Associazione Onlus

Esperienze solidali per parenti e amici di suicidi


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Per chi ha perso un caro che si è tolto la vita, ogni giornata è impregnata di dolore e sentimenti complessi, a volte contrastanti. Le relazioni con le persone, a seguito di un evento così drammatico, si trasformano. Mente e corpo spesso soffrono contemporaneamente, il linguaggio delle parole sembra non bastare per esprimere i sentimenti ed il dolore. Le persone che hanno subito un lutto di questo tipo, da subito avvertono la necessità di capire più a fondo il senso della vita e del PERCHÉ tutto ciò sia accaduto. Il mondo esterno spesso risulta distante, e a volte si incontrano pregiudizi culturali che hanno radici storiche e religiose, il mondo della comunicazione non sempre riesce ad essere sufficientemente rispettoso e ci si trova a vivere in una realtà che oltre a rari momenti di sincera comprensione, fornisce giudizi pietistici ed a volte sprezzanti verso chi si è tolto la vita. Ai familiari ed amici viene instillato un senso di vergogna, di disagio, di distanza, proprio quando si avrebbe bisogno di vicinanza, solidarietà e rispetto.

A CHI SI RIVOLGE?

Il gruppo è rivolto a persone che hanno subito un lutto di questo tipo e che avvertono la necessità di capire più a fondo il senso della vita, di comprendere e rispettare scelte drammatiche, anche perdonare per il dolore subito. Molte volte, infatti, diventare consapevoli dell’accaduto non è così scontato come sembra. Ricevere l’aiuto e il sostegno del gruppo può servire a elaborare il complesso di emozioni associato alla perdita.

DA CHI E’ COMPOSTO?

Il gruppo di auto mutuo aiuto è composto da familiari ed amici di persone che si sono tolte la vita. E’ un luogo della solidarietà, dove le persone portano i loro sentimenti, condividono i loro racconti.

DA CHI E’ COORDINATO?

Il gruppo di auto-aiuto per parenti e amici di suicidi, coordinato da due volontarie, è integrato da uno psicologo-psicoterapeuta.

COME SI LAVORA NEL GRUPPO?

La parola d’ordine del gruppo è SPONTANEITÀ. Ad ogni incontro i partecipanti sono liberi di poter parlare  di ogni argomento venga loro in mente; di esprimere un  pensiero o un dubbio circa la propria esperienza vissuta dall’ultimo incontro, chiedendo agli altri (ma soprattutto a sé stessi) di comprendere il proprio dolore e le proprie paure. Grande spazio è lasciato all’intervento di tutti coloro che se la sentono, senza forzare la parola, ma accogliendo anche  il pianto e il silenzio. Anche la sola presenza agli incontri, senza la necessaria presa di parola costituisce una prova della positiva partecipazione e della propositività all’aiuto da parte del gruppo.  La centralità metodologica rimane condivisa fra tutti i partecipanti al gruppo, vale a dire, costantemente indirizzato dalla discussione di tutti i partecipanti, come il gruppo deve funzionare, cosa intende fare e per quali obiettivi. Vi sono alcuni punti cardine che il gruppo si propone  per aiutare ogni partecipante a sentire di appartenere ad uno spazio neutrale ma che più che mai sa comprendere davvero  alcune necessità che altrove non possono essere percepite:

  • ASCOLTO E RISPETTO DEL DOLORE per potersi finalmente sentire capiti, sapendo di condividere la propria rabbia, dolore e tristezza con persone che hanno lo stesso vissuto.
  • CONFORTO E SOSTEGNO I  partecipanti vengono confortati da altre persone che hanno passati simili, dimostrandosi quindi attente anche ad accettare il silenzio, ad accogliere il pianto, ad ascoltare con la mente e con il corpo.  Nel gruppo si crea un circolo virtuoso dove chi da aiuto riceve a sua volta aiuto.
  • EMPOWERMENT In questo tipo di gruppo si capovolge la relazione tradizionale, dove chi ha un problema non è un soggetto passivo di un aiuto che viene dall’esterno, ma diventa un soggetto attivo, che nel confronto con gli altri scopre risorse insospettabili, che consentano di riottenere il controllo della propria vita.
  • UN CONTRIBUTO PROFESSIONALE NEL RISPETTO DELL’AUTONOMIA Lo psicologo psicoterapeuta, affiancato dalle due volontarie, all’interno del gruppo fornisce una consulenza immediata quando i componenti del gruppo ne fanno richiesta; contribuisce inoltre a mantenere condizioni relazionali ottimali, facendo attenzione a non acquisire mai un ruolo di leader, di coordinatore o di punto di riferimento.

CON CHE FREQUENZA CI SI INCONTRA?

Il gruppo ha una frequenza di incontro bimensile, che viene intensificata con l’ingresso di nuovi partecipanti. In questo caso, la frequenza può diventare mensile o quindicinale per favorirne l’accoglienza.

PROSSIMO INCONTRO:

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LA STORIA DI VITTORIA: UN MALE DI VIVERE TROPPO GRANDE

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“Avevo vent’anni e temevo la vita.

Avevo vent’anni ed ero sepolta dentro il mio corpo”.

