Associazione Onlus

Un aspetto della crisi: giovani e religione

LA COMUNICAZIONE DELLA FEDE E LA CRISI DELLA TRADIZIONE

E’ in atto nella società italiana e più in generale in tutto l’Occidente “una doppia crisi”, che è stata forse un po’ coperta dallo slogan della “crisi delle ideologie”. In realtà non sono le ideologie che sono andate in crisi; oppure, forse meglio, la crisi delle ideologie, e anche degli ideali, qualche volta è determinata da qualcos’altro, e cioè dalla “crisi della tradizione”. La tradizione, nel suo senso più alto, è fondata sulla capacità delle generazioni adulte di trasmettere qualcosa alle generazioni più giovani.
La seconda è la “crisi delle istituzioni”: perché un’istituzione esista occorre non solo che abbia un’autorità ma anche che questa autorità sia riconosciuta, recepibile. Dal punto di vista comunicativo un’istituzione non soltanto precede la comunicazione istituzionale, ma ne è confermata: un’istituzione esiste in quanto ogni comunicazione rafforza la sua autorità.
La crisi della tradizione si capisce, per esempio, anche dalla forte accelerazione del processo di innovazione tecnologica cui assistiamo. Per molto tempo, l’esperienza “anziana” si configurava come esperienza spendibile per l’oggi; l’accelerazione tecnologica porta con sé il fatto che l’anziano si trova spiazzato nei confronti dell’innovazione, per un tempo rilevante della sua vita.
Questa difficoltà porta a quella che potremmo chiamare la “crisi dei luoghi educativi”. La realtà è che esistevano dei luoghi riservati alla formazione e che oggi questi stessi luoghi sono percepiti come un’altra cosa. Ad esempio, la scuola, oggi, è notoriamente percepita dai giovani come un luogo da cui bisogna passare il più indenni possibile, l’università è un lungo corridoio da attraversare il più rapidamente possibile… E anche noi adulti contribuiamo a rafforzare questa idea nei giovani, lavorando a che non perdano esami oppure a far sì che facciano i loro corsi di laurea in tre anni! Il risultato è che questi luoghi non sono più osmotici (influenza reciproca, compenetrazione, scambio), ma sono diventati freddi. E sappiamo bene che questo problema esiste anche nelle nostre parrocchie e altrettanto bene sappiamo che la differenza tra le parrocchie che funzionano e quelle che non funzionano, tra quelle che sono “vive” e quelle che invece non lo sono, tra quelle in cui si crea un’alchimia di dialogo e quelle in cui questo dialogo è assente, è descrivibile esattamente da questo passaggio.

ASSOCIAZIONE: NOIA=RELIGIONE

Alcune ricerche recenti hanno messo in luce innanzitutto come il cambiamento che avviene nel passaggio dalla preadolescenza all’adolescenza non sia riconducibile ad una rappresentazione della religione come esperienza costrittiva, di cui è giocoforza liberarsi. Da questo punto di vista il cambiamento rispetto all’esperienza vissuta dalle generazioni più anziane appare molto netto. Quello che di negativo c’è nelle situazioni che i ragazzi sperimentano durante il periodo della loro iniziazione cristiana non sembra cioè più avere molto a che fare con un tipo di religiosità formalista e costringente, simile a quella che, di norma, avvertono di aver vissuto al loro tempo gli adulti e ancor più le persone anziane. Anche per questo le forme che assume la successiva presa di distanza non sono troppo radicali e non si manifestano spesso nella forma della rottura esplicita con la chiesa cattolica. 
Piuttosto il problema sembra stare nella troppo ricorrente associazione noia-religione, avvertita soprattutto durante i riti liturgici, e nella separazione del mondo della religione dalla sfera ludica, nonché da quelle spinte di carattere esplorativo e sperimentativo che appaiono decisive nella formazione dell’identità dei giovani. 
I preadolescenti sembrano riconoscere abbastanza agevolmente che la religione può aiutare a dare un indirizzo alla propria vita, ma percepiscono questo sostegno più sul piano del ”dover essere“ che su quello del «benessere»; sembrano condividere l’idea che i rapporti umani e quelli sociali sarebbero esposti ad una maggiore precarietà se essa non contribuisse a regolarli, ma sembrano separare questi discorsi dalla sfera della realizzazione personale. 
La religione in loro appare caratterizzarsi per una rappresentazione almeno parzialmente “depressa”. Essa dunque, nei limiti in cui non interagisce se non molto parzialmente con il gioco, il divertimento, le pulsioni caratteristiche dell’età, finisce per essere collocata in un ambito separato, anche nel senso di specializzato, come quello della vita “seria”.
LA PRIVATIZZAZIONE DELL’ESPERIENZA RELIGIOSA

