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I diritti dei padri separati

La rottura del rapporto coniugale produce nella coppia un evento traumatico che comporta la definizione di nuovi equilibri tra i coniugi, e tra questi e i figli.
Le problematiche più comuni riguardano senza dubbio due aspetti principali: uno di natura personale e cioè il diritto di visita dei figli da parte del genitore non collocatario e l’altro di natura patrimoniale, ovvero l’assegnazione della casa coniugale e la quantificazione degli assegni di mantenimento per il coniuge e i figli.
Si tenterà nel presente articolo di chiarire questi due aspetti approfondendo la posizione del padre separato.
Occorre innanzitutto fare alcune preliminari considerazioni sull’istituto della separazione coniugale, sia essa consensuale o giudiziale.
La separazione è un evento che riguarda i rapporti tra i coniugi e deve incidere sui figli il meno possibile. Per questo la legge 56/2006, rovesciando completamente il precedente orientamento legislativo, ha sancito il diritto della prole a mantenere rapporti continuativi e significativi con entrambi i genitori ed i parenti di ciascun ramo di essi. A tal fine, nell’esclusivo interesse dei figli, la citata legge ha introdotto il principio dell’affidamento congiunto ad entrambi i genitori.
L’affidamento esclusivo dei figli ad un solo genitore viene oggi valutato dal giudice soltanto quando questo risponda all’effettivo interesse del minore. Ciò significa che ciascun coniuge non deve mettere in cattiva luce l’altro, a prescindere dagli attriti che tra essi vi sono, perché altrimenti violerà il diritto del minore stesso ad avere un rapporto sano e sincero con entrambi i genitori.
Tuttavia, se ben è lodevole il principio ispiratore della legge 56/2006, la sua applicazione pratica può essere piuttosto difficoltosa e ciò a causa del fatto che i figli, nonostante l’affido condiviso, vengono poi materialmente collocati presso un genitore, il quale, di fatto, si occuperà di prendere le decisioni di carattere ordinario.
Anche se la legge nulla dice a riguardo, usualmente i figli, soprattutto se in giovane età, vengono collocati presso la madre. Naturale conseguenza di ciò sarà che la casa coniugale, a prescindere da chi abbia tra i coniugi la titolarità del diritto di proprietà, verrà assegnata alla moglie, così come previsto dal codice civile che sancisce il principio per cui il godimento della casa è attribuito tenendo conto prioritariamente dell’interesse dei figli. Scopo della norma è infatti evitare ai figli minori ulteriori traumi legati alla separazione dei genitori e dovuti ad un cambio dell’ambiente domestico in cui sono cresciuti.
Tuttavia occorre sottolineare che il principio per cui la casa è assegnata tenendo conto prioritariamente dell’interesse dei figli, comporta il venir meno del diritto di godimento per il coniuge assegnatario nel caso in cui questi cessi di abitare stabilmente nella casa coniugale o conviva o contragga nuovo matrimonio, e in ogni caso nel momento in cui i figli raggiungono la piena indipendenza economica.
Salvo le ipotesi sopra indicate dunque, i padri, anche quando siano proprietari di casa, si trovano nella necessità di reperire una nuova abitazione, il più delle volte in locazione, anche se purtroppo non mancano i casi in cui a causa delle difficoltà economiche, sono costretti a dover tornare ad abitare con i genitori o addirittura a vivere per strada.
Ulteriore aspetto patrimoniale che incide pesantemente sulla capacità economica di un padre separato è la quantificazione dell’assegno di mantenimento. Per i figli il principio generale è che ciascun genitore deve contribuire al mantenimento in misura proporzionale al proprio reddito. Nella definizione dell’assegno il giudice terrà conto di alcuni elementi quali le attuali esigenze del figlio, il tenore di vita goduto in costanza di convivenza con entrambi i genitori, i tempi di permanenza presso ciascun genitore. Relativamente all’altro coniuge, il mantenimento spetta solamente nel caso in cui questo non abbia un adeguato reddito proprio e comunque solo nel caso in cui la separazione non sia ad esso addebitabile, ipotesi quest’ultima che statisticamente avviene raramente.
Il dovere di versamento degli assegni di mantenimento, che di per sé è un principio di civiltà giuridica, porta però nella realtà odierna ad un fenomeno sociale inesorabile: i bassi livelli salariali ed il costo della vita fanno sì che la scissione del nucleo familiare, soprattutto nei casi di famiglie monoreddito, crei vere e proprie situazioni di indigenza.
Quanto all’aspetto non patrimoniale della separazione, ciò che più interessa i padri è il mantenimento dei rapporti con la propria prole, regolato tramite il diritto di visita.
Spesso i padri non collocatari denunciano gravi difficoltà a mantenere rapporti continuativi con i figli a causa dell’ostruzionismo delle madri. Sul punto occorre ricordare che è un diritto soggettivo dei figli quello di continuare a frequentare entrambi i genitori e, qualora le madri impediscano la realizzazione di tale diritto, questa condotta può essere punita penalmente ai sensi dell’art. 388 del codice penale.
A maggior tutela del legame genitoriale, a partire dal 2012, in caso di espatrio i figli minori devono essere provvisti di un proprio documento di espatrio (passaporto o carta di identità) la cui concessione deve essere autorizzata da entrambi i coniugi. Senza consenso l’unico modo per portare un minore fuori dal confine dello Stato è quello di rivolgersi al giudice tutelare, che valuterà caso per caso.
Nell’ipotesi in cui un minore sia comunque portato all’estero ed ivi trattenuto senza il consenso di uno dei genitori, il coniuge responsabile risponderà di sottrazione internazionale di minore e sarà punito sulla base dell’art. 574 bis del codice penale e di numerose convenzioni internazionali.