Vittoria era una ragazza semplice, circondata da persone che la amavano e che facevano di tutto per farla sentire speciale. Lei aveva un sogno nel cassetto, una vera e propria aspirazione che la guidava giorno dopo giorno: diventare una scrittrice. Per questa ragione si era iscritta al corso di laurea di lettere all’università di Padova. Ma la vita di ogni giorno per lei era un vero e proprio tormento; un dolore di vivere che non la abbandonava mai e che la faceva sentire fuori dal mondo. L’unico spazio sicuro dal suo malessere erano i suoi diari, semplici agendine nere che poco per volta riempiva dei suoi pensieri, cercando di fare ordine fra le sue sensazioni. Ciò che Vittoria scriveva erano poesie di grandissima forza espressiva, testimoni di una dote che rendeva la ragazza una vera scrittrice. E ciò che Vittoria descriveva erano i suoi stati d’animo, il suo male di vivere.

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“Non sapevo che nome attribuire all’angoscia che mi stringeva lo stomaco… in ogni caso non era fornendole un’identità precisa che avrei potuto liberarmene. Più la sentivo impossessarsi di quella parte di me che, fino ad allora, ero riuscita a preservare dalla brutalità del mondo, più desideravo incontrarla. Pretendevo un nome e un volto. “Voglio un colpevole. Ci deve essere. Chi è il colpevole?”. Chiedevo, fra le lacrime, a quei pochi amici ancora disposti ad assistere ai miei deliri. Impossibile scoprirlo. Sapevo anche questo e, lottando, mi ero arresa. Vivevo allora in una morbida rassegnazione, tipica di chi si raggomitola nel grembo del dolore per evitare lo scontro”.

“Se non posso guarire, allora voglio star male, ancora più male, fino all’incoscienza”.

“Questo è il mio sottosuolo. Queste sono le mie prigioni. Questo è il mondo nuovo. Ci siamo solo io e la proiezione dei miei affanni. Ci siamo solo noi, annaspanti, che stringiamo le dita attorno a sbarre invisibili, scuotendole per sradicarle. Ci sono solo io, divisa per due e moltiplicata per quattro. Ci siamo solo io e loro, trepidanti del nulla più vuoto. Ci sono solo io, abbandonata sul materasso in un silenzio di seta. Ci siamo. Ci sono. Ci siamo io e i miei pensieri scomodi, violenti, disperati. Vedete, è semplice: i nostri fantasmi sono più vivi di noi. Perché tutto ciò che è dolore siamo noi stessi a procurarcelo, quando manca. Nel dolore risplendiamo. Nel dolore ci giustifichiamo. Nel dolore odiamo.                                                                                                                                                                E nel dolore crediamo”.                                                                                                                                                                                                                       

Attraverso le parole di Vittoria si può cogliere, quasi toccare e intravedere nell’ombra lo spettro che giorno dopo giorno la accompagnava. Molto spesso erano sentimenti di inadeguatezza, paure ingiustificate che non le davano tregua.

“Sto inghiottendo pezzi di amarezza. Con il passare dei minuti, il collo della felpa mi sembra diventare sempre più stretto. Il respiro si fa affannoso; non sto soffocando veramente ripeto a me stessa”.

Tutti coloro che le volevano bene hanno cercato di alleviare la sua perenne sofferenza; hanno provato a penetrare nel suo mondo interiore per cercare di capirla e dare un senso al suo stare male. Molte, troppe volte però, era lei stessa a non voler “aprire la porta a nessuno”:

” Ma avete idea di quanto possa essere insopportabile la compassione? Le persone cercano di capire a tutti i costi il tuo stato d’animo ma così ingigantiscono il divario che si è creato tra la loro mente e la tua”.

Dietro un “lasciami stare” c’è un “non riesco ad affrontare tutto questo”.

Alla fine il male di vivere è diventato troppo insopportabile per Vittoria, troppo forte e insostenibile. Il 13 ottobre 2014 ha deciso di togliersi la vita. A trovarla, nella sua stanza, è stata la mamma. La mamma che, per Vittoria, non era solo un’amica, ma soprattutto uno stimolo per voler guarire e voler stare meglio. Quel giorno Terry ha perso tutto: una figlia, un’amica e la ragione di vivere. Per Vittoria avrebbe dovuto usare tutti i verbi al passato, a dimostrazione che lei non ci sarebbe più stata. Che senso avrebbe avuto adesso progettare, ricostruire la vita?  Cento le domande, mille le risposte; ma di fatto nessuna certezza. E’ stato il ritrovare i diari di Vittoria e leggere ciò che la figlia provava, viveva e pensava sul mondo e su di lei che le hanno dato una nuova forza. Attraverso i suoi scritti, Vittoria poteva rinascere e proclamare le sue opere a tutti, diventando la scrittrice a tutti gli effetti che tanto bramava di essere. E così è stato. Grazie alla forza di Terry, collaborando con la scrittrice Claudia Zaggia, è nato “Viaggio d’inverno“, il libro di Vittoria; dove si può apprezzare la sua bravura, rendendola viva e reale, e avvicinarsi un pochino al mondo di una ragazza il cui malessere l’ha portata al suicidio.

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Materiale consultabile sulle attività del gruppo:

Descrizione e finalità del gruppo

Il bisogno di essere capiti

Lettera di una mamma alla propria figlia

Serata di presentazione del libro Viaggio d’Inverno

 

Materiale consultabile sull’elaborazione del lutto e sul suicidio: 

Il suicidio e l’elaborazione del lutto. Tesi di psicologia

Il suicidio e l’adolescenza