine del giorno. Soprattutto quando si vive in un paradosso ai limiti dell’ironico in cui il lavoratore precario, educatore, opera in un Servizio di Inserimento Lavorativo e Formativo per persone con disabilità.
L’attività dell’educatore è tipicamente destinata a provvedere all’istruzione, alla maturazione personale, all’assistenza emotiva e psicologica di coloro che la società tiene ai propri margini ed in qualche misura rifiuta o abbandona ed in questo caso, l’attività educativa si sviluppa anche nel caotico mondo lavorativo.
Come potrebbe risultare semplice desumere, il SILF (Servizio di Inserimento Lavorativo e Formazione) si evidenzia come un servizio fortemente atipico rispetto a quelli educativi ai quali siamo “abituati”.
La globalità del mondo in cui ci si muove, fluttua in una mediazione che vede da un lato disagio, difficoltà, disabilità, sofferenza, con i loro molteplici risvolti sociali ed esistenziali, e dall’altro la realtà concreta, intesa nel linguaggio comune come “normalità” lavorativa, produttiva, soglia della grande rete sociale.
In semplici operazioni, piccoli gesti, si apre un vasto mondo di senso fatto di incontri e relazioni, con un profondo macro-obiettivo: l’”inclusione”, inserimento di persone che la società normalmente esclude, poiché deficitarie di parti “essenziali” per una “normale” vita sociale, nella realtà collettiva.
Viene percepita quasi come una “Forzatura del Sistema”, una forzatura necessaria affinché la “normalità” – e ciò che il “normale” genera secondo un punto di vista di parte e parziale, spesso privo di un’etica universale – sia in grado di abbracciare lo “sconosciuto”, conferendogli il diritto alla libertà. Oggi è evidentemente sempre più difficoltoso.
Ma questo è il mondo in cui viviamo, in cui la paura dell’alterità dilaga in tutti i campi, alimentando forme di esclusione e di intolleranza, sempre crescenti.
Il problema della differenza (e dell’identità) è cruciale. Ci sono solamente due opzioni per accedere al potere da parte di chi è posto in una condizione marginale: rendersi uguale a chi si trova in posizione di potere e pretendere questo riconoscimento (utopico per il mondo della disabilità), o avere qualcosa di utile da offrire al potere stesso.
La “cura”, immenso universo di sensi nel quale abitualmente navighiamo, richiede che si adotti sistematicamente il punto di vista di chi ha bisogno di cura o attenzione, quindi il punto di vista della differenza.
Risulta pertanto di fondamentale importanza sottolineare oggi come le attività di cura siano ritenute marginali dal potere e siano appannaggio di chi è privo di quel potere: è una strategia dell’autorità per auto-conservarsi. Ma è una strategia che è evidente sta portando il sistema-mondo al collasso.
Solo riconoscendo che “nel corso delle nostre vite tutti noi passiamo attraverso diversi gradi di dipendenza e indipendenza, di autonomia e vulnerabilità” si autorizzerà la cura come pratica etica e si potrà camminare in direzione di una società più vivibile e più giusta.
“La cura non è una preoccupazione particolaristica delle donne, un tipo di questione morale secondaria o il lavoro delle persone socialmente più svantaggiate. La cura è una preoccupazione centrale della vita umana. E’ tempo di iniziare a cambiare le nostre istituzioni politiche e sociali per riflettere questa verità” (Joan Tronto, “Confini Morali”).