E’ possibile, a questo punto, tentare di descrivere il percorso attraverso cui i giovani pian piano prendono le distanze dalla religione nell’età successiva a quella inerente all’iniziazione cristiana. Crescere vuol dire, nel contesto discorsivo della cultura giovanile, ridurre la propria partecipazione alle pratiche rituali, e disinteressarsi, almeno apparentemente, della religione. Ciò appare una scelta in qualche misura interessante e possibile per numerosi motivi: perché si vede che anche gli adulti hanno modalità differenziate di intendere l’essere credenti ed alcune di queste non prevedono un forte coinvolgimento; perché, anche in virtù di ciò, si ritiene che essere credenti non implichi, se non secondariamente, l’osservanza rituale; perché la pressione ambientale proveniente dal mondo adulto flette, mentre aumenta quella espressa dal mondo dei pari; perché il carattere separato dell’esperienza religiosa finisce per rendere eccessivamente simili allo stereotipo del «bigotto» chi persiste a frequentare troppo spesso la chiesa; e perché , infine, quel che si doveva apprendere lo si è appreso e quello che viene proposto sembra essere troppo sotto il segno della noia, della repressione, e troppo lontano dalle spinte vitali dell’età.
Ma la separazione è inizialmente dalla pratica, non dalla religione in quanto tale, o almeno così non è vissuta. La possibilità di ricorrere ad essa quando se ne ha bisogno permane o si suppone, o si spera, che rimanga .
In una parola, l’esperienza religiosa si privatizza.
Ma questa è evidentemente una strada che porterà molti a distacchi più marcati.
Aldilà di situazioni personali particolari la religione ha infatti bisogno di momenti pubblici collettivi per poter conservarsi in quanto esperienza di qualche rilievo. E’ per questo che nel determinare il peso che successivamente, passata la preadolescenza, assumerà il mondo della religione, riveste con ogni probabilità un ruolo rilevante il fatto che il ragazzo permanga nell’orbita di qualche esperienza associativa o gruppo parrocchiale.
Mentre cioè fino alla preadolescenza le differenze tra coloro che frequentano gruppi connotati per la dimensione religiosa e gli altri non sono così rilevanti, nel periodo successivo il fatto di rimanere agganciati ad una qualche esperienza associativa potrebbe influenzare in modo più netto il peso che la religione eserciterà nella vita adulta. Le ricerche condotte in altri paesi hanno del resto dimostrato come le possibilità di accedere nuovamente all’esperienza religiosa sono influenzate direttamente dall’età nella quale si prendono le distanze da essa nel corso della giovinezza.

QUALE QUINDI IL COMPITO DELL’EDUCATORE CRISTIANO?

Un educatore cristiano può dirsi veramente tale solo quando ha condotto i suoi ragazzi a Cristo.
Affermava Don Milani, in una lettera ad un sacerdote suo amico (uno dei pochi) scrive:
“…Chi è in basso (cioè che cerca disperatamente dei sistemi per buttare via il tempo) deve vederti in alto, magari per qualche anno odiarti e disprezzarti e fuggirti e poi, se Dio gli dà grazia pian piano cominciare ad invidiarti, imitarti, superarti. Ponete in alto il vostro cuore e fate che sia come fiaccola che arde. Io penso che su questo punto non bisogna avere pietà di nessuno. La mira altissima, addirittura disumana (perfetti come il Padre) e la pietà, la mansuetudine, i compromessi paterni, la tolleranza illimitata solo per chi è caduto e se ne rende conto e chiede perdono e vuol riprovare da capo a porre la mira altissima… Non mi pare che Gesù andasse a cercare i peccatori tanto quanto erano loro a cercare lui. E se quest’ultima osservazione non fosse vera, diciamo almeno che anche se li ha cercati c’è riuscito poco, dato che quando morì l’avevano abbandonato tutti. Eppure, se avesse voluto poteva far comparire ben altro che un ping pong per attirarli!.. Quando fu morto e ben fallito i milioni di uomini che lo hanno cercato e trovato non lo hanno fatto perché lui e la sua croce fossero molto attraenti, ma perché erano loro che si sentivano vuoti e disperati senza di lui… Ecco l’unica cosa decente che ci resta da fare: stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare in alto ( per noi e per gli altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso, ma chi mira basso. Rinfacciargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua incoerenza…. La gente viene a Dio solo se Dio ce la chiama. E se invece di Dio la chiama il prete, (l’uomo, il simpatico, il ping pong) allora la gente viene all’uomo e non trova Dio!” …
Un monaco, l’archimandrita Spiridone, della chiesa greca ricorda : “Gli uomini credono che prima si debbano amare gli uomini e poi amare Dio. Anche io ho fatto così, ma è stato tutto inutile. Quando ho cominciato ad amare Dio più di tutto, allora in questo amore per Dio ho trovato anche il mio prossimo, nel cuore di Dio c’è un amore per gli altri di cui io non sarò mai capace”.